“Tutto ciò che hai sempre amato giace in una fossa / Che han scavato le tue stesse ossa”
(Afterhours, È la fine la più importante)

Tra i miei tanti difetti c’è anche quello di essere troppo razionale. Raramente seguo l’istinto, e faccio male. Ché spesso l’istinto non sbaglia.

Chiudendo il mio post su I Melrose, avevo annunciato l’ultimo capitolo della saga della famiglia inglese, dicendo che il titolo della traduzione italiana non mi convinceva affatto e non mi invogliava alla lettura.

Ma i primi quattro romanzi di St Aubyn mi avevano folgorato, e la razionalità mi ha detto che non era colpa del nostro se gli editor di Neri Pozza avevano scelleratamente deciso di tradurre l’originale At Last con il terribile – soprattutto per il sottoscritto, che odia gli happy endingLieto Fine. E poi c’è questa copertina con la foto di un perfetto gentleman con un altrettanto perfetto nodo della cravatta. E quella faccia da strafottente figlio di puttana che ti dice che il lieto fine è tutta una cazzata, che se te lo porti a casa lui farà il sacrificio di introdursi in un ambiente che non gli è per nulla consono per farti vedere quanto ti è superiore. E soprattutto che sei davanti a un altro gran libro.

LIETO FINE 01E invece no. E mi trovo a dover commentare – l’avevo promesso, non posso esimermi – un romanzo che mi ha profondamente deluso.

Così come in uno dei quattro romanzi raccolti nel precedente volume, l’azione di svolge – anche se non mancano le digressioni – in un breve lasso di tempo, quello della cerimonia funebre della madre del protagonista e del ricevimento che ne segue. Davanti alla bara di Eleonor sfilano molti dei protagonisti dei romanzi precedenti: e se il tempo si è fatto sentire scavando rughe e curvando schiene, non ha cambiato nulla di quelli che erano gli schemi e le convinzioni di una società che fa del mantenimento dello status la sua principale ragion d’essere.

Lo spunto parrebbe ottimo, e la scrittura di St Aubyn si conferma di alto livello: non c’è un aggettivo fuori posto, i tempi narrativi sono calibrati con estremo rigore, i dialoghi hanno ritmo e coerenza.
Ma manca quello che distingue un bravo artigiano da un artista. Manca il cuore, manca il sentimento, manca la passione. Mancano quelle cose che fanno percepire al lettore che hai scritto una cosa che senti tua, che hai vissuto o sofferto e che vuoi esternare e condividere.
E mancano tutte quelle cose che mi avevano fatto apprezzare i precedenti romanzi. Manca lo humor, che non riesce a insinuarsi fra le pagine. Manca la freschezza. Manca quella spietatezza nel denudare il verminaio che infesta un certo tipo di società. Insomma, il nostro è diventato troppo buono, manicheo, eccessivamente sentimentale. E il finale – lieto? chissà! – è di una banalità così inattesa da essere ancor più sconcertante.

Insomma, se vi avevo praticamente ingiunto di leggere I Melrose, con la stessa veemenza vi sconsiglio di farvi del male leggendone questo seguito.
Se invece volete toccare con mano e affrontare la lettura, non venite poi a dirmi che non vi avevo avvertito.

Vino in abbinamento.
Poco sforzo e poca fantasia, ché non è il caso di impegnarsi troppo. Quindi sarò banale e scontato anche io, giocando sull’assonanza con il cognome dell’autore. Ma, sebbene banale, scelgo un gran vino: il St-Aubin Chatenière di Olivier Leflaive. Siamo in Borgogna, appena sopra il Montrachet, per uno chardonnay che sicuramente Patrick Melrose avrebbe apprezzato.