Sono pochi i film che parlano di vino, per cui ogni uscita suscita (o dovrebbe suscitare) curiosità tra gli appassionati.
Devo dire che la notizia di un film-documentario dedicato ai Barolo Boys mi aveva lasciato piuttosto tiepido e mi sono avvicinato alla visione con più di un preconcetto.

Ma partiamo dall’inizio. Chi sono i Barolo Boys?
Sono un gruppo di produttori che negli anni ’80 rivoluzionarono il modo di pensare, fare e vendere il Barolo. Giovani, determinati, uniti (caratteristica, questa, inedita ma determinante), portarono una ventata di innovazione che, se non spazzò via chi era ancorato alla tradizione, riuscì però a dare linfa nuova a un vino che soffriva una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

BAROLO BOYS 01“Barolo Boys. Storia di una rivoluzione” è un susseguirsi di interviste e filmati di repertorio, ben montati e armonizzati con i giusti tempi. Parlano i Barolo Boys ma non solo. A Elio Altare, Chiara Boschis, Roberto Voerzio, Giorgio Rivetti, si alternano le voci dei “tradizionalisti” Bartolo Mascarello, Giuseppe Rinaldi e di un innovatore sui generis come Lorenzo Accomasso.

Contrariamente ad altri film del genere – penso a “Mondovino” e “Resitenza Naturale” di Nossiter (vedi qui e qui) ma anche alle opere di Michael Moore – Paolo Casali e Tiziano Gaia, che firmano sceneggiatura e regia, non prendono posizione. Si limitano a far parlare tutti i protagonisti e danno allo spettatore i mezzi per formarsi la propria opinione, lasciandogli la massima libertà di giudizio. Scelta stilistica che ho molto apprezzato e che non sottrae personalità e incisività all’opera.

Tutto bello, allora?
No. Ci sono un paio di cose che non mi sono piaciute.

La prima è stata la scelta di affidare a Joe Bastianich la parte di voce narrante. Perché? Non ha nulla a che fare con il Barolo e ha una voce non propriamente gradevole e chiara. Immagino sia il tentativo, in vista di una lancio del film sul mercato statunitense (grande acquirente e consumatore di Barolo), di aumentare visibilità e popolarità. Ma allora perché non affidare il doppiaggio di una voce fiori campo a qualche famoso attore americano?

E poi c’è lui, l’immancabile Farinetti. Che pontifica dall’alto della sua decennale esperienza di produttore di vino, inquadrato con dietro uno scaffale di Eataly zeppo di bottiglie di una delle sue aziende. Insomma, la cosa puzza di marchetta lontano chilometri. (Faccio il malpensante sino in fondo. Negli USA Bastianich è in società con Farinetti: questi forse spiega il suo ruolo di voce narrante.)

Ma sono dettagli che, per fortuna, si perdono nel flusso della narrazione. Anche qui, come nella realtà, vincono il vino e gli uomini che lo producono.