Da poco ho parlato di Julio Cortázar (vedi qui) e di un suo racconto, su cui voglio tornare.

Il racconto si intitola Manoscritto trovato in una tasca e lo trovate nella racconta Ottaedro.
La trama è relativamente semplice.
Un uomo si inventa un gioco e lo gioca in solitaria nella metropolitana di Parigi. Al mattino sceglie il percorso che compirà nella giornata: le fermate, i cambi di linea, le risalite in superficie. Poi, quando su di un vagone una ragazza ricambia, anche solo per un istante, il suo sguardo, decide di seguirla solo se il suo percorso coinciderà con quello prestabilito. Solo all’uscita in strada potrà rivolgerle la parola. Un giorno, trasgredendo la regola, abborda una ragazza. Un caffè, tante parole, l’amore. Ma il nostro non è contento: decide di rivelare alla ragazza il suo gioco e di giocarlo con lei. Avranno due settimane di tempo per giocare e ritrovarsi.

METRO PARIGI

Il racconto è scritto magistralmente (non leggete la traduzione che trovate in rete, non rende giustizia), ma per chi ha letto anche solo un frammento di Cortázar questa non è una novità.

Il racconto è soprattutto una grande metafora della vita. Di come spesso ci si affidi al caso (che è l’anagramma di caos, pensateci) quando invece abbiamo il potere di modificare le cose, di farle andare come vogliamo (o vorremmo).
Come il protagonista del Manoscritto, abbiamo il potere di cambiare il corso delle cose, trasgredire le regole del gioco quando queste si dimostrano troppo strette e ci impedisco di ottenere ciò che desideriamo. Facendo però attenzione a non ricadere nel tranello delle stesse regole. A non farci prendere prigionieri di quei ragni – metaforici – che Cortázar fa incombere sui suoi personaggi.

Pensateci, la prossima volta che prenderete la metropolitana.