La storia.
Nel 1659 l’olandese Jan Van Riebeeck, governatore del Capo, scriveva sul suo diario: “Oggi, sia lodato il Signore, per la prima volta è stato spremuto vino dalle uve del Capo”. Avete letto bene, milleseicentocinquantanove, 356 anni or sono, a dimostrazione che la storia del vino sudafricano, a differenza degli altri paesi del “nuovo mondo”, ha radici profonde. Pochi anni prima – nel 1652 – la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali aveva realizzato il primo insediamento permanente in quello che sarebbe divenuto l’attuale Sudafrica, concependolo come punto di rifornimento per le navi di passaggio. Ben presto però la Compagnia concesse ad alcuni dipendenti che avevano terminato il contratto di insediarsi come contadini nella zona, dando origine alla prima piccola comunità e conseguentemente alla storia del vino sudafricano. Vino che ha accompagnato la storia del paese lungo questi secoli, costellati dall’esproprio – spesso accompagnato da spargimento di sangue – delle terre delle tribù locali, dalle guerre con gli Inglesi, dal nazionalismo africano del dopoguerra, sino ad arrivare al primo dopoguerra segnato dall’apartheid e dall’embargo, che portò allo stop quasi totale della produzione vitivinicola. Produzione che è ripresa negli ultimi anni del 1900, dopo la fine del regime segregazionista e la liberazione – nel febbraio del 1990 – di Nelson Mandela. Il vino Sudafricano non ha dimenticato le sue radici e ha ripreso slancio, sia dal punto di vista produttivo, sia da quello commerciale.

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Le zone.
Dici Sudafrica e pensi Stellenbosch. Ma la mappa delle vitivinicoltura del paese è molto più estesa e variegata, comprendendo gran parte delle zona a sudovest del paese, con propaggini che raggiungono il nord e la vicina Namibia.
La prima zona di produzione fu quella di Constantia, poco a sud di Città del Capo, dominata dalla sagoma della Table Mountain, che fa da quinta a vigneti storici, e favorita da un particolare microclima, influenzato dalle correnti che spirano dal vicino Oceano (il capo di buona Speranza dista poche decine di chilometri) che rendono la zona ottimale per la coltivazioni di vini bianchi (molti sauvignon sudafricani e la quasi totalità degli spumanti arrivano da questa zona). Qui si produceva – e da pochi anni si è tornato a produrre – il vino più rinomato del Sudafrica, quel Vin de Constance citato da Dickens e da Jane Austen che raggiunse fama europea (che all’epoca voleva dire mondiale) finendo sulle tavole di re e imperatori e consolando Napoleone durante il suo esilio a Sant’Elena.
Se Stellenbosch e Paarl fanno parte del leone sulle etichette sudafricane, ottime bottiglie arrivano dalla zona dell’Olifant River e dalle regioni costiere di Walker Bay e dell’Overberg.

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Stellenbosch

I vitigni e i vigneti.
Sebbene l’uva simbolo del paese sia il Pinotage – ottenuto nel 1925 da Abraham Perold, ricercatore dell’Università di Stellenbosch, incrociando pinot nero e cinsault –, quasi l‘80% della produzione è rappresentata da vini bianchi. Chardonnay e Sauvignon, ma non solo. Lo chenin blanc e molto diffuso, tanto che quasi tutte le aziende ne presentano almeno un paio di versioni. Diffuso anche il viognier, mentre è raro trovare riesling e varietà aromatiche, fatta eccezione per il moscato di frontignan. Sul fronte dei rossi, i soliti noti: cabernet sauvignon, merlot, syrah, pinot noir. Specialmente nella zona del Capo si producono ottimi vini spumanti con la menzione “Cap Classique”.
Grande cura viene posta nella gestione del vigneto, a dimostrazione della radicata presenza della coltivazione della vite. Se la scuola enologica di Stellenbosch fornisce un gran numero di figure professionali, quasi tutti gli enologi e anche molti addetti al settore commerciale hanno fatto delle esperienze in Francia.

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Walker Bay

Le aziende.
Molte sono le aziende che hanno origini antiche, specialmente nella zona del Capo e in quella di Stellenbosch e Paarl. Le cantine conservano le strutture originarie e costituiscono anche un’ottima occasione per osservare l’architettura olandese del 1600. Tutte poi sono attive nel promuovere il vino: dalle 9 alle 17 è possibile degustare (in alcuni casi gratuitamente, in altri ci si toglie il pensiero con un paio di euro) direttamente in azienda, e in alcuni casi è prevista la visita alle cantine. Il personale è molto preparato, professionale, disponibile e sempre sorridente, pronto a rispondere a tutte le eventuali domande. Visto che l’utenza media è costituita da turisti che dedicano solamente poche ore alla visita delle zone vinicole, in alcuni casi pare di essere in una sorta catena di montaggio, ma se si intravede un maggiore interesse e una maggiore professionalità nella degustazione, le cose cambiano e si è trattati con ancora maggior riguardo.

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Constantia

I vini e le degustazioni.
Nonostante abbia effettuato parecchi assaggi, è sempre difficile in pochi giorni avere il panorama completo della produzione di un paese, anche considerando la sua vastità ed eterogeneità. Ma un’idea ce la si fa, ed è quella di una buona qualità media, forse senza troppi picchi ma più che apprezzabile. I prezzi poi sono spesso commoventi. Se al supermercato si può acquistare un vino più che buono a partire da 4/5 euro, al ristorante – e parlo di ristorazione di livello medio e alto –- si fatica a spendere più di 15/20 euro per una bottiglia di bianco e 25/30 euro per una di rosso. Unico neo, è molto difficile trovare vini “vecchi”: i sudafricani tendono a bare vini giovani, e produttori, ristoratori ed enotecari si adeguano a questa tendenza. L’unica speranza per poter degustare un vino che abbia più di 5 anni, a meno di imbattersi fortunosamente in qualche bottiglia dimenticata in cantina, è quella di essere invitati da qualche privato che abbia avuto voglia di conservare qualche vecchia annata. Altra pecca riguarda il servizio al calice dei vini spumanti, che non viene quasi mai effettuato, per paura di sgasare il prodotto (sic!).
Qualche nome? Vi accontento, con una piccola selezione di alcune aziende fatta a pelle, cercando di privilegiare quelle un po’ meno conosciute.

Hamilton Russel. La Borgogna in Sudafrica. Produce solo due vini, uno Chardonnay e un Pinot Noir in perfetto stile borgognone. Buonissimi!
Fairview. Nonostante sia un colosso da oltre 2 milioni di bottiglie, ha un’ottima qualità e prezzi interessanti. Al vino affianca un’interessante produzione di formaggi di capra.
Lanzerac. Altro colosso, i primi a imbottigliare il Pinotage. Il loto Pioneer è un po’ un punto di riferimento, ma anche il base non è male.
Klein Constantia. Il suo vino dolce era un mito nel 1800, e sta tornando a esserlo.
Graham Beck e Pongracz. Producono vini spumanti. Se la prima azienda è stata quella che ha “inventato” il metodo classico sudafricano, la seconda a mio parere l’ha superata in qualità.
E poi, in ordine sparso: Zorgvliet, Tokara, Backsberg, Nederburg, Spiers, Meerlust.

 
È sempre interessante confrontarsi con altre realtà, e farlo sul campo è sicuramente il modo migliore. Sicuramente per l’appassionato di vino e per il Sommelier il Sudafrica rappresenta un’ottima occasione di scoperta, coniugando la vacanza enoica – che non vuol dire solo andare per cantine, ma anche approfittare di un’offerta di ristorazione di alto livello a prezzi abbordabili – con la visita di un paese dalle molte attrattive, facile da girare ed estremamente amichevole.