Alzi la mano chi in queste vacanze, specialmente se ha bazzicato il mar Ligure o il Tirreno, non ha bevuto almeno un bicchiere di Vermentino.

Fresco, relativamente semplice, spesso dotato di una buona sapidità e con profumi che richiamano la salsedine e la macchia mediterranea, il vermentino è sicuramente uno dei vitigni più diffusi nel bacino del Mediterraneo.
In Francia si chiama rolle e lo si può trovare nel sud del paese (specialmente in Provenza e in Languedoc-Roussillon) e in Corsica.
In Italia viene coltivato in Sardegna (specialmente nel nord, in Gallura), in tutta la Liguria, in Toscana e, in misura minore, in Lazio, Umbria e Puglia. È presente anche in Piemonte, dove cerca di mantenere l’incognito facendosi chiamare favorita.
E poi c’è del vermentino anche a Malta, in Libano, in Australia, in California, in Texas, in Virginia, in Brasile…
Ma sto divagando, la storia è un’altra.

Non contento dei tanti vini degustati tra giugno e luglio (prima o poi vi parlerò anche di questo), a fine agosto ho accettato l’invito dell’amico Carlo (grazie!), che ha approfittato delle vacanze forzate in Liguria per andare a trovare Fausto De Andreis e accaparrarsi una verticale del suo Vermentino.
De Andreis, oltre 60 vendemmie sulle spalle, dal 2011 conduce in solitaria una piccola azienda sulle colline che incorniciano Albenga, persa tra la miriade di serre ormai parte integrante del paesaggio. Si chiama Le Rocche del Gatto: quattro ettari per circa cinquantamila bottiglie. E una predilezione per il pigato, che fa macerare sulle bucce per regalargli longevità, aderenza al terroir e per preservarlo da un utilizzo eccessivo di solfiti. (A proposito, qualcuno vi dirà che il pigato è un clone di vermentino. Io non ci credo molto, ma non avendo altre prove se non il mio palato preferisco non mettere il naso nella questione.)
Ma il nostro non disdegna neppure il vermentino, che vinifica anch’esso sulle bucce, ma con intenti meno estremi rispetto al pigato.
Ovviamente il vermentino che ne esce è atipico e poco ortodosso (ma siamo sicuri sia lui quello atipico? e qual è la vera ortodossia?) che esula dai soliti canoni a cui siamo abituati.

VERMENTINO 02Le annate in degustazione, che ha accompagnato una cena che almeno sulla carta doveva essere frugale, erano 6: dal 2011 al 2005, saltando il 2007
Vi racconto come è andata, evitando come sempre una descrizione troppo accurata dei vini e limitandomi a qualche suggestione, con il duplice scopo di non annoiarvi e soprattutto di mettervi la curiosità e la voglia di assaggiarlo anche voi. (Andate a trovare De Andreis, o cercatelo a qualche fiera: ne vale davvero la pena.)

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2011 (13%)
Un colore che non ti aspetti: giallo dorato già verso l’ambrato. Colpiscono subito le note legate alla buccia. Diventa elegante di fiori ed erbe aromatiche, miele, iodio, corteccia di liquirizia. Fresco e sapido, ha struttura e persistenza.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2010 (12.5%)
Il colore – dorato tenue – racconta di un vino che pare più giovane del precedente. Esordisce con una nota affumicata, poi si fa fresco e floreale, preciso nel parlare di pietra e macchia mediterranea. Decisamente più fresco rispetto al 2011, sia al naso sia in bocca. Sapido, quasi salato e dalla grande bevibilità.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2009 (12.5%)
Il dorato vira di nuovo verso l’ambra. Tornano le note “bucciose”. Netta, precisa ed elegante la nota minerale. Preciso nel richiamare il naso, è grasso e sapido, ma mantiene un’ottima freschezza sia al naso sia in bocca. Probabilmente il più in forma, completo ed equilibrato della batteria.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2008 (12,5%)
Che colore! Un sorprendente oro antico che prometteva meraviglie. Il naso è però segnato da un’eccessiva evoluzione, sebbene non manchino alcuni guizzi che ricordano la rosa e gli aghi di pino. Riprende slancio in bocca, dove è sapido, quasi tannico e ancora esuberante.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2006 (12.5%)
Gallo dorato un po’ spento. Suggestioni di arancia candita, castagna, erbe aromatiche. Un po’ anonimo e decisamente stanco. È sapido e ricco, ma manca di freschezza e vivacità.

Bianco Colline Savonesi Igt ‘ntin 2005 (12.5%)
Nel 2005 la non venne concessa la Doc, per cui il millesimo fu imbottigliato e commercializzato come Igt. Il giallo è ambrato. Al naso è intenso e ricco: miele, confettura di frutta gialla, albicocca disidratata, lavanda. In bocca è ancora giovane, fresco e vibrante di sapidità.

VERMENTINO 05Concludo partendo da cosa non mi è piaciuto.
Tutte le bottiglie erano chiuse da un tappo in silicone. Ora, va bene che vendere a 7 Euro una bottiglia del 2005 è quasi come regalarla (il nostro non fa distinzione di millesimi e vende tutto allo stesso prezzo!), ma personalmente sarei disposto a pagarla un paio di Euro in più pur di avere una chiusura più idonea. Che proprio il dannato silicone è stato, almeno a mio parere, il responsabile dello scarso stato di forma di alcune bottiglie. Una chiusura differente – sempre secondo me, che ho aperto le bottiglie e ho potuto notare come certi tappi non erano più così strettamente aderenti al vetro – avrebbe garantito una maggior tenuta e preservato la freschezza del vino. (La prossima volta che incontro De Andreis glielo dirò, anche se sono quasi certo che incorrerò nelle sue ire.)

Detto ciò, veniamo a cosa invece mi è piaciuto.
Con la premessa che non sarò imparziale, visto che ho una particolare predilezione per i bianchi macerati, che se poi hanno anche qualche anno sulle spalle è ancora meglio.
Innanzitutto – così mi tolgo subito il dente – erano nettamente riconoscibili sia il vitigno sia il territorio. E già questa è cosa importantissima, direi fondamentale.
VERMENTINO 04Così come era ben evidente una coerenza stilistica, una volontà di perseguire un’espressione e una filosofia. Altra cosa decisamente importante e altro mio pallino.
Ovviamente non sono vini facili e immediati. Anzi. Sono vini che possono spiazzare il bevitore occasionale o poco informato sulla tipologia. Il naso, ma soprattutto la parte gustativa possono spiazzare: profumi che vanno oltre i semplici fiori e frutti, un sorso che spiazza – specialmente per alcuni millesimi – con la sua nota leggermente tannica, tanto che se degustati in un bicchiere nero potrebbero essere confusi con un vino rosso, anche da un degustatore scafato. Ma sono vini che, se accettati, regalano soddisfazioni, soprattutto per la loro estrema bevibilità.

E l’abbinamento?
Detto che ce ne siamo fregati (o quasi) e la cena è stato piuttosto anarchica, il 2009 ha retto alla grande il confronto con una pasta aglio, olio e peperoncino in due versioni (peperoncino calabrese e tailandese) e il 2006 e il 2005 hanno accompagnato un Provolone del Monaco stagionato due anni, un Bleu d’Aosta e uno Stilton senza subire troppi danni.
Se vogliamo fare i perfettini e cercare l’abbinamento ideale, si tratta di vini che possono ben accompagnare una cima alla genovese, degli arrosti di carni bianche, una rana pescatrice al forno o salsata (a seconda dell’annata che vogliamo proporre) e una vasta gamma di formaggi a pasta semidura e dura, caprini inclusi.

Libro in abbinamento.
Il bello di abbinare un libro a un vino è che ci si può abbandonare alle suggestioni senza dover rispettare alcuna regola. Mentre scrivevo questo post e tornavo con la memoria ai vini di De Andreis mi sono venuti in mente i libri del colombiano Álvaro Mutis. Libri che avrò letto 20’anni or sono, ma questa è la potenza del vino e delle suggestioni. Tra i tanti romanzi che compongono la saga che ha come protagonista Maqroll il Gabbiere e che raccontano non solo il fascino del mare ma anche la pesantezza della terra scelgo, anche per il titolo che da solo è un piccolo capolavoro, Ilona arriva con la pioggia.