Esiste la perfezione?
Forse sì.
L’incipit di Cent’anni di solitudine. Le poesie di Cortázar Il finale di certi racconti di Borges. Nadia Comăneci alle Olimpiadi di Montréal 1976. Il Taj Mahal. Le dune dell’Acacus. Il David di Michelangelo. Le pennellate di Monet. La volée di rovescio di Stefan Edberg. A day in the life dei Beatles o Space oddity di David Bowie o Little wing di Jimi Hendrix. Il riff di Whole lotta love dei Led Zeppelin. L’attacco di Satisfation degli Stones. (E mi fermo qui: l’elenco potrebbe continuare per pagine e lascio a voi il divertimento.)

E nel vino? Esiste la perfezione? Esistono vini a cui si possono attribuire i fatidici cento centesimi?
Il lettoresommelier è convinto di no.
Anche se ogni tanto questa sua convinzione vacilla.

È vacillata qualche mese fa, quando ho avuto la fortuna di bere (non assaggiare, bere!) un Échézeaux 2004 del Domaine de la Romanée-Conti.
ECHEZEAUXUn vino stupefacente già dal colore (ché il vostro ha un debole per il colore del vino, chiedete conferma a quei poveretti che subiscono le sue lezioni), così vivo e intenso da incitare letteralmente all’assaggio. Poi i profumi. Tutti netti, precisi, vividi. Non una sbavatura, neanche a bottiglia appena aperta. Un naso apparentemente persino facile, tanto erano evidenti i vari sentori: la frutta, i fiori, le spezie, il minerale. Una perfezione da dare i brividi, al limite della sindrome di Stendhal. E poi lo assaggi ed è irresistibilmente buono. Ci sono l’acidità e la sapidità e la struttura e l’equilibrio e la persistenza e un’eleganza quasi sovrannaturale.
E nonostante possa apparire un vino estremamente facile da bere, è difficile – nonostante quello che si possa pensare – descrivere tanta perfezione. Provateci voi a raccontare Space oddity a chi non l’ha mai ascoltata.
Insomma, vi toccherà berlo per poi dirmi se ho o meno ragione.

Da poco invece ho bevuto (ebbene sì, anche qui non mi sono limitato alla degustazione!) un altro vino del Domaine de la Romanée-Conti. Questa volta si è trattato di un Vosne-Romanée 1999.
VOSNE ROMANEEL’esordio non è stato dei migliori: il tappo aveva una puzzettina di muffa che non lasciava presagire nulla di buono. Un brivido di terrore lungo la schiena, ma lassù qualcuno ci ha amato: il vino non ne aveva risentito.
Però già il colore diceva che c’era qualcosa di diverso rispetto all’Échézeaux: vivo ma non brillante, invitante sì ma non così incalzante. Poi il naso si è tuffato nel bicchiere, ed è stata una gran bella immersione. Spezie, tabacco, humus, frutti rossi. Tutto il paradigma del pinot nero. Tutto reso ancora più affascinante da quella mancanza di algida perfezione che caratterizzava il fratellino minore. Un’eleganza impreziosita e sottolineata da profumi più decisi e intensi, meno perfetti ma di grande personalità. L’assaggio poi rivela un vino tosto, grintoso, dove il gusto e l’equilibrio sono sottolineati, se non amplificati, da una nota tannica che non ci si aspetta.

Due considerazioni.

Uno. La perfezione in un vino esiste. Forse.

Due. Gran cosa la perfezione, ma forse il lettoresommelier (che è un pignolo mica da ridere) preferisce i vini che hanno quei leggeri difetti che li rendono irresistibili. Quelle piccole imperfezioni che li rendono meno algidi e più umani, mettendo ancora più in evidenza tutte le note positive.

E voi? Siete per la perfezione o vi lasciate affascinare dai piccoli difetti?