“Non ti conosco bene, e non so come sono fatti i tuoi amici. Ma a me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant’anni, non ci sarà nessuno… nessuno più anziano… non ci saranno persone più anziane di noi che si ricorderanno la Grande Depressione, o la guerra, persone che hanno alle spalle sacrifici considerevoli. E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose.”
(David Foster Wallace)

Morire giovani non è bello.
Ma se si è artisti conferisce quell’aura da maledetti (o sfortunati) che ti rende un mito e che sicuramente rende contenti gli eredi. E – sono schifosamente cinico, lo so – impedisce le cadute di stile dovute alla mancanza di creatività che spesso accompagna la vecchiaia e la parabola discendente di tanti artisti.

David Foster Wallace è morto giovane, a 46 anni: una sera di settembre ha deciso di impiccarsi nel patio della sua casa di Claremont, in California.
E se la sua vita e le sue opere l’avevano già segnalato come una delle figure più interessanti e soprattutto innovative delle letteratura statunitense, la sua morte ha contribuito alla sua definitiva consacrazione.

IJ 02Nel 1996, a 34 anni, DFW (lo chiamano tutti così: lo faccio anche io ed evito di scrivere tutto il nome per esteso) scrisse quello che è considerata la sua opera più importante: Infinite Jest. (Sinceramente non ho idea del perché in Einaudi abbiano scelto di non tradurre il titolo in italiano: ché se a volte alcune traduzioni sono raccapriccianti, in questo caso non avrei avuto nulla da recriminare se in copertina avessi trovato Scherzo Infinito oppure Divertimento Infinito. Misteri dell’editoria.)

Qualche numero per iniziare a capire il romanzo. Un chilo e 90 grammi di peso. Sei centimetri di spessore. Milleduecentottantuno pagine (di cui 100 solo di note ed errata corrige). Insomma, un’opera che non deve essere stata facile da scrivere ma anche complessa e non semplice da leggere (più volte ho rimpianto di non avere le versione digitale, molto più maneggevole).

Di cosa parla Infinite Jest? Parla di tennis (sport che il nostro ha praticato). Parla di droga. Parla di alienazione (ché i primi due argomenti la aiutano, e non poco). Parla della difficoltà di relazionarsi con gli altri. Parla di un futuro non troppo prossimo dove la frontiera tra USA e Canada ha subito stravolgimenti non da poco. Parla di un gruppo di separatisti del Québec. Parla di un misterioso film (l’Infinite Jest del titolo) che provoca assuefazione in chi lo guarda sino a portarlo alla morte. Parla di sesso e di amore. Parla di crescita. Parla di tentativi di redenzione. Parla di tante altre cose.
Il tutto ambientato in un futuro non troppo lontano, dove il presidente degli Stati Uniti è un ex cantante che si esibiva a Las Vegas ossessionato dall’igiene e dove il mercato e le multinazionali hanno preso il definitivo sopravvento così tanto che ogni anno non è più indicato da un numero bensì dal prodotto che lo sponsorizza.
E la trama? La trama è molto esile, tanto che il romanzo non ha un vero e proprio finale. A parte qualche flashback, l’azione si svolge in un arco temporale relativamente breve.

IJ 01La critica vera l’ha paragonato a De Lillo, Pynchon, Barth e persino a Borges (sic!). Io, che capisco (forse) più di vino che di letteratura ho avuto l’impressione, leggendolo, di trovarmi davanti a un Joyce in fissa con il tennis e perennemente in acido che abbia deciso di chiamare Burroughs come consulente su droghe e affini per scrivere una storia a due mani.

“Ok, ma ti è piaciuto? Me lo consiglieresti?” chiede il paziente lettore.
Bella domanda.
Non lo so. Alcune pagine mi hanno divertito. Altre mi hanno annoiato con la loro verbosità e la loro didatticità (DFW aveva una cultura smisurata su medicinali e sostanze psicotrope, ma la tante, troppe note sull’argomento alla fine mi hanno stremato). Altre mi hanno fatto male.
Però.
Non c’è stata una frase, in un mare smisurato di pagine, che mi abbia colpito. Che mi abbia emozionato. Che mi abbia fatto fermare per rileggerla e magati appuntarmela (non mi piace sottolineare i libri, è una delle mie manie). Che mi abbia fatto urlare al capolavoro.

Sicuramente un romanzo di rottura, ma non un romanzo stilisticamente innovativo. Ché il flusso di coscienza e la descrizione dell’uso e soprattutto dell’abuso delle droghe le avevano già inventate i due signori di cui sopra.
Un romanzo che ha il pregio di intuire una parte della società che stiamo vivendo con vent’anni di anticipo (quelli bravi direbbero “visionario”) ma che, a mio modestissimo parere e nonostante l’evidente talento di DFW, non ha quel guizzo o quel colpo di genio che mi fanno gridare al capolavoro.

Vino in abbinamento.
Una cosa bisogna dirlo. DFW non incorre nel malvezzo di molti romanzieri contemporanei di infilare – spesso a sproposito – qualche bottiglia di vino nelle loro opere. Per cui sotto questo aspetto non offre spunti significativi. Visto che il libri parla (anche) di ossessioni e dipendenze, ho fatto mente locale sui vini che mi hanno dato dipendenza. Quei vini che finita la bottiglia (quasi sempre troppo in fretta) ti fanno venire voglia di scendere in cantina a prenderne subito un’altra, e poi magari un’altra ancora. Sono stato fortunato e ne potrei citare parecchi. Ma il primo che mi viene in mente (non chiedetemi perché) è il La Lune del Domaine de la Sansonnière. Siamo in Loira, il vitigno è lo chenin blanc e il produttore – Mark Angeli – è un vero e proprio integralista della biodinamica.