Ingredienti per un romanzo di successo.

-   Una storia misteriosa e non troppo lineare, meglio ancora se aiutata da frequenti flashback che disorientano il lettore.
-   Un argomento – che può anche essere pretestuoso – misterioso e affascinante e di cui il lettore sa poco ma vorrebbe sapere di più.
-   Uno stile di scrittura piano e non troppo letterario, anche se infilare ogni tanto qualche termine erudito aiuta e fa tanto intellettuale.
-   Un contesto storico che scuote sempre l’animo (e la coscienza) del lettore.
-   Una netta distinzione tra buoni e cattivi.
-   Un finale a sorpresa.
-   Un buon ufficio stampa.

Come ho ribadito più di una volta nei miei post, sono un maledetto snob. E il mio essere snob si riflette anche nella scelta dei libri, che mi porta quasi sempre a evitare i best seller e i romanzi di successo.
Ogni tante però cedo anche io, magari dopo qualche anno. Che non c’è nulla di più snob che leggere un best seller anni dopo che è stato sulla breccia, quando ormai è diventato fuori moda.
La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig ebbe grande successo in Italia nel 1993, per cui leggerlo vent’anni dopo mi pare sufficientemente snob. Così come è decisamente snob criticarlo senza pietà.

VARIANTE LUNEBURGLa trama? C’è subito un morto, ma non si tratta di un giallo perché si scopre subito che si tratta di un suicidio. Arrivano il primo flashback e un viaggio in treno, dove entra in scena il gioco degli scacchi, coprotagonista – e argomento pretestuoso di cui sopra – del romanzo. Il viaggio è lungo: si gioca a scacchi ma un nuovo arrivato nello scompartimento interrompe il gioco e inizia a raccontare. E qui, pagina dopo pagina, si dipana la matassina che Maurensig aveva confezionato. Insomma, è un po’ come quando scopri che il tuo vicino di treno è stato compagno di scuola della tua ex fidanzata cha adesso ha sposato il controllore (che passava proprio in qual momento a verificare il tuo titolo di viaggio). Qui però si parla di cose un po’ più serie e drammatiche – vedi sempre sopra – come il nazismo e i campi di concentramento. E qui mi fermo, che ho sempre detestato rovinare le sorprese e i finali, ammesso che dopo questa stroncatura abbiate ancora viglia di leggere il libro.

Ora, gli elementi per un buon romanzo, di quelli che rimangono e continuano a essere letti nei decenni, potrebbero anche esserci. Manca però – beninteso, a mio parere – la scrittura. Lo stile è piano, quasi da cronista. Manca il guizzo, la scintilla che illumini la pagina e accenda l’immaginazione e l’emozione.
L’impressione è quella di uno sterile esercizio di stile o, peggio, di un prodotto confezionato per piacere e vendere.
La riprova è che dopo tanto tempo il romanzo era caduto nel dimenticatoio, e c’è voluta l’edizione digitale per ridare un po’ di fiato a un’opera di cui fra qualche anno non sentiremo più parlare.
E non si tratterà di questa gran perdita.

Vino in abbinamento.
Come ben sanno gli amici sommelier che mi seguono, ci sono due maniere per abbinare il vino al cibo, che agiscono in sinergia: contrapposizione e concordanza. In base a questi principi, alcune caratteristiche di un piatto devono essere bilanciate e da quelle del vino (contrapposizione), mentre altre richiedono le medesime caratteristiche anche nel vino (concordanza: qui l’esempio più lampante è la dolcezza, per cui ai dolci si deve sempre abbinare un vino dolce). Qui le opzioni sono due. Concordanza, abbinando un vino costruito per piacere e impressionare il pubblico (e magari anche qualche degustatore). Oppure contrapposizione, andando a cercare nel vino quel guizzo che non si trova nel romanzo. E non importa se il vino non sarà perfetto, che qualche piccola sbavatura contribuirà a renderlo ancora più affascinante. Io opto per la seconda soluzione (anche perché da snob non potrei fare altrimenti). Ma sono magnanimo e lascio a voi la scelta finale.