Tutto in 21 lettere

Andrea Bajani è uno bravo: scrive bene, molto bene. Grande tecnica, grande padronanza dei ritmi della narrazione. Nulla è fuori posto, tutte le parole sono essenziali, ogni digressione fondamentale per mantenere alti ritmo e aspettative.

Avevo già letto due suoi romanzi, Se consideri le colpe e Ogni promessa, e come libro delle vacanze ho scelto – quasi per caso, acquistandolo il giorno stesso della mia partenza – la sua ultima opera, una raccolta di racconti intitolata La vita non è in ordine alfabetico. (Ho un’insana passione per i racconti, quindi non mi sono lasciato sfuggire l’occasione).

COP_Bajani_Vita.inddSi tratta, però, di un’opera un po’ differente dai soliti libri di racconti. Sono 21 capitoletti, uno per ogni lettera del nostro alfabeto. Per ogni lettera una o due parole sono il pretesto per una piccola storia, che – in mai più di due pagine – condensa un’emozione, un evento, uno stato d’animo.

Ovviamente ci sono episodi più riusciti e altri meno, racconti resi più o meno coinvolgenti dal vissuto del lettore. E c’è l’abilità di Bajani, che cesella parole e punteggiatura, e non sbaglia un aggettivo neanche a farlo apposta.

Tutto bene, quindi? Sì, non fosse che il libro nasconde un’insidia.

La scrittura di Bajani fa sì che la lettura sia estremamente scorrevole, per cui ci si ritrova a divorare i racconti e le pagine, correndo il rischio di perdere le sfumature e soprattutto di non fermarsi a riflettere su ogni singolo episodio. Dopo un po’ succede che si vada in una specie di overdose, che tutto si appiattisca, che non si riesca più ad apprezzare la pagina scritta.

Si tratta del classico libro da tenere sul comodino e da cui piluccare poche – pochissime – pagine ogni sera, prima di addormentarsi oppure – per chi se lo può permettere – appena svegli.

Allora sì che lo si potrà godere a pieno e al meglio.

Vino in abbinamento.

Ci sono vini che al primo assaggio ti stupiscono. Precisi al limite della perfezione, ricchi, appaganti. Il primo sorso ti stordisce, il secondo ti incanta. Ma il terzo ti delude, perché inizi a capire che si tratta di vini costruiti apposta per épater. Vini di cui riesci a bere un solo bicchiere per poi abbandonarli e passare ad un’altra etichetta, magari non così perfetta ma sicuramente più facile e piacevole da bere (e li sì che la bottiglia la si finisce tranquillamente.)

Nomi? Non li faccio neanche sotto tortura, ma li potete trovare quasi ovunque, per esempio in qualche zona della Francia (una mi pare ricordi una sfumatura di rosso) ma anche in Italia e – in abbondanza – nel Nuovo Mondo.

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