“La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un oggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati.”
(Mario Soldati)

Il lettoresommelier era molto curioso di assistere alla prima puntata di Signori del Vino, la nuova trasmissione di Rai2. Curioso per i commenti positivi emersi dopo l’anteprima alla stampa, ma soprattutto perché la trasmissione veniva presentata come un nuovo tentativo di raccontare l’Italia del vino.
Persa la prima puntata – le 23.45 del sabato sera non è proprio un grande orario, così come non lo è la replica alle 8 di mattina della domenica – ho rimediato con la versione podcast.

Una sigla anni ’60 introduce una citazione di Mario Soldati, pioniere del raccontare il vino italiano tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta
Poi una noiosa voce narrante legge testi altrettanto noiosi.
Spero nell’arrivo dei due conduttori – Marcello Masi e Rocco Tolfa – ma le loro banalità mi fanno rimpiangere la voce noiosa. E non bastano il sorriso di Gaia Gaja e la sonora risata di suo padre Angelo a risollevare le cose. Tutto è superficiale, una toccata-e-fuga che non lascia spazio alla riflessione e all’approfondimento.
SIGNORI VINO 01Masi&Tolfa si spostano in auto – complimenti per l’originalità della scelta!, quante trasmissioni abbiamo già visto con la stessa formula? – tra Langhe e Astigiano, con interviste il più delle volte istituzionali a presidenti di Consorzi e all’immancabile Carlin Petrini.
Manca qualsiasi tipo di approfondimento, se si esclude una breve parentesi in cui Marco Simonit – lui si definisce “preparatore d’uva” ed è il geniale scopritore (o riscopritore) di un metodo di potatura che aumenta la longevità della vite – mette i piedi nel vigneto e lo racconta, dalle radici nella terra alle piante. A parer mio questa è l’unica parte del programma che funziona: Simonit buca lo schermo, è personaggio, ma mantiene la concretezza del contadino, parla chiaro e si sporca le mani per raccontare il territorio.

Poi si ricade nella noia e nella banalità: non c’è un guizzo, una ripresa originale, una scelta registica che possa imprimere ritmo alla narrazione. Niente. Sui testi poi meglio stendere un velo pietoso, che probabilmente i primi ad avere bisogno di un approfondimento sul vino sarebbero gli autori del programma.

E non c’è nessuno che beve! E in una trasmissione del genere, fatta da chi il vino lo ama o dice di amarlo, credo che sia inammissibile.

Senza scomodare un monumento come Soldati, mi vengono in mente le trasmissioni divulgative anglosassoni. Pensate ai documentari della BBC: precisi e rigorosi, ma al contempo capaci di coinvolgere e interessare lo spettatore.
Ecco, quello è l’esempio da seguire.
Perché abbiamo tra i più grandi vini del mondo, ma quello che ci manca è chi sappia raccontarli.