Villero, o della territorialità.

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Quello di cru è un concetto prettamente francese. Anzi, borgognone. Lì storia, tradizione, cultura hanno identificato singole vigne con caratteristiche ben definite, caratteristiche che si ritrovano – indipendentemente dalle scelte stilistiche dei produttori – nette e precise nel bicchiere.

Anche il Barolo ha i suoi cru. Vignolo Luttati nel 1927 e Renato Ratti nel 1980 hanno classificato le vigne del territorio, identificando quelle di maggior pregio e avvicinandosi così al concetto transalpino.
Nonostante questo ritengo che, nulla togliendo alla grandezza (e grandiosità) del Barolo, quasi sempre lo stile del produttore vada a coprire, se non a offuscare, quello della vigna.
Con qualche eccezione.
Una di queste la si trova a Castiglione Falletto e si chiama Villero.

Il sommelier secchione – quello che sa tutto a memoria e vi ripete le cose come fossero una tiritera – vi direbbe tutto d’un fiato che si tratta di un vigneto di circa 15 ettari di marne elveziane biancazzurre molto drenanti e ricche di minerali esposto a sud-ovest ad un’altitudine che va dai 225 ai 360 metri con un microclima caratterizzato da un’elevata piovosità tutti fattori che consentono sempre di ottenere uve con un’ottima maturazione. E magari aggiungerebbe che si tratta di uno dei 10 vigneti che Ratti classificò di 1ª categoria. Tutti dati che lasciano intuire un terreno particolarmente vocato per l’allevamento del nebbiolo che – si sa – è uva ostica e difficile, altera nella sua nobiltà.

Il lettoresommelier, che ha un debole tutt’altro che nascosto per questo vigneto, queste cose le sa ma le tiene in serbo per altre occasioni. Preferisce raccontare delle emozioni che regala l’assaggio.
Assaggio che è avvento in più di un’occasione, e che si è ripetuto pochi giorni fa, durante una cena in Alta Langa.
Una carta dei vini decisamente invitante, con una succulenta ricchezza di annate e prezzi molto più che onesti, ha scatenato chi scrive, che ha esagerato e si è fatto aprire ben due Villero. Il 2001 di Mauro Mascarello e il 1996 di Brovia.

Ve li racconto, come sempre molto brevemente.

IMG_1461Mauro Mascarello, Barolo Villero 2001
Il colore è un granato ancora compatto e meno tenue di quello a cui ci ha abituati di solito Mauro. Il naso è decisamente “mascarelliano”, di eleganza antica e misurata: fiori secchi, fragoline di bosco appena macerate, lamponi, ricordi di spezie, sussurri balsamici ed evidentissime note ferrose e minerali. La bocca è coerente: ancora tanta freschezza e una nota sapida che lo rendono pericolosamente bevibile, coprendo ma non eliminando una ricchezza e una struttura degne di un fuoriclasse, sottolineata da un tannino che lascia il segno senza però prendersi la scena.

IMG_1463Brovia, Barolo Villero 1996
Il colore non rivela affatto i 5 anni di più. Anzi. Il granato è sempre didascalico, ma ancora ricco e compatto. L’olfatto è quasi didattico per precisione ed eleganza. Subito domina la viola secca, poi è un susseguirsi di sensazioni: confettura di fragola, ciliegie sotto spirito, frutta secca in guscio, essenza legnose, spezie (netta la noce moscata) e una ricca e implacabile vena minerale a fare da leitmotiv, a martellare come una linea di basso in un grande pezzo rock. Lo bevi ed è un’esplosione di gusto: la mineralità si fa sentire anche qui e la “ciccia” è sostenuta da acidità e da un tannino che non lascia dubbi né sul vitigno né sul cru.

Due interpretazioni differenti, che però rispettano ed esaltano le caratteristiche del grandissimo cru: un naso che si fa largo piano, scevro da ogni tentativo di impressionare il degustatore e di un’ampiezza e una progressione che paiono inesauribili (ma che bisogna aspettare). Un tannino sempre vivo e guizzante ma di raffinata eleganza, e una evidentissima mineralità, che si annuncia già al naso ma che si rivela completamente quando il vino lo si beve, arricchendolo di sapore e di persistenza.

L’abbinamento.
Per una volta lascio da parte libri dischi film e faccio il sommelier serio. Con cosa abbinare un Barolo di questo tipo. Per una volta togliamoci dai classici brasati o formaggi stagionati. Ché il Barolo, specialmente quando è tutto giocato sull’eleganza, può essere compagni di preparazioni anche meno impegnative. Quindi proviamolo su un risotto o su una pasta ripiena. Ma osiamolo, servito a non più di 16°, anche su un trancio di tonno alla griglia.

VILLERO 01

Di pecore, di combattimenti e di mondi futuri. (Ma anche di libri e di film.)

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“… e non ha mai criticato un film senza prima vederlo”
(Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico)

 

Lo confesso: sono un maledettissimo snob.
Uno di quelli che quando gli parli di un film ti dicono di aver letto il libro e spesso e – soprattutto – volentieri proclamano la superiorità delle parole sulle immagini. (Poi c’è Kubrick e poi c’è Apocalipse Now!, ma quella è un’altra storia.)
Ma, come il fratello figlio unico di Rino Gaetano, prima di parlare di un film e prima di giudicarlo lo guardo.

E proprio di film tratti da romanzi voglio parlare, complici due libri letti da poco.
Anche se sembrano casuali, le letture hanno un filo logico cha magari sulle prime può sfuggire. Oppure siamo noi che troviamo connessioni e analogie.
È quello che mi è successo, a pochi giorni di distanza, con due romanzi da cui è stato tratto un film. Ma con una differenza, decisamente sostanziale: in un caso avevo già visto il film, nell’altro la lettura mi ha spinto alla visione.

I più bravi di voi leggendo i l titolo di questo post avranno forse indovinato di quali libri (o film) si tratta. Sono Blade Runner, film che vidi la prima volta una trentina d’anni or sono ma che ogni tanto mi capita di rivedere e Fight Club, che ho visto pochi giorno or sono.
Oltre al fatto – se vogliamo insignificante – che il sottoscritto abbia letto i due romanzi da cui sono stati tratte le pellicole a breve distanza di tempo, ritengo che sia i film sia i libri siano accomunati da un tema di fondo.

BLADE RUNNER 03Ma andiamo con calma e parliamo delle pecore.
Dimenticate quel grandissimo film che è Blade Runner. Il libro da cui è stato ispirato – e il verbo è scelto non a  caso – è Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Dopo poche pagine si capisce il significato del titolo: che io mi ero sempre chiesto cosa c’entrassero le pecore elettriche con gli androidi e soprattutto con Harrison Ford.) di Philip K. Dick che merita e permette un discorso molto più ampio.
Dick era un lucido visionario, che ha sempre cercato di trasferire nei suoi mondi futuri quello a cui avrebbe condotto la società in cui si trovava a vivere, e le avventure del cacciatore di androidi Rick Deckard sono solo un pretesto per affrontare tematiche ben più ampie e universali.
Se la società e il mondo futuri acquistano tinte fosche – complice anche l’incubo nucleare che ai tempi incombeva pesantemente –, i personaggi del romanzo devono affrontare problemi universali: gli affetti, l’amore, i rapporti interpersonali, l’emarginazione, la malvagità, l’invidia, la ricerca della felicità o di qualche suo succedaneo. E poi, argomento che il film ignora del tutto, c’è la religione, mai come in questo caso vero e proprio oppio (che poi è anche un anestetico) dei popoli.

FIGHT CLUB 04Anche in Fight Club è la trasformazione – in peggio – della società a informare il romanzo. Qui non siamo nel futuro, ma in un mondo decisamente presente e reale che mi ha ricordato i mai troppo deprecati anni ‘80, non degradato ma sicuramente involuto, dove tutto è ridotto a un prodotto e dove la personalità è annichilita e deve ricorrere a pallidi succedanei per cercare di emergere. E allora si ritorna alla fisicità, alla lotta senza altro fine che il misurarsi cin se stessi prima ancora che con gli altri per poi sfociare in atti di ribellione e di lotta al sistema che forse hanno ispirato, senza raggiungerne gli estremi, molti gruppi antagonisti.
Nulla di particolarmente nuovo, quasi tutto già letto.
Ma è lo stile la vera forza del romanzo: teso, diretto, spesso crudo. Anche qui le tinte sono fosche, anche qui sono i rapporti umani a far emergere quelle urgenze che animavano i personaggi di Dick.
Libro che quelli bravi definirebbero visionario, oppure apologia della moderna società. Libro, a mio modesto parere, scritto con grande maestria e tecnica sopraffina.
Libro che mi ha fatto venire voglia di vedere il film.

Appunto, i film.

Entrambi, a mio parere, riescono a ricreare l’atmosfera e il pathos dei libri e a restituirne lo spirito e – perdonate la parolaccia – il messaggio. Ma con una differenza sostanziale.

Per realizzare Blade Runner Ridely Scott si è solamente ispirato al testo di Dick, procedendo poi per una sua strada, con molte concessioni e soprattutto con molte omissioni, visto che ampie parti del libro non sono state minimamente prese in considerazione. Ma, a meno di essere dei fanatici dell’ortodossia (e anche carenti in fatto di immaginazione), non si può non ammettere che si tratti di una gran film, che per visionarietà e clima ossessivo (ricordate la pioggia, onnipresente?) non è inferiore al romanzo.

BLADE RUNNER 02

Fight Club di David Fincher è invece strettamente aderente al testo, anche nei dialoghi e a volte in maniera quasi imbarazzante, tanto da farmi pensare che lo sceneggiatore non si sia sforzato molto nel buttare giù il copione. Ha però il grandissimo merito di evitare le derive pulp o splatter in cui l’aderenza al testo potrebbe fare cadere, tanto che le scene più crude sono più evocate che esplicitate. E poi la coppia Brad Pitt/Edward Norton è ottimamente assortita e azzeccatissima nel rappresentare la doppia personalità del protagonista. (Elena Bonham Carter, poi, è splendida e bellissima, ma questa è un’altra storia).

FIGHT CLUB 02

Vino in abbinamento.
I protagonisti di entrambi i romanzi hanno altro a cui pensare che degustare il vino. Ma a un certo punto in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? appare una bottiglia di vino. Preziosissima – nel futuro descritto da Dick il vino non esiste più – e per questo prelevata nientemeno che da una cassetta di sicurezza. Si tratta “solo” di uno Chablis, che temo venga bevuto pure caldo e nei bicchieri sbagliati (e qui esce prepotente il sommelier che è in me). Ci si aspettava forse qualcosa di più, ma lo spunto per l’abbinamento è invitante, anche se forse banale. Quale vino della vostra cantina (reale ma anche dei vostri sogni) vorreste salvare nel caso il mondo vada a rotoli? Domanda difficile. Io ci provo e mi espongo. Barolo Monfortino Riserva, magari nella strepitosa annata 1971.

Corton-Charlemagne, la nobiltà della terra.

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“Corton-Charlemagne is opulence still but aristocratic and restrained rather that open and showy.”
(Remington Norman MW)

Se ne parla tanto – anche troppo – ma si beve poco. È il Corton-Charlemagne, uno dei vini bianchi che costituiscono l’élite borgognona (e quindi mondiale).

Ho avuito la fortuna di partecipare, la scorsa settimana, a una degustazione organizzata dall’Ais Torino, in cui sono stati proposti in assaggio 9 vini.
Non sto a raccontarvi nulla sulla zona, le vigne, i produttori, la barba di Carlo Magno e vado subito al sodo. Alle impressioni sui singoli vini (solo poche righe, state tranquilli!) e soprattutto a quelle generali.

Domaine Dubreuil-Fontaine, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Giallo paglierino illuminato da qualche lampo dorato, ad annunciare giovinezza ma anche carattere. Subito floreale, poi una bella progressione regala pungenze di pepe e spezie dolci, agrumi, frutta secca e note di pietra calda, In bocca dominano l’acidità e la nota sapida.

Philippe Pacalet, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Paglierino con timidi accenni dorati. Il naso è fatto per épater: dolcezze di frutta esotica, miele, torroncino, fiori gialli carnosi, zolfo. Il frutto torna deciso in bocca. L’esuberanza è a stento contenuta da acidità e sapidità. Il finale è secco e asciutto, quasi da rosso.

Domaine Henri Boillot, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Anche qui paglierino con lampi dorati. Apre vegetale e non precisissimo, poi si accomoda su note floreali e di nocciola, torrone, cipria, pietra bagnata. Il sorso è di misurata eleganza e regala un’ottima persistenza.

Domaine Henri Boillot, Corton-Charlemagne Grand Cru 2009
I due anni in più si fanno sentire, con il paglierino che cede sempre maggior spazio al dorato. Subito tostato e burroso, ma con i minuti arrivano le spezie, i fiori, la frutta dolce. Le note minerali si fanno ancora più evidenti in una bocca avvolgente, ricca e già in equilibrio.

Luis Latour, Corton-Charlemagne Grand Cru 2008
Il dorato si fa più evidente, seppur non molto luminoso. Naso subito segnato da note ossidative e di burro rancido. Se si ha pazienza e lo si dimentica un’oretta, il profilo cambia, e non di poco: balsamico, terroso, speziato e sotteso da belle note minerali. Ricco, quasi masticabile, con la vena sapida a sostenere un’acidità in calare.

Domaine Antonin Guyon, Corton-Charlemagne Grand Cru 2003
Giallo dorato per un olfatto inizialmente introverso. Pochi rotazioni del bicchiere e si ritrovano note tostate non elegantissime. Poi frutta e fiori, zafferano, caramella al miele, pepe. In bocca dimentica la timidezza iniziale e arriva potente e caldo. Un vero paradigma del (torrido) millesimo.

Joseph Drouhin, Corton-Charlemagne Grand Cru 2003 (in magnum)
Sempre 2003, ma assaggio completamente differente. Un elegante impianto minerale che sussurra più che parlare. Frutta dolce, rosa, erbe aromatiche, sottobosco. In bocca acidità e salinità sono senza compromessi, a sostenere un sorso lungo e soprattutto equilibrato.

Domaine Chandon de Briailles, Corton-Charlemagne Grand Cru 2000 (in magnum)
Il dorato è tenue e un po’ opaco. Naso stre-pi-to-so, reso ancora più affascinante dalla leggera nota ossidata. Miele (propoli), humus, tartufo, frutta secca. In bocca pare non finire più, sottolineato da un equilibrio da manuale e da una leggere astringenza finale. Per quel che può valere quello che mi è piaciuto di più.

Domaine Bonneau du Martray, Corton-Charlemagne Grand Cru 1998
Si saranno mica sbagliati a servirlo? È giovanissimo! Sembra imbottigliato ieri, anche solo guardandolo. Naso sottile, verticale. Si concede con solenne lentezza ricamando trame elegantissime: spezia, magnesia, agrume, zenzero. In bocca è sontuoso ma misurato: tutto è al suo posto, impreziosito anche in questo caso da una leggera nota tannica.

CORTON 01

Quando ho l’opportunità di degustare un campione rappresentativo, sia di una zona sia di un singolo produttore, mi piace trovare un filo conduttore, una sorta di filosofia che accomuna i vini assaggiati. Purtroppo non accade spesso, specialmente quando si tratta di vini provenienti dalla stessa zona ma fatti da aziende diverse: teste e mani differenti producono vini dissimili, dove le specificità del territorio sono offuscate dalle tecniche di cantina.
Con il Corton-Charlemagne questo non è successo. Merito del terroir? Merito dei vigneron? O merito di entrambi?
Direi che si tratta di una felice combinazioni fra le due cose, una sorta di empatia che si relazizza quando il produttore arriva a conoscere la terra dove alleva le sue viti, interpretandone i segni, cogliendone le sfumature. Acquisendo – grazie anche a quelli che l’hanno preceduto – quella sensibilità che spesso permettere di rendere grandi annate che sulla carta paiono disgraziate. E forse per alcuni è merito anche di quello che scrivo nel post scriptum (perché i “piesse” a volte nascondono le più grandi verità).

E quali sono queste caratteristiche?
Si tratta di vini pacati, che non hanno bisogno di urlare per farsi notare, ma che fanno dell’eleganza e di un contegno al limite dell’altezzoso la loro cifra stilistica. Vini che non fanno niente per compiacere il degustatore, ma che fanno sì che sia chi si approccia a loro a doverseli meritare.
Ma una volta conquistati sono vini che regalano sensazioni che pochi altri riescono a eguagliare. Eleganza ma anche lunghissime persistenze. Una mineralità di fondo a caratterizzare l’impronta olfattiva e quella gustativa. Una bocca inizialmente dominata dalla sferzata data dall’acidità ma soprattutto dalla sapidità, ma poi equilibrata, lunga, in talun casi quasi grassa e masticabile, sempre appagante.

Ma sono soprattutto vini “restrained”. Caratteristica che ci piacerebbe ritrovare in alcune persone, che i vini li degustano ma che dai vini non imparano nulla.

p.s.: alcuni dei vini in degustazione sono prodotti secondo i principi della biodinamica, alcuni da parecchi anni. Sarebbe staro bello – e molto, molto interessante – che al pubblico non venisse detto quali erano i vini “incriminati”. Perché tutti i vini erano impeccabili dal punti di vista organolettico. A dimostrazione che prima di demonizzare la biodinamica occorrerebbe conoscerla. E non solo per sentito dire.

Il cielo sopra…

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È da poco più di un anno che mi sono messo a fotografare il cielo.

Non sistematicamente. Solo quando un colore, una suggestione, uno stato d’animo me lo suggeriscono.
Lo faccio molto spesso con il telefonino e un po’ meno con la mia Nikon (e di questo me ne pento, ché certe situazioni meriterebbero un mezzo all’altezza).

Ho sempre postato le foto sul mio profilo Facebook, sempre precedute da quel “il cielo sopra…” che è inutile nascondere essere ispirato al film di Wim Wenders. Adesso ho deciso di raccoglierle qui, in maniera più ordinata e sistematica.

Quindi, oltre alla retrospettiva di tutto quello che ho scattato prima di oggi, ci saranno tutte le nuove immagini che mi colpiranno e che cercherò di catturare e trasmettervi.

E se volete mandarmi i vostri cieli, metterò anche quelli.

AAA BERLINO 01

Let’s talk about wine.

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Al termine del post che ho dedicato a I Melrose, avevo promesso (o minacciato) di parlare del vino che i protagonisti della saga scritta da Edward St Aubyn consumano con grande abbondanza.

Se gli inglesi non spiccano come produttori di vino (con alcune notevoli eccezioni) sono e sono sempre stati grandi consumatori e soprattutto grandi conoscitori e divulgatori. I nomi di Hugh Johnson e di Jancis Robinson vi dicono qualcosa?

E l’alta borghesia raccontata nei romanzi di St Aubyn non fa eccezione: il vino – assieme a gin e whisky – accompagna spesso e volentieri le loro giornate, tutte ad alto volume alcolico.
Nel caso specifico il vino è tutto francese. Champagne, Borgogna (se ti cucinano un cosciotto di agnello vuoi non scendere nella cantina della tua casa di campagna a prendere una bottiglia di Romanée-Conti?), Bordeaux, Chablis.
E, contrariamente alla gran parte degli scrittori, il nostro dimostra anche una certa competenza, e le bottiglie non sono mai nominate – e scelte – a caso. Anzi.

A completare il tutto ci sono un paio di brani che vi riporto. Esempio di come, quando convivono un grande talento e una grande competenza, il vino acquisti ancora maggior fascino.
Entrambi sono estratti dal secondo libro della quadrilogia, Cattive notizie, e vedono Patrick – il protagonista – cenare da solo in un ristorante di New York bevendo, dopo una serie di immancabili Martini, due vini. (Solo per la cronaca: la cena si chiude con un bicchiere di Marc de Champagne ad accompagnare il dessert. Altra finezza non da poco.)

Il primo è un Corton-Charlemagne.
“Il gusto del vino gli spalancò le labbra in un sorriso di apprezzamento, come un uomo che abbia appena avvistato la sua innamorata in fondo a una banchina piena di gente. Sollevò di nuovo il bicchiere, si concesse un lungo sorso di quel vino giallo paglierino e lo trattenne nella bocca per qualche secondo prima di lasciarlo scendere in gola. Sì: funzionava ancora. Certe cose non ti tradivano mai. Chiuse gli occhi e il sapore lo invase come un’allucinazione. Se il vino fosse stato più modesto si sarebbe ritrovato seppellito in un sentore di frutta, ma i grappoli d’uva che immaginò erano misericordiosamente artificiali, come un paio di orecchini con un’enorme perla gialla. Vide davanti a sé i lunghi tralci nervosi della vite che lo trascinavano nel terreno ricco e rossastro. Tracce di ferro, pietra, terra e pioggia gli sfrecciarono lungo il palato, stuzzicandolo dolcemente come stelle cadenti. Tutte sensazioni a lungo rinchiuse dentro una bottiglia e che ora gli si svolgevano davanti agli occhi, come un prezioso quadro rubato. Certe cose non ti tradivano mai. Avrebbe quasi voluto piangere.”

Il secondo è un Bordeaux – per essere precisi un Saint Julien – del Chateau Ducru-Beaucaillou.
“Bastò il profumo a scatenare un’altra allucinazione visiva: il lucore del granito. Ragnatele. Scantinati gotici. (…) Patrick fissò il suo bicchiere. Il vino rosso aveva decisamente cominciato a fare effetto. Peccato che l’avesse bevuto già tutto. Sì, lo sentiva, l’effetto, come un pugno che si aprisse lentamente. E nel palmo trovava… che cosa? Un rubino? Un grappolo d’uva? Una pietra? Forse tutte quelle similitudini ruotavano intorno alla stessa idea, mascherandola appena per dare l’impressione di uno scambio appena riuscito.”

Ok, quel “giallo paglierino” forse è un po’ poco per un Corton-Charlemagne (colpa di St Aubyn o del traduttore? Oppure della mia paranoia da sommelier?)
In un mondo come quello del vino dove tutti paiono autorizzati a dire tutto, non posso che apprezzare in fatto che le emozioni, i ricordi, le similitudini (cito) che si trovano degustando o bevendo un vino siano rese con una vivezza e una precisione che confermano grande conoscenza e grande cultura. E magari una non indifferente abitudine alle (ottime) bottiglie.
Tutto questo in una persona il cui mestiere è fare lo scrittore. C’è da riflettere.

Una lettera, un mito

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Quali sono le caratteristiche che creano un vero mito?
Tante le risposte, ché il mito si distingue anche per poliedricità e originalità.
Ma oggi qui si parla di vino, e il campo si restringe. Prestigio dell’etichetta? Difficile reperibilità e alte quotazioni sul mercato o alle aste? L’essere uno status-symbol? Il punteggio stratosferico avuto da Parker? (Purtroppo c’è anche questo parametro) Altro? Non-so-non-rispondo?
Se si produce Champagne bisogna dire che si è già più facilitati.
Se poi se ne produce poco, e solo nelle annate migliori, il gioco è fatto.

Credo che si siano pochi dubbi. Se chiedete a un appassionato di vino quale sia lo Champagne mito, quello con cui nei sogni vorrebbe riempire gli scaffali della propria cantina, la quasi totalità delle persone vi risponderà Salon.
E la risposta sarà quella esatta.

Salon nasce nel 1911 – per i parametri dello Champagne si tratta di un’azienda piuttosto giovane – per volontà di Aimé Salon. Stufo di bere Champagne che non incontravano il suo gusto il nostro – con presuntuoso coraggio – decise di produrselo da solo. E per farlo scelse uno dei terroir più vocati, una piccola parcella di proprietà grande appena un ettaro (chiamata “il giardino di Salon”) a Mesnil-sur-Oger, nella Côte de Blancs. Scelse poi, sempre nella stessa zona, 19 conferitori selezionatissimi (che sono rimasti sino ad oggi sempre e solo quelli). Solo vigneti classificati come gran cru e solo uva chardonnay.
Aimé muore nel 1943, lasciando oneri e onori di continuare la sua opera al nipote. Nel 1988 il gruppo Laurent-Perrier subentra nella proprietà, mantenendo però (e per fortuna) invariato il rigore che guida la filosofia produttiva.

L’azienda produce un solo vino, la Cuvée “S”: almeno 8 anni sui lieviti prima di essere pronto e per iniziare la sua carriera da mito. Carriera che, vista la longevità e l’incredibile potenziale evolutivi, è molto, molto lunga.
Ma la vera ragione per cui questo Champagne è un vero mito è che non viene prodotto tutti gli anni. Anzi. Visti i rigidissimi parametri adottati a Aimé e tutt’ora validi, solo le annate giudicate veramente idonee finiscono in bottiglia. Tanto che dal 1905 – anno della prima vendemmia messa in commercio fu il 1905 – in tutto il XX secolo furono solo altre 36 le vendemmie giudicate idonee per essere prodotte e imbottigliate. (Avete letto bene, solo 37 annate in 95 anni!)

Ho avuto la fortuna di bere questo vino mitico in un paio di occasioni, ed entrambe le volte si è trattato dell’annata 1990 (forse il mito del mito, una volta addirittura in magnum, vale a dire il mito del mito del mito!). Ho il ricordo di un vino – anche se spesso non lo si considera tale lo Champagne, e specialmente uno Champagne del genere, è a tutti gli effetti un vino, ricordatelo sempre – monumentale. Un colosso che si impadroniva dei tuoi sensi e ti lasciava quasi tramortito.

Da poco invece ho assaggiato l’annata 1999, la penultima a essere stata messa in commercio (se siete interessati è da pochissimo uscita la 2002, la prima del nuovo millennio).

SALON 01Vino ancoro giovane, giovanissimo. A cominciare da quel giallo che inizia appena a tingersi di lampi dorati. L’annusi e pare quasi timido, senza quella spocchia o quella sontuosità che ti aspetteresti da un mito. Ma se si ha pazienza di aspettarlo lui arriva e ti sussurra note di agrume, crema pasticcera, susina, fiori d’arancio, mandorla acerba, gesso, magnesio. Continueresti a perderti col naso nel bicchiere, ma poi ti ricordi che devi anche berlo: lo reclama il caviale a cui l’hai abbinato in maniera forse banale ma impeccabilmente azzeccata. Lo assaggi e la sferzata di freschezza ti fa quasi male (e per fortuna che qualcuno ha detto che il 1999 è stata una delle annate con meno acidità!). Vino all’apparenza facile, tanto si lascia bere. Vino forse meno possente a cui manca la voluttà delle annate più evolute, ma con carattere e una ricchezza che pochi altri Champagne hanno.
Sicuramente occorre aspettarlo ancora qualche anno affinché possa esprimere tutto il suo potenziale. Quindi se ne incrociate una bottiglia resistete alla tentazione di bervelo subito e lasciatelo riposare un po’ nella vostra cantina.

Disco in abbinamento.
Per una volta il lettore diventa ascoltatore e alla Cuvée “S” abbina un disco.
Se in casa Salon sono consci di essere un mito e possono permettersi di decidere se imbottigliare o meno un’annata, c’è chi ha ottenuto lo stesso risultato ma non per scelta, visto che “un tragico destino l’ha portato via troppo presto” (così scriverebbero quelli bravi).
Jeff Buckley nacque nel 1966 (Cuvée “S” prodotta) e fece in tempo a pubblicare un solo album, nel 1994 (niente vino da quell’anno, ma dopo arrivarono quei die autentici colossi che sono il 1995 e il 1996) prima di morire annegato nel 1997 (vino prodotto, ma siamo un gradino al di sotto rispetto ai millesimi precedenti).
GRACE 01Il disco si intitola Grace ed è un capolavoro assoluto, uno che qualsiasi rivista musicale metterebbe nei 100 da avere nella propria collezione.
Un album coraggioso, cantautorale e quasi intimista – negli USA si era in piena epoca grunge con i Nirvana e i Pearl Jam, in Inghilterra impazzava il brit-pop degli Oasis e dei Blur –, dove la voce di Buckley è sempre in primo piano.

Nel paese giusto per il Nobel giusto

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“Nel paese giusto per il Nobel giusto”.

Ero a Montréal ai primi di ottobre dello scorso anno, quando questo messaggio mi annunciò che per una volta le cariatidi di Stoccolma l’avevano fatta giusta: il Nobel per la Letteratura era appena stato assegnato alla canadese Alice Munro.
Pensando di far piacere ai miei ospiti – coppia della middle class canadese – e anche per esternare la mia contentezza, fu questa la prima cosa che dissi loro a colazione, accolto con una fredda indifferenza che ancora adesso mi fa dubitare del fatto che sapessero chi fosse Alice Munro. Vero che eravamo nel francofono Québec e che la nostra è originaria e vive nell’anglofono Ontario, ma pur sempre di gloria nazionale si tratta. (Ché se invece dici di conoscere Wayne Gretzky – monumento dell’hockey su ghiaccio – tutti si illuminano e ti sorridono.)

Ma il premio Nobel è anche, almeno quello per la Letteratura, un gran bel pretesto per fare soldi. Tanto che in Einaudi non si sono lasciati scappare l’occasione e sono partite le ristampe delle opere della Munro, tutte corredate dall’immancabile fascetta (detesto le fascette sui libri, una volta o l’altra ve ne parlerò) che recita “Premio Nobel per la Letteratura 2013”.
Non tutti i mali però vengono per nuocere, ché in Einaudi hanno pensato di dare alle stampe le opere complete della nostra, comprese quelle ancora non tradotte.
Uno dei primi volumi ad uscire è stato Chi ti credi di essere?, scritto nel 1977. (Una curiosità: mentre il titolo originale dell’edizione canadese è Who Do You Think You Are?, quello dell’edizione statunitense è The Beggar Maid. Stories of Flo and Rose, decisamente meno riuscito.)

ALICE MUNRO 01Alice Munro scrive racconti – genere che amo particolarmente – e anche questo libro non sfugge alla regola, seppur con qualche eccezione. Perché i dieci racconti, sebbene esaustivi, autonomi e fruibili anche letti singolarmente, hanno una medesima protagonista (la Rose del titolo americano) la cui vita è fotografata nell’arco di alcuni decenni della sua vita, tanto da poter quasi definire questo libro una sorta di romanzo, seppur eterodosso.

Prima di questo libro avevo letto Grandi speranze di Dickens (tranquilli: non mi è piaciuto e quindi ve lo risparmio!) sorta di romanzo di crescita e formazione, se vogliamo però assimilabile come argomento almeno ai primi racconti di Chi ti credi di essere?. Anche qui le speranze della protagonista sono tante: l’amore, il successo, l’emancipazione.
Ma che differenza! Se quello di Dickens è una sorta di prevedibile feuilleton, La Munro – con scrittura precisa, netta, chirurgica – non sta certo a cincischiare e, complice la forma del racconto, sicuramente più immediata, mette a nudo le debolezze di Rose, donna zavorrata non solo da un’infanzia e da un’adolescenza tutt’altro che serene, ma da un’incapacità di prendere in mano la propria vita e il proprio destino, lasciandosi trascinare se non sommergersi dagli eventi. Che forse – o quantomeno spesso – e quello che accade a tutti noi.

Il libro giusto per chi vuole iniziare a conoscere il Nobel giusto.

Vino in abbinamento.
Tra i tanti pregi della Munro c’è anche quello di evitare di impelagarsi con il vino. Non che i protagonisti dei suoi racconti non bevano, anzi. Ma, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, la scrittrice canadese evita di entrare nel dettaglio e si mantiene sul vago, parlando genericamente di “vino” ed evitando descrizioni e abbinamenti fantasiosi se non improbabili. Non so se e con cosa abbia festeggiato la notizia del Nobel. A me piace pensare l’abbia fatto con uno spumante canadese, ovviamente dell’Ontario. Per esempio lo Spark Blanc de Blancs 2010 della Tawse Winery: un metodo classico fruttatissimo, secco, diretto e preciso. Come la scrittura del premio Nobel.

Formidabile quell’anno

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Una delle cose che amo di più del vino è che, degustandolo, riesci a tornare indietro nel tempo. Ad anni in cui eri bambino o in cui non eri ancora nato. È sempre un’emozione aprire (e poi bere) una bottiglia quasi tua coetanea o addirittura più vecchia di te.

Ho avuto la fortuna di farlo già parecchie volte, e l’ulteriore fortuna di farlo alcune volte con il 1971, annata che è unanimemente considerata tra le migliori dello scorso secolo per i vini di Langa e soprattutto per il Barolo.
E due dei miei 1971 erano stati il Monfortino, quindi la massima espressione del Barolo in una delle migliori annate di sempre.

Per non apparire noioso e monomaniaco ho cambiato – anche se non troppo – la tipologia. Questa volta è toccato a un Barbaresco, prodotto da un’azienda che ha fatto però la storia del Barolo e che si contraddistingue per una disponibilità ancora ampia di vecchi millesimi. Borgogno è – nonostante tutto e nonostante il recente restyling più che discutibile di molte etichette – ancora sinonimo di tradizione, e anche le sue annate più recenti non fanno che confermarlo.

La mia bottiglia era un Barbaresco 1971 che arrivava da una cantina privata. Non avevo alcuna certezza sul suo stato di conservazione, ma sono stato fortunato ed è stato sicuramente bravo chi l’ha conservata per tanto tempo. Nonostante il tappo sia andato in mille pezzi, nonostante sia stato trattato con mille cautele e utilizzando il cavatappi a lama, a un primo assaggio il vino pareva a posto. Quindi decanto e lo lascio li, a riprendere confidenza con il mondo esterno e con l’ossigeno.

BORGOGNO 01Il colore è più che rassicurante, ancora bellissimo e a metà strada tra il granato e l’aranciato. Ma soprattutto ancora luminosissimo.

Il naso ha tutta l’austerità che ci si aspetta da un vino ormai entrato negli “anta” e soprattutto da un Barbaresco.
Si sente la scorza d’arancia bruciata, il mallo della noce, la violetta dimenticata tra le pagine polverose di un libro, il legno intriso di incenso di una vecchia sacrestia, gli aghi di pino ormai secchi di un bosco a novembre.
Non poteva mancare una nota di goudron (che poi sarebbe il catrame, ma il francese rende tutto più poetico), quasi d’obbligo in vini di questo tipo.

Tranquilli, poi l’ho anche bevuto!
Impressionante per la freschezza – anche se il colore così vivace qualcosa lasciava presagire – che quasi schiaffeggia il palato. Palato che poi viene accarezzato dalla sottilissima trama di un tannino che ormai è poco più di un ricordo.
Ancora più impressionante per la facilità di beva e anche per la velocità con cui finisce la bottiglia.

Un vino antico, quasi arcaico. Venerabile.

Per i patiti dell’abbinamento gastronomico posso dire che si tratta di un vino che può essere bevuto tranquillamente da solo, chiacchierando con un amico, ascoltando un disco o leggendo un libro. Io l’ho accompagnato a un Bettelmatt, e non me ne sono affatto pentito.

Libro in abbinamento.
È sicuramente più semplice – almeno per me – abbinare un vino a un libro. Anche perché è mia convinzione che un vino possa accompagnare qualsiasi libro, mentre non si può dire lo stesso per il contrario. Pensando a questo Barbaresco, alla sua austerità e alla sua complessità mi è venuta in mente la scrittura tutt’altro che semplice – cerebrale, perdonatemi la parolaccia – di Virgina Woolf e del suo Gita al faro.

Ferrari: fuoriclasse a confronto

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In attesa di dedicare all’argomento un prossimo post, metto subito le mani avanti: ritengo – e per fortuna non sono il solo – che attualmente lo spumante italiano non possa reggere il confronto con lo Champagne.
È un discorso generale, e ci sono delle eccezioni. Una di queste è il Giulio Ferrari, a parer mio forse la migliore espressione italiana dello spumante metodo classico.
L’azienda è tra le più conosciute nel panorama italiano, visto che parte della sua gamma trova diffusione anche nel circuito della grande distribuzione.

La Riserva del Fondatore Giulio Ferrari è il prodotto di punta dell’azienda trentina: solo uve chardonnay che, cosa assai rara per un metodo classico, provengono da un’unica vigna, quella di Maso Pianizza alle porte di Trento. Dopo un’attesa che solitamente è di 10 anni, il vino è pronto per essere bevuto, con una longevità che – testata personalmente – lascia stupefatti.

Ed è proprio la sfida al tempo (e magari anche allo Champagne) che ha ispirato la famiglia Lunelli – attuale proprietaria dell’azienda – a concepire e realizzare una riserva ancora più estrema, dove gli anni di riposo del vino prima della sua commercializzazione diventano 16 (sì, avete letto bene, sedici!). La prima annata prodotta è stata il 1995, quella che in azienda considerano l’annata del secolo, praticamente perfetta.

Ho avuto la fortuna di bere e degustare parecchie volte il Giulio Ferrari e ho ancora bene in mente una strepitosa degustazione due anni fa a Rovereto: tutte bottiglie appena sboccate e non dosate.
Da poco ho avuto l’occasione di bere durante la stessa cena una delle 1500 bottiglie di Collezione 1995 e una “normale” Riserva 1992.
Adesso vi racconto come è andata.

GF 03Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1992.
Non amo le flûte: se è vero che esaltano il perlage, penalizzano tutto il resto. E io preferisco godermi tutto il resto che imbambolarmi a veder salire le bollicine.
Scelgo quindi un calice piuttosto ampio – che alla fine le bollicine le vedo lo stesso – e che inizialmente mi lascia  leggermente perplesso a causa di un accenno di ossidazione (quello che i profani, e non solo loro, chiamerebbero “marsalato”). Ma è solo un attimo, perché dal bicchiere inizia ad arrivare tanta altra roba, e quella lieve imperfezione – che poi è come un piccolo difetto che rende ancora più splendida una bella donna – diviene un lontano ricordo.
L’effervescenza esalta la brillantezza e l’eleganza del suo giallo dorato, perfetto per spiegare quale dovrebbe essere il colore di un grande spumante evoluto.
Il naso è un caleidoscopio stratosferico (ma sempre misurato) dove si alternano miele, frutta secca, agrumi canditi, spezie, soffusi accenni tostati e una sontuosa mineralità.
Lo bevi e vibra di freschezza e salinità, rivelandosi ancora in formissima. E surclassa senza pietà il  Bellota a cui si accompagna.
Premesso che ogni bottiglia ha una sua storia (e anche di questo magari ne parlerò in uno spazio dedicato), credo il vino abbia raggiunto al suo apice. Ma se avete la fortuna di averne ancora in cantina non correte a stapparlo, che sarà in forma ancora per un bel pezzo.
(Solo per gli enomalati: la sboccatura risale al 2002.)

GF 04Giulio Ferrari Collezione 1995.
Identico bicchiere usato per la Riserva 1992, per non cambiare il terreno di gioco.
Il giallo è meno sontuoso, più paglierino che dorato, ma i lampi di luce non mancano di catturare lo sguardo.
Il naso è di una precisione sconcertante, quasi algido, senza il minimo accenno di sbavatura. La netta vena minerale conferma meglio di un test del DNA la parentela con il 1992, accompagnata da miele, pompelmo, erbe aromatiche, incenso… Solo alla fine si percepisce la nota della liqueur d’expédition, a rendere un po‘ più umano un vino che pare finto tanto è perfetto.
Il sorso è giovanissimo, scomposto quel tanto da far rimpiangere di aver finito la bottiglia e di non averla aspettata ancora qualche anno.
L’abbinamento potrebbe far storcere il naso, ma era perfetto compagno di un’insalata russa che avrebbe fatto la felicità della più ortodossa delle zie.
Se anche qui avete la fortuna di esservene accaparrata qualche bottiglia (o anche una sola), resistete alla tentazione di berla subito, custoditela in cantina e pensate a me fra qualche anno, quando la stapperete e la troverete in grandissima forma!
(Sempre solo per gli enomalati: la sboccatura è stata effettuata nel febbraio 2012.)

Libro in abbinamento.
Due vini guizzanti ma anche profondi, perfetti per accompagnare un libro di brevi racconti come Storie di cronopios e di fama di Julio Cortázar. Se i più razionali fama apprezzeranno senza dubbio la compostezza della Riserva 1992 – e, conoscendoli, avranno perso il sonno e si saranno fatti mille problemi pensando a come conservare, stappare e servire la bottiglia, passando le notti a controllare la temperatura della cantina prima e del frigorifero poi –, gli imprevedibili cronopios saranno impazziti e avranno ballato a lungo attorno al Collezione 1995 prima di stapparlo. Ed è stata dura convincerli a non bere direttamente dalla bottiglia.

GF 01            GF 02

Dio salvi la regina. Ma solo lei.

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Capita spesso che mi vengano chiesti pareri o consigli sul vino. Oppure che io segnali ad amici e colleghi bevute particolarmente interessanti. La mia amica Laura fa lo stesso con i libri. Spesso i suoi messaggi e le sue mail arrivano per segnalarmi i romanzi che più l’hanno colpita (e che io devo assolutamente leggere).

È quello che è capitato con I Melrose, ponderoso volume di oltre 700 pagine scritto da Edward St Aubyn. Il tomo raccoglie i quattro romanzi che compongono la di saga di Patrick Melrose – il protagonista, ultimo nato di un’importante e nobile famiglia inglese – accompagnandolo dall’infanzia sino all’età adulta. Nel primo – Non importa (Never Mind) – capiamo perché Patrick diventerà quello degli episodi successivi: c’è Freud, c’è Edipo, ma soprattutto c’è tanta crudeltà. Il secondo – Cattive notizie (Bad News) – è un allucinato viaggio di due giorni dove Patrick, ormai ventenne, vola a New York per recuperare le ceneri del padre e per perdersi ancora di più in droga e dissipazioni. (Qui St Aubyn dimostra di aver letto Joyce, e anche più di una volta). Speranza (Some Hope), il terzo episodio, racconta un ricevimento in una villa della campagna inglese, dove l’upper class si ritrova per celebrare il compleanno di un suo rappresentante. Il romanzo che chiude il volume – Latte materno (Mother’s Milk) – è il più lungo e articolato, comprendendo un arco temporale di alcuni anni: qui il protagonista si trova alle prese con la paternità ma soprattutto con varie declinazioni di maternità.

MELROSE 02 Sebbene le trame non facciano dell’originalità il loro punto di forza, il libro è formidabile, esplosivo e spietato. La vicenda personale di Patrick può essere ascritta nel filone del romanzo di formazione, e già qui gli spunti sono innumerevoli, specialmente negli ultimi due romanzi. Per abitudine non sottolineo i libri, ma se lo facessi avrei consumato almeno una matita. E poi c’è una impietosa e corrosiva descrizione dell’alta società inglese (alta società a cui l’autore appartiene), con tutti i suoi vezzi e i suoi vizi: l’atavico – e impareggiabile – snobismo, l’orgoglio di non avere mai dovuto lavorare (sic!), il disprezzo per tutti gli altri e per ciò che rivela un qualsiasi barlume di modernità, un cinismo che definire spietato è dire poco. Il tutto condito da massicce dosi di ipocrisia. Credo che bastino i dialoghi degli invitati al party descritto nel terzo romanzo per far espellere St Aubyn da tutti i migliori (?) circoli britannici e per far capire che la nobiltà non è assolutamente questione di nascita.

Ma, a mio parere, è soprattutto la scrittura il vero valore di questo libro. Sempre incisiva, quando non corrosiva, ha il raro pregio di adattarsi alle situazioni narrate, facendo raggiungere al lettore una sorta di empatia con il protagonista. E raramente ho letto dialoghi così precisi e verosimili. Altra particolarità che caratterizza e secondo me qualifica lo stile di St Aubyn è la quasi totale mancanza di quelle descrizioni che praticamente tutti gli scrittori utilizzano come pausa al fine di accrescere la tensione (se non, peggio, come riempitivo). Qui succede tutto senza soluzione di continuità, ma non per questo la tensione narrativa viene meno. Anzi, il lettore è quasi catapultato in un vortice nel quale sente il bisogno di addentrarsi sempre più a fondo. Questo, e una formidabile scorrevolezza, hanno fatto sì che io finissi il tomo in soli 5 giorni.

Insomma, per usare la parole di Laura: leggete I Melrose! Subito!

p.s.: c’è un quinto romanzo, che chiude la saga. È da poco uscito in Italia e nonostante la traduzione del titolo – l’originale At Last è diventato Lieto fine – non mi invogli troppo alla lettura, farò questo sacrificio per voi!

p.p.s.: dimenticavo. Ne I Melrose c’è anche parecchio vino, ma di questo parlerò un’altra volta.

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