Quali sono le caratteristiche che creano un vero mito?
Tante le risposte, ché il mito si distingue anche per poliedricità e originalità.
Ma oggi qui si parla di vino, e il campo si restringe. Prestigio dell’etichetta? Difficile reperibilità e alte quotazioni sul mercato o alle aste? L’essere uno status-symbol? Il punteggio stratosferico avuto da Parker? (Purtroppo c’è anche questo parametro) Altro? Non-so-non-rispondo?
Se si produce Champagne bisogna dire che si è già più facilitati.
Se poi se ne produce poco, e solo nelle annate migliori, il gioco è fatto.

Credo che si siano pochi dubbi. Se chiedete a un appassionato di vino quale sia lo Champagne mito, quello con cui nei sogni vorrebbe riempire gli scaffali della propria cantina, la quasi totalità delle persone vi risponderà Salon.
E la risposta sarà quella esatta.

Salon nasce nel 1911 – per i parametri dello Champagne si tratta di un’azienda piuttosto giovane – per volontà di Aimé Salon. Stufo di bere Champagne che non incontravano il suo gusto il nostro – con presuntuoso coraggio – decise di produrselo da solo. E per farlo scelse uno dei terroir più vocati, una piccola parcella di proprietà grande appena un ettaro (chiamata “il giardino di Salon”) a Mesnil-sur-Oger, nella Côte de Blancs. Scelse poi, sempre nella stessa zona, 19 conferitori selezionatissimi (che sono rimasti sino ad oggi sempre e solo quelli). Solo vigneti classificati come gran cru e solo uva chardonnay.
Aimé muore nel 1943, lasciando oneri e onori di continuare la sua opera al nipote. Nel 1988 il gruppo Laurent-Perrier subentra nella proprietà, mantenendo però (e per fortuna) invariato il rigore che guida la filosofia produttiva.

L’azienda produce un solo vino, la Cuvée “S”: almeno 8 anni sui lieviti prima di essere pronto e per iniziare la sua carriera da mito. Carriera che, vista la longevità e l’incredibile potenziale evolutivi, è molto, molto lunga.
Ma la vera ragione per cui questo Champagne è un vero mito è che non viene prodotto tutti gli anni. Anzi. Visti i rigidissimi parametri adottati a Aimé e tutt’ora validi, solo le annate giudicate veramente idonee finiscono in bottiglia. Tanto che dal 1905 – anno della prima vendemmia messa in commercio fu il 1905 – in tutto il XX secolo furono solo altre 36 le vendemmie giudicate idonee per essere prodotte e imbottigliate. (Avete letto bene, solo 37 annate in 95 anni!)

Ho avuto la fortuna di bere questo vino mitico in un paio di occasioni, ed entrambe le volte si è trattato dell’annata 1990 (forse il mito del mito, una volta addirittura in magnum, vale a dire il mito del mito del mito!). Ho il ricordo di un vino – anche se spesso non lo si considera tale lo Champagne, e specialmente uno Champagne del genere, è a tutti gli effetti un vino, ricordatelo sempre – monumentale. Un colosso che si impadroniva dei tuoi sensi e ti lasciava quasi tramortito.

Da poco invece ho assaggiato l’annata 1999, la penultima a essere stata messa in commercio (se siete interessati è da pochissimo uscita la 2002, la prima del nuovo millennio).

SALON 01Vino ancoro giovane, giovanissimo. A cominciare da quel giallo che inizia appena a tingersi di lampi dorati. L’annusi e pare quasi timido, senza quella spocchia o quella sontuosità che ti aspetteresti da un mito. Ma se si ha pazienza di aspettarlo lui arriva e ti sussurra note di agrume, crema pasticcera, susina, fiori d’arancio, mandorla acerba, gesso, magnesio. Continueresti a perderti col naso nel bicchiere, ma poi ti ricordi che devi anche berlo: lo reclama il caviale a cui l’hai abbinato in maniera forse banale ma impeccabilmente azzeccata. Lo assaggi e la sferzata di freschezza ti fa quasi male (e per fortuna che qualcuno ha detto che il 1999 è stata una delle annate con meno acidità!). Vino all’apparenza facile, tanto si lascia bere. Vino forse meno possente a cui manca la voluttà delle annate più evolute, ma con carattere e una ricchezza che pochi altri Champagne hanno.
Sicuramente occorre aspettarlo ancora qualche anno affinché possa esprimere tutto il suo potenziale. Quindi se ne incrociate una bottiglia resistete alla tentazione di bervelo subito e lasciatelo riposare un po’ nella vostra cantina.

Disco in abbinamento.
Per una volta il lettore diventa ascoltatore e alla Cuvée “S” abbina un disco.
Se in casa Salon sono consci di essere un mito e possono permettersi di decidere se imbottigliare o meno un’annata, c’è chi ha ottenuto lo stesso risultato ma non per scelta, visto che “un tragico destino l’ha portato via troppo presto” (così scriverebbero quelli bravi).
Jeff Buckley nacque nel 1966 (Cuvée “S” prodotta) e fece in tempo a pubblicare un solo album, nel 1994 (niente vino da quell’anno, ma dopo arrivarono quei die autentici colossi che sono il 1995 e il 1996) prima di morire annegato nel 1997 (vino prodotto, ma siamo un gradino al di sotto rispetto ai millesimi precedenti).
GRACE 01Il disco si intitola Grace ed è un capolavoro assoluto, uno che qualsiasi rivista musicale metterebbe nei 100 da avere nella propria collezione.
Un album coraggioso, cantautorale e quasi intimista – negli USA si era in piena epoca grunge con i Nirvana e i Pearl Jam, in Inghilterra impazzava il brit-pop degli Oasis e dei Blur –, dove la voce di Buckley è sempre in primo piano.