Così come il colonello Aureliano Buendía, anche io ricordo quel remoto pomeriggio (sarà stato il 1983 o il 1984) in cui iniziai a leggere Cent’anni di solitudine. Ricordo che, come sarà capitato a molti, restai folgorato da quell’incipit che parlava di plotoni d’esecuzione e di ghiaccio. Ma ancora più forte è il ricordo della terza frase del primo capoverso: “Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”
Poi mi persi nell’intricata geografia di Macondo a nell’ancora più intricata araldica della famiglia Buendía, dove si faticava a distinguere gli Aureliano e a ricordare i vari legami di parentela.
Da quella lettura, e da quella delle altre opere di Márquez, nacquero la mia passione e il mio interesse per la letteratura iberoamericana, che mi portarono forse a trascurare il primo amore e a rendermi devoto a nuovi autori.
Ma Gabo è stato quello che, almeno mediaticamente e con il formidabile volano del Nobel vinto nel 1982, ha dato inizio a tutto.
Prima quello che si scriveva in Sudamerica – fatte salve pochissime eccezioni – era praticamente sconosciuto. Dopo, la letteratura americana in lingua spagnola ha avuto la dignità che meritava, anche se connotata con quel termine “realismo magico” che personalmente non ho mai amato, perché segno da parte della cultura occidentale di una sorta di supremazia culturale: supremazia che impediva di avvicinarsi del tutto alla cultura del cono sur, fatta di credenze e leggende diverse, ma non per questo meno rispettabili delle nostre.

MARQUEZ 01Márquez era scrittore dalla tecnica sopraffina. Basta leggere gli incipit dei suoi romanzi per rendersene conto (“Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiango Nasar si alzò alle 5 e 30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo” è geniale, ma non è il solo), o spulciare nel vasto corpus delle sue opere: si fatica a trovare una parola o un aggettivo fuori posto.

Dietro questa perfezione quasi patinata Gabo era però anche uno che scriveva anche con il cuore e con la pancia. Uno che sapeva benissimo quali fossero – quali sono – i problemi e i drammi dell’America Latina. Problemi e drammi che ritroviamo nei suoi scritti e nei suoi personaggi: ignoranza, violenza, superstizione, sopraffazione, credulità, repressione.
Sotto un’apparenza di favola c’è il dramma concreto di un continente vessato e sfruttato. Già in Cent’anni di solitudine è palese il riferimento alla United Fruit Company – quella delle banane Chiquita, tanto per capirci – e alla sua azione sistematica di sfruttamento. Azione che non andava troppo per il sottile e che non si preoccupava di ricorrere alle maniere forti per conservare uno status che vessava i contadini, rendendoli quasi schiavi. E ora concedetemi una digressione e un consiglio: cercate e acquistate e leggete Uomini di mais di Miguel Ángel Asturias, uno dei capisaldi della letteratura latinoamericana. Leggere questo suo romanzo – del 1949 – vi farà capire da dove García Márquez ha tratto ispirazione per i suoi romanzi. Il vero “realismo magico” sta in queste pagine, dove tradizioni, miti e leggende si mescolano come in un pasticcio di mais. Dietro c’è il Guatemala: povero, dimenticato, sfruttato, annichilito da un genocidio di cui si sa ancora pochissimo.

Ma per me Márquez è stato soprattutto uno scrittore politico, non solo per la sua vicinanza (sempre negata, sebbene fosse strettamente legato a Fidel Castro) al comunismo o, meglio, al socialismo. La sua frase, pronunciata nel 1971, “Continuo a credere che il socialismo sia una possibilità reale, che sia la soluzione che ci vuole per l’America Latina e che sia necessario avere una militanza più attiva” credo sia emblematica.

E poi c’è il discorso pronunciato a Stoccolma in occasione della consegna del Nobel. Un vero e proprio manifesto, che nel 1982 aveva una valenza:
“(…) nelle buone coscienze d’Europa, e a volte anche nelle cattive, hanno fatto irruzione con impeto sempre maggiore le spettrali notizie dell’America Latina, questa immensa patria di uomini visionari e di donne memorabili, la cui infinita ostinazione si confonde con la leggenda. Non abbiamo avuto un attimo di tregua.”
“(…) Oso pensare che sia stata questa realtà fuori dal comune, e non soltanto la sua espressione letteraria, a meritare quest’anno l’attenzione dell’Accademia svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella di carta, ma vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, alimentando una sorgente creativa insaziabile, piena di sventura e di bellezza. Della quale questo colombiano errante e nostalgico non è nulla di più che un numero maggiormente segnalato dalla sorte. Poeti e mendicanti, guerrieri e poco di buono, tutte noi creature di quella realtà esagerata abbiamo dovuto chiedere molto poco all’immaginazione, perché la sfida maggiore per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per rendere credibile la nostra vita. È questo, amici, il nodo della nostra solitudine.”
“(…) L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che a Londra occorsero trecento anni per costruire le prime mura e altri trecento per avere un vescovo (…)”
“(…) Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra.”

Credo non occorra aggiungere altro.