Quello di cru è un concetto prettamente francese. Anzi, borgognone. Lì storia, tradizione, cultura hanno identificato singole vigne con caratteristiche ben definite, caratteristiche che si ritrovano – indipendentemente dalle scelte stilistiche dei produttori – nette e precise nel bicchiere.

Anche il Barolo ha i suoi cru. Vignolo Luttati nel 1927 e Renato Ratti nel 1980 hanno classificato le vigne del territorio, identificando quelle di maggior pregio e avvicinandosi così al concetto transalpino.
Nonostante questo ritengo che, nulla togliendo alla grandezza (e grandiosità) del Barolo, quasi sempre lo stile del produttore vada a coprire, se non a offuscare, quello della vigna.
Con qualche eccezione.
Una di queste la si trova a Castiglione Falletto e si chiama Villero.

Il sommelier secchione – quello che sa tutto a memoria e vi ripete le cose come fossero una tiritera – vi direbbe tutto d’un fiato che si tratta di un vigneto di circa 15 ettari di marne elveziane biancazzurre molto drenanti e ricche di minerali esposto a sud-ovest ad un’altitudine che va dai 225 ai 360 metri con un microclima caratterizzato da un’elevata piovosità tutti fattori che consentono sempre di ottenere uve con un’ottima maturazione. E magari aggiungerebbe che si tratta di uno dei 10 vigneti che Ratti classificò di 1ª categoria. Tutti dati che lasciano intuire un terreno particolarmente vocato per l’allevamento del nebbiolo che – si sa – è uva ostica e difficile, altera nella sua nobiltà.

Il lettoresommelier, che ha un debole tutt’altro che nascosto per questo vigneto, queste cose le sa ma le tiene in serbo per altre occasioni. Preferisce raccontare delle emozioni che regala l’assaggio.
Assaggio che è avvento in più di un’occasione, e che si è ripetuto pochi giorni fa, durante una cena in Alta Langa.
Una carta dei vini decisamente invitante, con una succulenta ricchezza di annate e prezzi molto più che onesti, ha scatenato chi scrive, che ha esagerato e si è fatto aprire ben due Villero. Il 2001 di Mauro Mascarello e il 1996 di Brovia.

Ve li racconto, come sempre molto brevemente.

IMG_1461Mauro Mascarello, Barolo Villero 2001
Il colore è un granato ancora compatto e meno tenue di quello a cui ci ha abituati di solito Mauro. Il naso è decisamente “mascarelliano”, di eleganza antica e misurata: fiori secchi, fragoline di bosco appena macerate, lamponi, ricordi di spezie, sussurri balsamici ed evidentissime note ferrose e minerali. La bocca è coerente: ancora tanta freschezza e una nota sapida che lo rendono pericolosamente bevibile, coprendo ma non eliminando una ricchezza e una struttura degne di un fuoriclasse, sottolineata da un tannino che lascia il segno senza però prendersi la scena.

IMG_1463Brovia, Barolo Villero 1996
Il colore non rivela affatto i 5 anni di più. Anzi. Il granato è sempre didascalico, ma ancora ricco e compatto. L’olfatto è quasi didattico per precisione ed eleganza. Subito domina la viola secca, poi è un susseguirsi di sensazioni: confettura di fragola, ciliegie sotto spirito, frutta secca in guscio, essenza legnose, spezie (netta la noce moscata) e una ricca e implacabile vena minerale a fare da leitmotiv, a martellare come una linea di basso in un grande pezzo rock. Lo bevi ed è un’esplosione di gusto: la mineralità si fa sentire anche qui e la “ciccia” è sostenuta da acidità e da un tannino che non lascia dubbi né sul vitigno né sul cru.

Due interpretazioni differenti, che però rispettano ed esaltano le caratteristiche del grandissimo cru: un naso che si fa largo piano, scevro da ogni tentativo di impressionare il degustatore e di un’ampiezza e una progressione che paiono inesauribili (ma che bisogna aspettare). Un tannino sempre vivo e guizzante ma di raffinata eleganza, e una evidentissima mineralità, che si annuncia già al naso ma che si rivela completamente quando il vino lo si beve, arricchendolo di sapore e di persistenza.

L’abbinamento.
Per una volta lascio da parte libri dischi film e faccio il sommelier serio. Con cosa abbinare un Barolo di questo tipo. Per una volta togliamoci dai classici brasati o formaggi stagionati. Ché il Barolo, specialmente quando è tutto giocato sull’eleganza, può essere compagni di preparazioni anche meno impegnative. Quindi proviamolo su un risotto o su una pasta ripiena. Ma osiamolo, servito a non più di 16°, anche su un trancio di tonno alla griglia.

VILLERO 01