Steven Spurrier, il visionario che cambiò la storia del vino

 

Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia.
(Erasmo da Rotterdam)

 

Ci sono pochi uomini che possono vantare di aver cambiato la storia del vino. Uno di questi è sicuramente Steven Spurrier, che ci ha lasciati esattamente un mese fa, lo scorso 9 marzo.

Nato a Cambridge nel 1941, dopo essersi laureato alla London School of Economics e nel 1965 entra nel mondo del vino come apprendista presso il più antico mercante di vino londinese.
Nel 1970 si trasferisce a Parigi, dove rileva una piccola enoteca. La sua Les Caves de la Madeleine è subito innovativa: ai clienti vengono proposti i vini in degustazione prima del loro acquisto.
Nel 1973 fonda L’Academie du Vin, la prima “scuola del vino” privata in Francia.
Nel 1988 torna nel Regno Unito, occupandosi di consulenze e scrivendo di vino, come editor di Decanter e come autore di numerosi testi divulgativi, attività che ha proseguito sino alla sua scomparsa.
Dal 2001 produce anche spumante nel Dorset, con l’etichetta Bride Valley.

Ma la storia di Steven Spurrier è indissolubilmente legata a una data: 24 maggio 1976.
Quel giorno, passato alla storia come Le jugement de Paris, vide sfidarsi in una degustazione alla cieca 6 cabernet e 6 chardonnay californiani contro 4 Bordeaux e 4 Borgogna bianchi. A prevalere furono due vini californiani: il cabernet Stag’s Leap Wine Cellar e lo chardonnay Chateau Montelena.
Ma la vera vincitrice fu la viticoltura californiana, che da quell’evento prese lo slancio per una crescita letteralmente esponenziale e da quel giorno in poi la storia e la geografia del vino non furono più le stesse.

Basterebbe un evento di questa portata per giustificare una carriera: ma tutta la vita professionale di Spurrier è stata segnata da una forza visionaria con pochi uguali.

Se a soli 35 anni, in un mondo come quello del vino con forte tendenza alla gerontocrazia, aveva concepito e realizzato un evento di portata unica ed enorme, anche prima Spurrier non aveva scherzato. Oggi le degustazioni in enoteca oggi la norma, ma non lo erano di sicuro nel 1970, così come negli stessi anni insegnare il vino era ancora attività decisamente elitaria e riservata ai professionisti della ristorazione.

Occorrevano coraggio, visione, determinazione e una buona dose di sfrontatezza per sovvertire il sistema – ricordatevi cosa successe a Parigi e poi in Europa nel 1968 – e Spurrier ha incarnato tutte queste qualità, incarnando la figura del perfetto divulgatore di vino, scendendo dal piedistallo e cercando di portarlo al pubblico, sempre con grande professionalità.

E forse il pacato signore dal guardaroba elegantemente démodé che in questi giorni è comparso in ogni sito che parla di vino, più che un ricco e gaudente borghese deve essere visto come un lucido rivoluzionario.

Celebriamolo dunque, con la speranza che un po’ della sua lucida visionarietà torni a illuminare un mondo che pare stancamente avvolgersi sempre più in se stesso.

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