Mi hanno sempre affascinato i romanzi che riducono l’azione a un tempo molto limitato di poche ore o una sola giornata. L’Ulisse di Joyce su tutti.
Per questo mi sono accostato a Sabato di Ian McEwan con grandi aspettative. Aspettative in parte deluse, ché il nostro scrive bene, ha tecnica e mestiere, ma forse questa volta ha esagerato.
Ma andiamo con ordine.

Il romanzo racconta di una giornata della vita di Henry Perowne, cinquantenne e affermato neurochirurgo londinese.
Il sabato di cui si racconta è il 15 febbraio 2003, data in cui a Londra si tenne una grande manifestazione contro l’invasione dell’Iraq da parte degli USA. Ma è anche il sabato in cui a casa Perowne si prepara una riunione familiare: la figlia che torna da Parigi con le bozze della sua prima raccolta di poesie (e non solo) e il vecchio suocero – burbero poeta alcolizzato e iniziatore della nipote – che esce dal suo esilio per rivedere la famiglia.

SABATO 02Ma al nostro ne succedono di tutti i colori: si affaccia alla finestra in piena notte mentre un aereo in fiamme attraversa il cielo; viene aggredito in strada da tre bulli dopo un lieve incidente automobilistico; perde un’appassionante partita a squash che neanche la finale di Wimbledon; va a trovare la vecchia madre; va a fare la spesa; cucina la cena con perizia da gande chef (o quantomeno da Masterchef); subisce un tentativo di rapina in casa; viene chiamato d’urgenza in ospedale per operare e salvare una vita; torna a casa e ha ancora la voglia – e soprattutto la forza – di fare l’amore con la moglie.
Il tutto raccontato – e arricchito dal ricordo di episodi del passato – per più di trecento pagine. Troppe.

Perché alla lunga la lettura diventa noiosa. Annoiano le troppe – lunghe, lunghissime – descrizioni di interventi chirurgici e colpi di squash; annoiano i troppi flashback; annoiano le scene tenute in sospeso sempre quel troppo che trasforma la tensione in esasperazione; annoia il troppo manicheismo; annoia la famiglia Perowne, dove tutti sono belli, bravi, ricchi, talentuosi, realizzati e – a modo loro – anche felici.

Nel libro si parla molto anche di poesia. Ecco: se la poesia riesce a cristallizzare con poche parole un concetto o un’immagine mentre il romanzo può permettersi di divagare e soprattutto approfondire. Ma in questo caso McEwan avrebbe dovuto ispirarsi ai sui colleghi poeti e asciugare un romanzo che dopo le prime 50 pagine diventa stucchevole.

Vino in abbinamento.
Gli inglesi hanno sempre avuto una particolare predilezione per il vino, e McEwan non resiste al perverso richiamo che induce gli scrittori contemporanei a infilare qualche bottiglia nei loro romanzi (non so se è più promessa o più minaccia, ma ne parlerò in un prossimo post). Il dottor Perowne ha il frigo pieno di Champagne e dalla sua cantina porta in cucina, a riscaldarsi vicino ai fornelli (sic!) e per accompagnare la sua mirabolante zuppa di pesce, delle bottiglie di Côtes du Rhône. Per scampare a un inevitabile cerchio alla testa post cena, e soprattutto per recuperare la levità compromessa non solo dalle libagioni ma anche e soprattutto dalla lettura del romanzo, suggerisco di concludere la serata con un Riesling della Mosella, magari della grande annata 1997. Eleganza e levità che vi rimetteranno in sesto stomaco e soprattutto cuore e vi faranno dimenticare ogni pesantezza.