Siamo quello che mangiamo?

Pochi giorni or sono mi ero ripromesso (leggi qui) di non parlare troppo spesso di cucina e alimentazione, ma ora vengo subito meno alla parola data. Lo faccio però in buona fede e sull’onda di una lettura da poco terminata che fornisce ottimi spunti per capire come ci approcciamo al cibo e alla tavola.

Il libro in questione si intitola Il dilemma dell’onnivoro (The Omnivore’s Dilemma: A Natural History of Four Meals) ed è stato scritto dallo statunitense Michael Pollan, già autore di altri saggi sul cibo e su ciò che gli ruota attorno.

Il testo analizza le abitudini alimentari statunitensi, ma è facilmente adattabile anche alle nostre, specialmente se rapportate agli ultimi anni. Pollan svolge un’indagine accurata per capire cosa finisce sulle tavole e negli stomaci dei sui connazionali, e lo fa esponendosi in prima persona, indagando e sperimentando con meticolosità assoluta.

ONNIVORO 02Tre sono le grandi vie intraprese, che sfociano in altrettanti pasti, realizzati e consumati realmente da Pollan in compagnia di familiari e amici.

La prima ci porta a conoscere il fenomeno mais: coltura ormai diffusissima – specialmente nelle pianure degli Stati Uniti – e utilizzata per un’infinità di scopi. Non solo come alimento, ma anche per produrre mangimi, dolcificanti (lo sapevate che la maggior parte delle bibite commerciali è dolcificata proprio grazie al mais?), conservanti, medicine e via discorrendo. Il mais quindi come elemento base della catena alimentare: catena che subisce inevitabili distorsioni e le cui redini sono tenute dalle industrie chimiche e farmaceutiche. Il pasto scelto dall’autore non poteva che essere acquistato in un McDonald’s e consumato in auto (anch’essa alimentata parzialmente con derivati del mais).

La seconda via è quella dell’agricoltura e dell’allevamento sostenibili. Mentre per il mais era la larga scala a dominare produzione e mercato, qui sono i piccoli produttori a prendere la scena. Pollan fa però precedere il suo racconto da un’analisi accurata – e spietata – del fenomeno “bio”, stigmatizzandone alcuni aspetti legati alla moda e soprattutto al marketing. La scena si sposta poi presso una fattoria modello, dove agricoltura e allevamento convivono in sinergia, e dove ogni aspetto della produzione è accuratamente programmato al fine di ottenere la perfetta convivenza tra animali e prodotti della terra. Qui il pasto sarà sano e ruspante, preparato dallo stesso autore con prodotti provenienti dalla fattoria.

ONNIVORO 03

Michael Pollan

La terza e ultima via rappresenta un ritorno all’ancestrale, alla vera essenza dell’onnivoro. Prima di divenire allevatore e coltivatore, l’uomo nasce cacciatore e raccoglitore. Pollan si rimette in gioco e, sfidando anche remore personali, si produce in una battura di caccia e nella ricerca di funghi al fine di realizzare l’ultimo pasto del libro, quello che lui definisce “perfetto”. Una cena realizzata solamente – anche se con qualche eccezione – con prodotti reperiti cacciando e raccogliendo vegetali e frutti spontanei.

Tirando le somme alla fine della lettura dei tre menù, si arriva ad almeno due conclusioni.

La prima è che c’è poca consapevolezza riguardo a quello che ci arriva nel piatto (e che molto spesso ci procacciamo tra le corsie del supermercato). Leggere le etichette è sempre più indispensabile, anche se spesso non si hanno i mezzi e le conoscenze necessarie per farlo a fondo.

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