Un amaro lieto fine

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“Tutto ciò che hai sempre amato giace in una fossa / Che han scavato le tue stesse ossa”
(Afterhours, È la fine la più importante)

Tra i miei tanti difetti c’è anche quello di essere troppo razionale. Raramente seguo l’istinto, e faccio male. Ché spesso l’istinto non sbaglia.

Chiudendo il mio post su I Melrose, avevo annunciato l’ultimo capitolo della saga della famiglia inglese, dicendo che il titolo della traduzione italiana non mi convinceva affatto e non mi invogliava alla lettura.

Ma i primi quattro romanzi di St Aubyn mi avevano folgorato, e la razionalità mi ha detto che non era colpa del nostro se gli editor di Neri Pozza avevano scelleratamente deciso di tradurre l’originale At Last con il terribile – soprattutto per il sottoscritto, che odia gli happy endingLieto Fine. E poi c’è questa copertina con la foto di un perfetto gentleman con un altrettanto perfetto nodo della cravatta. E quella faccia da strafottente figlio di puttana che ti dice che il lieto fine è tutta una cazzata, che se te lo porti a casa lui farà il sacrificio di introdursi in un ambiente che non gli è per nulla consono per farti vedere quanto ti è superiore. E soprattutto che sei davanti a un altro gran libro.

LIETO FINE 01E invece no. E mi trovo a dover commentare – l’avevo promesso, non posso esimermi – un romanzo che mi ha profondamente deluso.

Così come in uno dei quattro romanzi raccolti nel precedente volume, l’azione di svolge – anche se non mancano le digressioni – in un breve lasso di tempo, quello della cerimonia funebre della madre del protagonista e del ricevimento che ne segue. Davanti alla bara di Eleonor sfilano molti dei protagonisti dei romanzi precedenti: e se il tempo si è fatto sentire scavando rughe e curvando schiene, non ha cambiato nulla di quelli che erano gli schemi e le convinzioni di una società che fa del mantenimento dello status la sua principale ragion d’essere.

Lo spunto parrebbe ottimo, e la scrittura di St Aubyn si conferma di alto livello: non c’è un aggettivo fuori posto, i tempi narrativi sono calibrati con estremo rigore, i dialoghi hanno ritmo e coerenza.
Ma manca quello che distingue un bravo artigiano da un artista. Manca il cuore, manca il sentimento, manca la passione. Mancano quelle cose che fanno percepire al lettore che hai scritto una cosa che senti tua, che hai vissuto o sofferto e che vuoi esternare e condividere.
E mancano tutte quelle cose che mi avevano fatto apprezzare i precedenti romanzi. Manca lo humor, che non riesce a insinuarsi fra le pagine. Manca la freschezza. Manca quella spietatezza nel denudare il verminaio che infesta un certo tipo di società. Insomma, il nostro è diventato troppo buono, manicheo, eccessivamente sentimentale. E il finale – lieto? chissà! – è di una banalità così inattesa da essere ancor più sconcertante.

Insomma, se vi avevo praticamente ingiunto di leggere I Melrose, con la stessa veemenza vi sconsiglio di farvi del male leggendone questo seguito.
Se invece volete toccare con mano e affrontare la lettura, non venite poi a dirmi che non vi avevo avvertito.

Vino in abbinamento.
Poco sforzo e poca fantasia, ché non è il caso di impegnarsi troppo. Quindi sarò banale e scontato anche io, giocando sull’assonanza con il cognome dell’autore. Ma, sebbene banale, scelgo un gran vino: il St-Aubin Chatenière di Olivier Leflaive. Siamo in Borgogna, appena sopra il Montrachet, per uno chardonnay che sicuramente Patrick Melrose avrebbe apprezzato.

I mondiali del vino (parte seconda)

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Continuiamo con i pronostici di questo mondiale parallelo. Se vi siete persi il post con i primi quattro gironi lo trovate qui.

BRASILE 04GIRONE E
Svizzera
Praticamente sconosciuta (solo l’1% del vino viene esportato!) è una pericolosissima outsider, specialmente per chi la incontrerà negli scontri diretti. Se lo Chasselas è la stella conclamata e attesa dagli addetti ai lavori, sono numerosi i compagni di squadra in grado di supportala. Qualche nome? Arvine, Johannisberg, Amigne e il naturalizzato Merlot.
Ecuador
Gli altipiani andini consentono la coltivazione della vite, nonostante la latitudine proibitiva. Poca roba, però. Appena sufficiente a lasciarsi alle spalle l’Honduras e non chiudere ultimi il girone.
Francia
Quando si hanno i migliori tre giocatori al mondo (Borgogna, Bordeaux e Champagne) e una serie “comprimari” (le virgolette sono rigorosamente d’obbligo) da far tremare le gambe non si può essere che i favoriti. Non sono glia altri che possono vincere, sono loro che possono solo perdere.
Honduras
Classica squadra materasso (se nel calcio sono praticamente scomparse, nel vino ce ne sono ancora tante). Niente vino e nessuna speranza di evitare l’ultimo posto.

GIRONE F
Argentina
Sicuramente una nazionale che si fa notare per più di una particolarità. Non solo è quella che produce più vino in Sudamerica, ma vanta anche i vigneti posti alla maggior altitudine al mondo (e, si sa, la preparazione in altura è sempre sinonimo di ottimi rendimenti). Malbec – piedi un po’ ruvidi ma tanta sostanza – e il discontinuo Torrontés i giocatori più rappresentativi di una squadra che – caso più unico che raro – vedo praticamente tutti i giocatori provenienti da una sola zona, quella di Mendoza.
Bosnia ed Erzegovina
Žilavka e Blatina: chi sono costoro? Le due stelle della squadra balcanica sono sconosciute ai più, ma possono rappresentare un’autentica mina vagante, specialmente se la Bosnia Erzegovina approderà ai turni successivi. Con Vranac, Kambuša e Plavac – altri nomi da tenere d’occhio – è una squadra che si presenta in sordina ma che può far male.
Iran
Che ci faccio qui? Una delle culle della viticoltura dove del vino rimane però solo il ricordo. Destinata a essere schiacciata dalle altre contendenti.
Nigeria
Nella capitale Lagos il vino scorre a fiumi, ma non è prodotto in loco. Si tratta di Champagne, nuovo status symbol della borghesia nigeriana. Il paese ha il più alto tasso di incremento del consumo di bollicine francesi al mondo, e si stima che nel 2017 i litri di Champagne bevuti in Nigeria supereranno il milione, per un valore di 31 milioni di sterline. Ebbri ma con una produzione inesistente, possono solo contare sul povero Iran per non chiudere in coda il girone.

GIRONE G
Germania
Dimenticate la forza, la potenza e l’ordine dei calciatori tedeschi. I vini giocano in punta di fioretto, con grandi tecnica ed eleganza, soprattutto grazie ai riesling di Mosella e Rheingau. Spesso poco capiti dal grande pubblico, rappresentano un vero godimento per i palati più fini. Nonostante siano nel girone forse più difficile del torneo, sono come sempre tra i favoriti, anche se non godono affatto dei favori della classe arbitrale
Portogallo
Due punte potenti e di peso – Porto e Madeira – con alle spalle tanta buona volontà ma ancora poca tecnica e un’organizzazione forse non all’altezza delle migliori. Divertenti e spensierati – ricordate i due assi degli anni ’80, Lancers e Mateus? – hanno dalla loro il favore della massa e possono mettere in difficoltà anche giocatori più esperti e blasonati.
Ghana
Come la Costa d’Avorio, le cose andrebbero decisamente meglio se si parlasse di cacao. Qualche timido consumatore nelle classi alte del paese, e poi il vuoto. Girone impossibile, schiacciata da tre colossi.
Stati Uniti
Sino pochi anni or sono la maggioranza dei vini USA erano più simili a giocatori di football americano che di soccer. Ma le cose stanno cambiando, e ormai si trovano molte bottiglie che puntano sull’eleganza anziché sulla potenza. Il sempreverde Zinfandel, gli inossidabili Chardonnay e Cabernet e l’emergente Pinot Noir formano una squadra dall’ossatura solida e di sempre maggior classe. (Senza dimenticare il fatto che la quasi totalità degli arbitri è a stelle e strisce.)

GIRONE H
Belgio
Imbattibile o quasi se si parla di birra, nel vino è nazione giovanissima, pur se in crescita. 150 ettari, mezzo milione di bottiglie, 90 aziende: cifre quasi ridicole. Ma il potenziale per fare bene c’è, e se la Francia da un lato può essere un vicino scomodo, dall’altro può essere esempio e stimolo. Magari non in questa edizione, ma farà parlare di sé.
Algeria
Finiti i tempi del colonialismo, quando l’Algeria era il quarto produttore mondiale, ora il paese galleggia in mari non proprio tranquilli, dove il vino è probabilmente una delle ultime cose a cui pensare. Ma, se la scuola francese significa qualcosa, è comunque un osso duro per tutti, e potrebbe riservare sorprese. Da seguire e da tifare.
Russia
Dopo il crollo dell’URSS, con perdite molto gravi (la Georgia sopra tutte), si è notevolmente indebolita e non può reggere il confronto con le migliori. In constante aumento gli acquisti sui mercati stranieri, ma il più delle volte di tratta di vini che non vengono capiti, consumati esclusivamente per lo status che rappresentano.
Corea del Sud
Sicuramente tra i mercati emergenti del vino, manca ancora di tradizione e vanta una produzione pressoché nulla. Comoda squadra materasso, in un girone già debole di suo.

Gli arbitri
Si sa, anche gli arbitri hanno il loro peso in una manifestazione con i mondiali di calcio. Errori, sviste, rigori discutibili oppure non assegnati, il benedetto fuorigioco.
Ma chi sono gli arbitri del vino mondiale? Quelli che decideranno quale nazionale vincerà la competizione? Sono pochi, e proprio per questo potentissimi. Il loro capo si chiama Robert Parker, e sostiene di poter arbitrare più di una partita contemporaneamente. Ovviamente ha una pletora di seguaci e anche di figlioli prodighi, che si sono staccati da lui ma continuano a professare le stesse idee.
Sapranno essere equi e imparziali? Ho i mei dubbi.

I mondiali del vino (parte prima)

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È inevitabile.
Ogni quattro anni che il Signore (o chi per lui) manda in terra l’Italia – e non solo l’Italia – si ferma o quanto meno rallenta per i mondiali di calcio. Mondiali che sono sempre più pretesto o ancora meglio occasione per promuovere prodotti o iniziative.
Bene. Ma il lettoresommelier cosa c’entra con i mondiali?
Avete ragione.
BRASILE 02Però per una volta ho deciso di lasciare da parte il mio snobismo e di approfittare dell’occasione per giocare anche io i miei mondiali e soprattutto per divertirmi e magari divertivi. Non saranno però i mondiali del pallone, bensì quelli del vino.
Quindi, mantenuti i gironi del mondiali brasiliani, ha fatto le mie considerazioni tecniche e i miei pronostici, che in alcuni casi sovvertono decisamente quelli ufficiali.
Perché, se in Italia ci sono 60 milioni di commissari tecnici, anche i sommelier iniziano a essere molti.

Iniziamo con i primi quattro gironi, nei prossimi giorni arriveranno anche gli altri.

GIRONE A
Brasile
Ai padroni di casa occorre sempre concedere qualche chanche, anche se si tratta di un paese che si è affacciato solo da poco nel panorama vitivinicolo. Un outsider, quindi. Che punta su un gruppetto di oriundi italiani per dare sostanza e qualità al suo gioco (scusate, alla sua produzione). Anche se la strada per essere veramente competitivi rimane ancora lunga, rimane il favorito per la vittoria nel girone.
Croazia
Un paio di stelle e tanta imprevedibilità (leggi incostanza). Se in vena possono battere (quasi) chiunque, ma possono anche incorrere in batoste epocali. Il secondo posto del girone è però alla portata.
Messico
La produzione si può equiparare a quella croata, ma mancano tradizione e picchi qualitativi. L’ambizione è tanta, ma può contare solo sull’effetto sorpresa. Dubito possa servire a molto.
Camerun
La squadra materasso del girone: non produce vino e ne consuma pochissimo. Nessuna speranza.

GIRONE B
Spagna
Senza dubbio è la nazione emergente, in rapida e costante crescita. Tradizione unita a tecniche moderne e innovative. Gioco aggressivo e muscolare, ma anche cervelli fini. Alcune sue stelle sono anche molto ben viste dagli arbitri (ne parlerò alla fine della seconda parte), per cui è favorita non solo per la vittoria del girone, ma anche per quella finale. Da tenere d’occhio non solo Rioja, Ribera del Duero, Sherry e Cava, ma anche l’emergente Priorato.
Olanda
In un girone di ferro come questo nessuna speranza per gli Orange. Che di vino ne consumeranno anche, ma in quanto a produzione sono praticamente a zero.
Cile
Grande potenziale, non ancora supportato da una tecnica all’altezza della situazione (se non approssimativa). Si prevede una lotta appassionante con l’Australia per il secondo posto nel girone, dietro l’inarrivabile Spagna. Attenzione ai sauvignon blanc della valle di Casablanca: saranno una delle sorprese della manifestazione.
Australia
Tanta – forse troppa – muscolarità, ma anche alcuni giocatori con i piedi buoni. Attenzione ai giocatori della Tasmania: rapidi, incisivi e pungenti. Può fare strada, anche perché ben vista dalla classe arbitrale.

GIRONE C
Colombia
Fare vino quando si è praticamente a ridosso dell’equatore è impresa da titani. Una delle squadre materasso di questa edizione.
Grecia
Vittoria facile del girone, più per scarsità degli avversari – è forse la quaterna più debole – che per meriti propri. Poco conosciuti, anche per colpa di nomi strani al limite dell’impronunciabilità, sono potenzialmente capaci di grandi imprese, se solo troveranno un’adeguata guida tecnica.
Costa d’Avorio
Fossero i mondiali del cacao, di cui è il primo produttore mondiale, sarebbe tra i favoriti. Qui contenderà alla Colombia il penultimo posto.
Giappone
Grandi intenditori, a dispetto di una cultura che sino a pochi decenni oro sono non considerava quasi il vino, i giapponesi stanno facendo progressi, anche se per ora non possono competere con le grandi. Grande curiosità per l’uva Koshu: coccolata e iperprotetta, rischia di essere l’eterna promessa inespressa.

GIRONE D
Uruguay
Stretti tra Argentina a Brasile, gli uruguaiani (o si dice uruguagi?) soffrono di mancanza di visibilità e del fatto di poter contare su di un’area vitivinicola di estensione decisamente inferiore. Ma l’essere grandi e attenti consumatori vorrà pure dire qualcosa. Capaci di tutto, una delle mine vaganti del campionato.
Costarica
Natura, foreste, spiagge, vulcani. Ma niente vino. E nessuna speranza.
Inghilterra
Grandi bevitori, grandi conoscitori, grandi commercianti. Ma piccoli produttori, sebbene qualche vino spumante inizi a far parlare di se. Vantano sicuramente i due migliori telecronisti sulla piazza: Hugh Johnson e Jancis Robinson.
Italia
Un centrocampo da favola con Barolo, Barbaresco e Brunello. Un attacco frizzante con la coppia Franciacorta/Trento e rincalzi di lusso. Tradizione e solidità, accompagnate però dalla solita confusione tecnico/tattica dovuta a una legislazione non adeguata e a una comunicazione che definire carente è poco. Una della favorite, nonostante tutto.

La degustazione del secolo

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Qualcuno mi ha fatto notare che sino ad ora su questo blog si è sempre parlato di vini di alto e altissimo livello. Vini non proprio alla portata di tutti.
Ma il lettoresommelier è democratico. E soprattutto è curioso.
Per cui ha deciso di dedicare questo post (a cui magari ne seguiranno altri) a quello che è un fenomeno ormai consolidato, quello dei vini in brik.
Nonostante nel 2013 le vendite siano calate del 9,4%, soprattutto a fronte di un aumento medio dei prezzo pari al 20,5% ma anche grazie al fenomeno dei bag in box e del vino sfuso, gli scaffali della grande distribuzione e i carrelli dei loro clienti sono ancora pieni di Tavernello e compagnia.
Volevo quindi capire cosa finiva sulle tavole degli italiani, al di là dei pregiudizi e di una facile ironia. E capire, di conseguenza, che vino beve una considerevole parte di chi abita nella terra del vino.
Per cui, sfidando il pericolo di essere riconosciuto (avevo anche pensato a un travestimento) ho girato per supermercati alla caccia di tutti i vini – per ora quelli bianchi – della tipologia, vergognandomi non poco (se puoi nascondere un giornaletto porno in una copia del Financial Times o dell’Herald Tribune non puoi travasare il Tavernello in una bottiglia di Montrachet!) per le occhiate di cassiere e clienti: che a scaricare dal carrello e mettere sul nastro della cassa 4 o 5 brik differenti non è che si faccia proprio una bella figura.
E poi li ho degustati. Rigorosamente alla cieca. Nel bicchiere giusto – già, qual è il bicchiere giusto? Strano che alla Riedel non ci abbiano ancora pensato! – e alla giusta temperatura.

TAV 06Confesso: ero indeciso se fare un commento per ogni vino oppure limitarmi a dare impressioni generali.
Alla fine ho deciso di commentare ogni bottiglia (ops, cartone!). L’ho fatto brevemente perché c’è veramente poco da dire. E ho anche evitato di dare punteggi: non mi è parso proprio il caso. Se volete risparmiarvi la lettura – tutto sommato noiosa e ripetitiva – e saltare direttamente alle chiose finali fatelo senza problema: vi perdete poco e io non mi offendo.

Ecco comunque cosa è venuto fuori. In rigoroso ordine alfabetico.

Albestro Simply 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,49 (1 l)
Giallo paglierino. Naso non pulitissimo e appena qualche cenno fruttato. L’acidità è contenuta, ma in bocca il vino risulta corto e senza gusto, tranne una spiccata nota amara nel finale.

Beltino 11% Prodotto da Cantine Monti, Valle Tanaro (AT) – € 1,19 (1 l)
Verdolino chiarissimo. Appena versato e messo sotto il naso emerge un’evidente puzzetta. Un po’ di frutta polposa surmatura e note fastidiose di gomma. In bocca va leggermente meglio, con sempre troppa acidità e nessuna persistenza. Sul cartone è consigliato di servirlo in caraffa, ma dubito che serva a migliorare la situazione.

Brindate 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,15 (1 l)
Paglierino. Note di zolfo e poi puzze che fanno pensare a una scarsa pulizia durante i travasi. Acidità quasi fastidiosa e basta. È l’unico senza una vera e propria chiusura, per cui occorre ancora aprire il contenitore con le forbici.

Castellino 11% Confezionato da C.R.V. S.c.a., Forlì – € 1,89 (1 l)
Paglierino carico. Naso un po’ meno piatto, ance se non c’è l’eleganza dei “profumi di primavera” promessa dalla confezione: fiori bianchi quasi appassiti (gelsomino, magnolia), note erbacee, frutta acerba. In bocca è decisamente sgradevole e slegato, dominato dall’eccessiva acidità.

La Vignetta 10,5% Prodotto da Casa Vinicola Caldirola, confezionato da IT-AT 216 – € 1,79 (1 l)
Paglierino. Anche qui note che fanno pensare a un travaso o un imbottigliamento (sic) non accurato. Esordisce con un non proprio piacevole profumo di zucchine bollita. Con l’ossigenazione si pulisce un po’ e spicca per note di ananas surmaturo. Sorso corto, anche qui monopolizzato dall’acidità.

Sancrispino 10,5% Prodotto da Cantine Ronco, confezionato da G.C. Soc. Coop. Agr., Lugo (RA) – € 1,49 (1 l)
Il giallo paglierino è carico e intenso. Naso evoluto e quasi cotto: frutta esotica e pesca matura. Anche un tocco di vaniglia: che siano stati usati i chips? In bocca è quasi inesistente e si fa notare solo per la fastidiosa acidità.

Tavernello 11% Confezionato da CAVIRO, Forlì – € 1,69 (1 l)
Paglierino. Subito una sgradevole nota vegetale, poi fresco di fiori e frutta (agrumi, susina gialla). Acidità e poco corpo. Finale amarognolo tendente all’amaro. La confezione dice che è bevuto da 4 milioni di famiglie italiane. Io mi sentirò sempre e solo a mio agio con una minoranza (cit.)

Tino 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,15 (1 l)
Tanto per cambiare giallo paglierino. Anche qua esordio di zucchine bollite. Poi un leggero accenno minerale, che ricorda la magnesia, un tenue erbaceo e nulla più. Acidità e finale amaro.

Vino bianco COOP 11% Confezionato da CIERREVI S.c.a., Faenza (RA) – € 1,38 (1 l)
Giallo paglierino. Uno dei pochi senza sbavature, anche se l’olfatto è tenue. Erbaceo, frutta e una leggera nota di pasta di mandorle. All’acidità si affianca una buona sapidità. Corto e senza struttura.

Vino bianco CONAD 10,5% Confezionato da Gruppo CEVICO, Lugo (RA) – € 1,25 (1 l)
Paglierino. Naso anonimo anche se corretto e senza difetti, con leggeri cenni fruttati e vegetali. Acido. Appena sapido. Corto. Finale amarognolo.

Vino bianco CRAI 10,5% Confezionato da SECOM S.p.a., Ravenna – € 1,45 (1 l)
Solito paglierino. Naso con note di smalto e vegetali. Il fruttato promesso dalla confezione è una chimera. In bocca presenta un maggior equilibrio, anche se l’acidità è sempre troppo spiccata.

Tiriamo le somme.
Innanzitutto non è stata affatto una degustazione facile, anzi. Vero che si trattava di vini semplici, ma proprio per questo difficili da interpretare e descrivere, soprattutto per la carenza di stimoli sensoriali e per una certa somiglianza generalizzata tra etichetta ed etichetta.
Ci sono però alcune note comuni, al di là della semplicità organolettica.
L’olfatto, quando non era compromesso da evidenti difetti – che sinceramente non mi sarei aspettato – presentava quasi sempre una nota di cotto, segno che molto probabilmente i vini vengono sottoposti a pastorizzazione per permetterne la conservazione. A questo si aggiungevano quasi ovunque note legate a un abbondante uso di solfiti, campanella d’allarme per un mal di testa praticamente assicurato ne caso se ne consumi qualche bicchiere di troppo (rischio che personalmente non credo correrei).
Il sorso era poi sempre – sempre! – disequilibrato, dominato com’era da una spiccata tendenza acida. Che si tratti di aziende che privilegiano la quantità alla qualità è scontato, ma qui mi sa che si tratta anche di uve vendemmiate non ancora mature.

Ho poi fatto ancora una prova, una sorta di perversione/malattia che ho e che solitamente riservo ai grandi vini. Ma ho voluto fare un’eccezione per non apparire troppo cattivo. Ho lasciato tre dei vini nel bicchiere per tutta la notte, per vedere se e quale fosse la loro evoluzione. Le cose non sono peggiorate, ma non sono neanche migliorate, con i vini che hanno mantenuto una coerenza quasi monolitica con l’assaggio della sera.

Per concludere, vini anonimi, pensati e prodotti per soddisfare la sete e il bisogno di alcol. Vini che, soprattutto per la loro spiccata acidità – e tenete ben presente che sono uno che l’acidità la cerca – non userei neanche per cucinare.

E sono pronto a scommettere – nonostante quello che si è scritto e letto in altre sedi – che in una degustazione alla cieca tra uno di questi vini e un vino di media qualità (diciamo una bottiglia tra gli 8 e i 10 euro), la stragrande maggioranza degli intervistati, anche se non esperti e bevitori occasionali, riconoscerebbe senza fatica il prodotto di qualità.

E desso dite pure che i sommelier sono snob e se non bevono vini da almeno 50 euro non sono soddisfatti!
Ma soprattutto procuratemi un buon avvocato, che si attendono querele!

TAV 13

Resistere non serve a niente?

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“Ci sono due grandi stereotipi da sfatare a proposito del concetto di territorio. C’è chi lo usa per motivi reazionari di matrice fascista, e chi lo considera un concetto per imbecilli attaccati ciecamente alla tradizione. Sono due interpretazioni sbagliate: in realtà il territorio è in continuo mutamento”
(Jonathan Nossiter)

Resistenza Naturale è un film che parla del futuro.
E per parlare di futuro Jonathan Nossiter – già regista di quell’opera fondamentale che è Mondovino – utilizza i due argomenti che conosce meglio: il vino e il cinema.

RES NAT 01Resistenza Naturale racconta di quattro vignaioli – il marchigiano Corrado Dottori (La Distesa), la toscana Giovanna Tiezzi (Pacina), l’emiliana Elena Pantaleoni (La Stoppa), il piemontese Stefano Bellotti (Cascina degli Ulivi) – e di Gian Luca Farinelli, direttore della cineteca di Bologna.

Nossiter, di cui sentiamo la voce dietro la telecamera mentre dialoga con i suoi personaggi/ospiti, opta per un approccio ancora più sciolto e informale rispetto a Mondovino. I vignaioli sono ripresi in situazioni di totale relax – a casa, a tavola, a passeggio per i loro vigneti – e liberi di esprimersi senza alcun vincolo.
E i quattro non si fanno pregare, specialmente Bellotti, che del manipolo è sicuramente il più agguerrito e forse il più incazzato.
A inframmezzare i vari spezzoni – non semplice corollario ma a mio parere parte integrante del film – un paio di animazioni (forse non del tutto riuscite) e soprattutto una dozzina di spezzoni di film del passato (qui entra in scena Farinelli) esemplificativi del concetto di resistenza e del volgersi al passato per guardare al futuro.
A differenza di Mondovino dove, seppur con la visione decisamente manichea del regista, le interviste ai vari personaggi – positivi e negativi, buoni e cattivi – rappresentavano una sorta di contraddittorio, in questo caso i vignaioli sono lasciati liberi di parlare a ruota libera e di professare le loro idee.

RES NAT 02La vigna e il vino diventano quasi un pretesto per un discorso molto più ampio, che porta all’agricoltura e quindi a tutto quello che ci nutre e che sempre più spesso non è sano come ci si aspetterebbe. Senza tralasciare le pastoie burocratiche che paiono sempre più avviluppare chi lavora la terra, novelli Laocoonte stritolati dei regolamenti e dalle carte bollate.

Un film schierato – ma da Nossiter ce lo si aspetta, anzi si rimarrebbe delusi dal contrario: il nostro non è certo un moderato, anzi – e coraggioso, dunque. E coraggiosa anche la scelta da parte di Lucky Red, la società che ha distribuito il film. Scelta che spero sia stata premiata altrove più che nel cinema di Torino dove il film era proiettato: solo 8 spettatori (compreso chi scrive) al primo spettacolo del primo giorno di uscita non sono proprio un numero incoraggiante.

Ma cosa si porta a casa lo spettatore che esce dalla visione di Resistenza Naturale?

Innanzitutto un forte senso di attaccamento alle radici storiche, intese non come un fermarsi al passato bensì come rivolgersi ad esso come stimolo e come solida base per poter guardare con sicurezza (e magari anche con speranza) al futuro.
Radici profonde come dovrebbero essere quella della vite che – come spiega Bellotti –devono affondare nella terra per trarne il nutrimento e soprattutto per farla parlare nel bicchiere.

C’è anche una riscoperta della campagna e di uno stile di vita diverso a essa legato. Alcuni dei protagonisti hanno abbandonato abitudini di vita più cittadine e anche carriere legate a professioni più ortodosse (o almeno considerate tali). E pare che queste scelte si riflettano in chi le ha compiute non solo in una maggior consapevolezza ma anche e soprattutto in una serenità davvero invidiabile.
Il film non è però – per fortuna! – un incitamento all’abbandono delle città. Risulta ben chiaro che, nonostante le difficoltà della scelta, chi l’ha compiuta è un privilegiato, quantomeno per il fatto di avere una base (terreni di proprietà, aziende in qualche modo già avviate, capitali) su cui poggiare in modo abbastanza solido. Ma soprattutto con un’idea chiara e forte che ha permesso la realizzazione di un progetto – un sogno? – in cui hanno creduto fortemente.

Vi è poi una totale assenza di dogmi. Chiaro che la filosofia che informa i vignaioli e il film è ben definita, ma non ci sono gli estremismi che il titolo potrebbe far pensare. Lo stesso Bellotti, pur nel suo essere estremista, non lancia proclami ma cita dati di fatto. Per un mondo come quello di chi produce vino in un certo modo è una bellissima pubblicità, visto che spesso e volentieri questi produttori sono visti dall’esterno come dei guru/santoni depositari del sapere unico e incontestabile.
Anche lo scontro tra l’enologia istituzionale e quella della tradizione è visto quasi come un gioco: esemplificativo è l’episodio in cui la nipote di Elena Pantaleoni racconta cosa le viene insegnato alla facoltà di agraria. Il divertimento di zia e nipote è palese e contagioso.

E poi c’è il futuro. Un futuro cha pare compromesso dalla sfruttamento della terra, dall’agricoltura volta al semplice profitto e dimentica di quelle che sono sempre state le regole e le tradizioni che hanno permesso di trarne il massimo senza mai impoverirla. Un futuro che può essere cambiato- o, meglio, indirizzato – adottando sistemi di coltivazione più razionali e meno invasivi, utilizzando più la sapienza e la tradizione che la chimica. Lasciando che metodi e tempi siano dettati dalla natura e non dal mercato.

Si esce dalla sala con una maggior consapevolezza non solo nell’approccio a una bottiglia di vino, ma anche – e soprattutto – a tutto ciò che ci arriva dalla terra. Una consapevolezza che, se da un lato scoraggia per uno sfruttamento ormai eccessivo del pianeta, dall’altro lascia intravedere la speranza di un’agricoltura più consapevole e soprattutto più sana. Speranza che non deve essere solo alimentata da chi la terra la coltiva, ma anche – e forse in modo ancora più forte – da chi della terra gode i frutti.

Chi ha avuto la pazienza di leggermi sin qui avrà notato che non ho mai utilizzato il termine “vino naturale”. Lo confesso, detesto quella definizione. La detesto (e ne scriverò presto in un post dedicato) perché è poco chiara, troppo generalista, apportatrice di confusione non solo nel consumatore medio ma anche in chi del vino ha maggior consapevolezza.
Resistenza Naturale riesce però a darne una definizione più chiara, al di là delle tante e differenti filosofie produttive che si possono abbracciare.
Già solo per questo vale la pena andare a vederlo.

E i vini? Il lettoresommelier, in questo caso diventato spettatore, non rinuncia però a parlarne, anche se velocemente. Non ho mai assaggiato il Chianti di Pacina e il Verdicchio di La Distesa, e sono molto curioso di farlo. Conosco invece bene i vini delle altre due cantine. Sono etichette che non lasciano indifferenti e che, sebbene con stili e a volte anche risultati molto diversi, raccontano di una grande espressione del territorio. Assaggiateli e soprattutto non perdetevi l’Ageno di La Stoppa: un vino che si può amare o si può odiare, ma che rimane un autentico capolavoro.

Inquietanti occhi verdi

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Lo confesso.
Sino a pochi giorni or sono non avevo la benché minima idea di chi fosse Donna Tartt, scrittrice americana di cui è stato da poco pubblicato in Italia il terzo romanzo, Il cardellino. In un paese come l’Italia, sempre tiepido quando si parla di libri, la notizia ha avuto una certa rilevanza (con articoli su quotidiani e riviste) soprattutto perché la nostra non si può certo definire un’autrice prolifica, vantando solo tre libri pubblicati in oltre vent’anni di carriera.

DONNA TARTTMa a colpirmi è stata una foto della Tartt: una donna che dimostra meno dei suoi cinquant’anni, con indosso una camicia azzurra di taglio maschile portata sotto una sorta di improbabile kimono. Ma soprattutto con due occhi verdi intensi e penetranti, che devono più all’inquietudine che suggeriscono che al colore alla loro bellezza.

Quasi contemporaneamente mi arriva il solito consiglio, che però non riguarda Il cardellino bensì la prima opera della Tartt, scritta nel 1992. Il titolo originale – The secret history – sarà apparso banale ai signori della Rizzoli, inducendoli a tradurlo con un non esaltante e altrettanto banale (almeno per il sottoscritto) Dio di illusioni.
Ma io mi fido del consiglio – che fa anche tanto snob non leggere quello di cui parlano tutti, ma qualcosa si alternativo – e mi accaparro il libro. (Ok, è la versione digitale, ma fa lo stesso. E poi degli ebook mi riprometto di parlarne presto.)

La trama può essere banalizzata in poche parole: ve la risparmio – leggetevi uno dei risvolti di copertina più facili da scrivere che editor abbia mai affrontato – e vi dico solamente che si parla di universitari ventenni, di studio, di formazione, di esperienze, di Grecia e di greco.
C’è anche un morto, ma i colpevoli sono dichiarati già nella prima pagina, e sebbene a tratti il romanzo possa assumere i connotati e la tensione di un noir, non è affatto quello il genere a cui ascriverlo.
Ed è – forse – proprio la difficoltà a incasellarlo in una categoria uno dei punti di la forza dell’opera, che vive e sta in piedi proprio grazie a una tecnica e una visionarietà (ricordate gli inquietanti occhi verdi?) affatto ordinarie.
DIO DI ILLUSIONI 03Le pagine sono parecchie, la tensione non molla, le luce sul comodino rimane accesa sino a tarda notte. Pare che l’autrice tragga soddisfazione nel tenerti sulle spine, che la tua impazienza dia nuova linfa alla scrittura e alla pagine.
La Tartt deve avere letto molto, partendo dai classici greci che sottendono alla trama del romanzo per arrivare ai russi spesso citati, passando per un’infinità di opere, che vengono lasciate intravedere – quasi pudicamente, lasciando libero il lettore di coglierle e di procedere a una sorta di lettura parallela – durante il dipanarsi della narrazione.

A questo punto mi toccherà essere un po’ meno snob e leggere anche Il cardellino. E poi mettermi ad aspettare altri dieci anni, per vedere dove si poseranno quegli inquietanti occhi verdi.

Vino in abbinamento.
Anche la Tartt non sfugge alla regola del giovin scrittore, che almeno una bottiglia di vino nel suo romanzo ce la deve piazzare. Ma le si può perdonare il peccato di gioventù, ché a 28 anni non è mica da tutti scrivere un romanzo del genere. Prendo proprio l’esordio come pretesto per l’abbinamento, suggerendo un vino che con la sua prima vendemmia – era il 1973 – rivoluzionò l’enologia statunitense (che poi vuol dire prevalentemente California) aggiudicandosi – seppur di pochissimo – la sfida con i colossi di Bordeaux in quello che divenne famoso come Judement de Paris. Siamo in Napa Valley, il vitigno è il cabernet sauvignon, l’azienda Stag’s Leap Wine Cellars.

Acqua e vino? Per me pari sono!

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È di pochi giorni or sono la notizia (leggete qui) che la spesa media mensile delle famiglie italiane per l’acqua minerale ha raggiunto quella per il vino, attestandosi sui 12 euro.

Le considerazioni che si possono fare sono molte, ché sono numeri che colpiscono. O, almeno, che hanno colpito il lettoresommelier.

La prima – ma non è una novità – è che in Italia si spende una fortuna per l’acqua minerale. Colpa del mercato? Delle ossessionanti campagne pubblicitarie? Di una rete idrica al limite dell’obsolescenza che permette di usufruire in misura limitata dell’acqua che esce dai rubinetti?
Di certo l’offerta di acqua sugli scaffali di un qualsiasi supermercato è eccessiva, segno che domanda e offerta sono notevoli, indotte o reali che siano. E sono decisamente troppe le tonnellate di plastica – e i camion – che si muovono su e giù per l’Italia, dove praticamente ogni regione ha almeno una fonte ma dove il chilometro zero (in questo caso più che auspicabile) pare un’utopia.
Ma è altrettanto certo che in molti casi la semplice acqua del rubinetto è più che buona. Chi scrive è da anni che beve solo l’acqua pubblica, e non solo perché non ha voglia di sciropparsi tre piani di scale a piedi carico come un cammello!

Ma la cosa che tengo a sottolineare è la spesa decisamente esigua per il vino.
Con alcune doverose premesse.

So di essere un privilegiato. Perché ho (almeno per adesso) la fortuna di potermi permettere di spendere cifre relativamente elevate per acquistare una bottiglia di vino. Perché spesso mi è capitato di assaggiare grandi vini senza dover sborsare un quattrino. Perché (perdonate la presunzione) ho i mezzi e soprattutto l’esperienza per poter apprezzare certi vini.
E so che il discorso che sto per fare, soprattutto in un periodo come questo, può risultare antipatico e persino fuori luogo.

Detto questo, credo sia vitale ragionare su questo dato. Anche considerando che la parola vino in Italia dovrebbe significare qualcosa. Almeno è quanto lascia pensare la prolificazione di persone più o meno qualificate che parlano e molto spesso sparlano di vino in TV, sulla carta stampata o sul web.
Ma se i risultati sono questi, c’è poco da stare allegri, ché forse il paese del vino – almeno di quello consumato – è altrove.

Facciamo due conti della serva. Supponiamo che ogni famiglia si conceda una bottiglia di vino alla settimana, magari la domenica. Vuol dire quattro bottiglie al mese, con una spesa media di 3 euro a flacone: il costo di una bottiglia di basso livello sugli scaffali della grande distribuzione. (Se ne trovano anche a meno, senza tenere conto dei vini in brik, ma non esageriamo).
Un po’ pochino, quanto meno se parliamo di vino di qualità.
(Senza contare che ci sono persone come i sottoscritto che alzano non di poco la media, e per i quali il prezzo medio per bottiglia supera – anche di molto – i 12 euro.)

Tralasciando le pur giuste considerazioni etiche ed economiche imposte dall’attuale congiuntura, si impone una riflessione.
Cosa si beve nel paese del vino? Ci si riempie la bocca con la qualità del vino italiano (che esiste ed è innegabile), ma questa qualità pare destinata a una ristretta élite. Tutto il resto consuma vino che, seppur bevibile, ha poco in comune con la qualità e che sicuramente non giova all’immagine dell’italica vitivinicultura.
Attenzione però. Non è detto che occorra spendere cifre astronomiche per bere bene. Ci sono ottimi vini che si portano via anche con meno di 10 euro. Ma sotto una certa cifra mi pare improbabile che il contenuto di una bottiglia – che vuota e con solo tappo ed etichetta viene a costare almeno un euro – possa essere di qualità.

Ma soprattutto di impone un’altra riflessione. Dei quasi 45 milioni di ettolitri di vino prodotti in Italia nel 2013, dato che ci ha permesso di superare la Francia e che ha riempito di orgoglio i tanti soloni che infestano i media, quanti rappresentano effettivamente un prodotto di qualità? Non sarebbe più appropriato – e serio – parlare di fatturato per valutare l’effettivo valore del vino prodotto in un paese?
Allora sì che avremmo dei dati validi. E magari anche delle sorprese.
Perché i numeri, così come le parole, sono importanti.

Al consumatore non far sapere quel che del vino deve temere

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Alcune riflessioni dopo la visione in anteprima del documentario di Jonathan Nossiter: “Resistenza Naturale”

«Il vino non si fa schiacciando l’uva e facendolo fermentare. Parlare di vino vero come quel vino dove non si interviene è pura utopia». Sono queste le dichiarazioni dell’enologo Riccardo Cotarella, uno dei più famosi consulenti di aziende vitivinicole in Italia e all’estero, intervistato nel 2004 dalla trasmissione televisiva “Report”.
Nello stesso anno usciva anche Mondovino, primo documentario di Jonathan Nossiter sul mondo del vino in cui si ponevano le basi per un discorso molto ampio sulla globalizzazione del prodotto vitivinicolo, l’uniformazione dei gusti e quindi dei sapori, le decisioni di pochi a discapito delle biodiversità.
L’enologo ha il compito di costruire il vino: un po’ di lieviti di qua, un altro po’ di enzimi di là. Risultato? Il vino non è più un prodotto della terra, ma una costruzione dell’uomo.
Questa è una diatriba che va avanti da anni, tra chi crede che il vino possa essere migliorato dalla chimica e dalla scienza e chi invece chiama queste presunte migliorie: “alterazioni”.
Cosa c’è solitamente dentro la maggior parte dei vini, soprattutto quelli a basso costo, che beviamo?
Uva, certo, e poi tante altre sostanze: lieviti selezionati aggiunti a quelli già presenti nelle uve che vengo usati per favorire la fermentazione, gomma arabica per ammorbidire il gusto, mosto concentrato rettificato per aumentare la gradazione alcolica, solfiti per evitare ossidazioni e rendere il vino più stabile, chiarificanti al carbone per perfezionare il colore; per non parlare dei trattamenti fatti sulla pianta e sul terreno come diserbanti chimici, insetticidi e fungicidi.
A distanza di 10 anni dal suo primo documentario sul vino, Nossiter ritorna sullo stesso argomento con un nuovo film: “Resistenza Naturale” (guarda qui il trailer), con un approccio se possibile ancora più radicale e schierato. Il merito di Nossiter – che non è un giornalista ma un regista e dunque sollevato dalla responsabilità di dover sentire tutte le campane – secondo me sta proprio nel porre le basi per un discorso molto più ampio e articolato e di cui il vino è solo un rappresentante.
NOSSITER Questa volta i protagonisti del documentario non sono i grandi produttori, le grandi multinazionali del vino, ma quattro piccoli viticoltori che lottano per il riconoscimento del lavoro artigianale, semplice, autentico, ma dissidente. Sono Corrado Dottori, marchigiano, della cantina “La Distesa”, Giovanna Tiezzi di Pacina, in Toscana, Elena Pantaleoni dell’azienda agricola emiliana “La Stoppa” e il più agguerrito di tutti: Stefano Bellotti, che produce vini nel basso Piemonte ai confini con la Liguria nella sua “Cascina degli Ulivi”.Resistenza Naturale, a mio parere, è un’evoluzione di Mondovino. Anche questa volta il regista va a trovare i produttori nelle loro case e nelle loro terre, per poi riunirli a uno stesso tavolo. Il risultato è una piacevole chiacchierata a cui lo spettatore assiste un po’ come se a quel pranzo fosse stato invitato anche lui: un invito a un pensiero diverso, slegato dal mondo globalizzato e standardizzato.
Qui non si parla di biologico, per il quale bisogna richiedere (e pagare) una certificazione, ma siamo un passo oltre, o meglio un passo indietro: il naturale.
I vini naturali non sono riproducibili su grande scala, hanno una lenta evoluzione, richiedono ancora più tempo e dedizione con il rischio che non sempre usciranno perfetti.
A questo proposito noto un altro filo conduttore che unisce Mondovino e Resistenza Naturale: sono i cani sui quali lo sguardo del regista spesso si sofferma, perché i cani accompagnano l’agricoltore nella vita di lavoro in campagna, sono portatori di sicurezza e tranquillità, ricordano che il tempo storico può e dovrebbe coincidere con il tempo biologico. L’attività agricola non è più lontana dalla situazione politica, sociale ed economica che viviamo ed è un bene ricordarlo. Anzi, molto parte da lì. Sono cani di contadini illuminati, contadini che vivono il loro tempo rispettandolo, riconoscenti della storia del territorio a cui appartengono e, soprattutto, fedeli alla terra: «L’agricoltura è lecita se noi ricostruiamo ogni giorno l’equilibrio naturale che abbiamo rotto facendo agricoltura», afferma Stefano Bellotti.
Per naturale dunque si intende libero? Forse. Ma sicuramente costretto ancora nella nicchia, perché i colori e i profumi di un vino naturale sono diversi da quelli imposti dai disciplinari. Un esempio emblematico sono i disciplinari che regolano Verdicchio delle Marche e Cortese di Gavi che prevedono parametri molto simili per due vitigni e vini completamente diversi! Non a caso tutti e quattro i produttori sono fuori dalle denominazioni di origine DOC e DOCG.
Tra i dissidenti del vino c’è però un altro convitato che solo apparentemente può sembrare un intruso: si chiama Gian Luca Farinelli della cineteca di Bologna. Farinelli restaura pellicole di film che sono il caposaldo della nostra cultura cinematografica, ma che in pochi ormai conoscono.
Il passato, invece, non dovrebbe essere dimenticato e tanto meno non dovrebbe costituire un ostacolo, ma un esempio. Ed è qui che si compie l’unione tra i due mondi: il dramma del contadino che non riesce a esprimere la sua disobbedienza civile contro l’impero di Bruxelles è lo stesso di un restauratore di pellicole che lotta per mantenere un piccolo cinema d’essai.
Nossiter allora inserisce nel suo documentario spezzoni di altri film che a loro modo raccontano altri tipi di Resistenza come quella al fascismo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, oppure al potere nel “Marchese del Grillo” di Mario Monicelli o al mito del denaro nella “Febbre dell’oro” di Charlie Chaplin. Tra questi intermezzi anche due interviste tratte da “Chi legge” di Mario Soldati e dai “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini, che andarono alla ricerca dell’Italia contadina che proprio da quegli anni in poi sarebbe andata via via scomparendo.
È così che allora il cinema diventa uno degli strumenti più adatti a raccontare la realtà.

Prima e dopo la proiezione al pubblico presente in sala sono stati offerti in degustazione due vini della Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti.
Il cinema è un luogo inusuale e simpatico per una degustazione, anche se forse non tra i più adatti, ma non voglio certamente entrare nel ruolo della sommelier bacchettona!
Il primo era il Filagnotti (un Cortese 100%, mi sfugge l’annata) di Tessarolo, zona del Gavi. Fermentato e affinato in botti di acacia da 25 hl per 11 mesi sur lies. Colore giallo dorato, profumi intensi, fruttati, floreali e minerali e un gusto altrettanto pronunciato e robusto con un finale di mandorla.
Il secondo, dopo la proiezione, era il Dolcetto Nibiô del 2006, uve provenienti dal vigneto Montemarino: appena oltre gli Appennini, infatti, c’è Genova. Nonostante abbia otto anni è un vino appena pronto. Le luci soffuse del cinema non mi hanno permesso di valutare con esattezza il colore, che poteva essere rosso rubino. Il profumo fruttato e floreale e al gusto ancora tannico ma elegante. Un grande dolcetto da invecchiamento.

Dopo essere stato presentato anche al Festival di Berlino 2014, Resistenza Naturale esce nelle sale italiane oggi, giovedì 29 maggio.

Andate a vederlo, se non vi aprirà un mondo al massimo vi darà gli strumenti per fare delle scelte da cui non ci si può tirare indietro perché in mezzo agli scaffali del supermercato ci passiamo tutti.

Anita Franzon

Sulla perfezione

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Esiste la perfezione?
Forse sì.
L’incipit di Cent’anni di solitudine. Le poesie di Cortázar Il finale di certi racconti di Borges. Nadia Comăneci alle Olimpiadi di Montréal 1976. Il Taj Mahal. Le dune dell’Acacus. Il David di Michelangelo. Le pennellate di Monet. La volée di rovescio di Stefan Edberg. A day in the life dei Beatles o Space oddity di David Bowie o Little wing di Jimi Hendrix. Il riff di Whole lotta love dei Led Zeppelin. L’attacco di Satisfation degli Stones. (E mi fermo qui: l’elenco potrebbe continuare per pagine e lascio a voi il divertimento.)

E nel vino? Esiste la perfezione? Esistono vini a cui si possono attribuire i fatidici cento centesimi?
Il lettoresommelier è convinto di no.
Anche se ogni tanto questa sua convinzione vacilla.

È vacillata qualche mese fa, quando ho avuto la fortuna di bere (non assaggiare, bere!) un Échézeaux 2004 del Domaine de la Romanée-Conti.
ECHEZEAUXUn vino stupefacente già dal colore (ché il vostro ha un debole per il colore del vino, chiedete conferma a quei poveretti che subiscono le sue lezioni), così vivo e intenso da incitare letteralmente all’assaggio. Poi i profumi. Tutti netti, precisi, vividi. Non una sbavatura, neanche a bottiglia appena aperta. Un naso apparentemente persino facile, tanto erano evidenti i vari sentori: la frutta, i fiori, le spezie, il minerale. Una perfezione da dare i brividi, al limite della sindrome di Stendhal. E poi lo assaggi ed è irresistibilmente buono. Ci sono l’acidità e la sapidità e la struttura e l’equilibrio e la persistenza e un’eleganza quasi sovrannaturale.
E nonostante possa apparire un vino estremamente facile da bere, è difficile – nonostante quello che si possa pensare – descrivere tanta perfezione. Provateci voi a raccontare Space oddity a chi non l’ha mai ascoltata.
Insomma, vi toccherà berlo per poi dirmi se ho o meno ragione.

Da poco invece ho bevuto (ebbene sì, anche qui non mi sono limitato alla degustazione!) un altro vino del Domaine de la Romanée-Conti. Questa volta si è trattato di un Vosne-Romanée 1999.
VOSNE ROMANEEL’esordio non è stato dei migliori: il tappo aveva una puzzettina di muffa che non lasciava presagire nulla di buono. Un brivido di terrore lungo la schiena, ma lassù qualcuno ci ha amato: il vino non ne aveva risentito.
Però già il colore diceva che c’era qualcosa di diverso rispetto all’Échézeaux: vivo ma non brillante, invitante sì ma non così incalzante. Poi il naso si è tuffato nel bicchiere, ed è stata una gran bella immersione. Spezie, tabacco, humus, frutti rossi. Tutto il paradigma del pinot nero. Tutto reso ancora più affascinante da quella mancanza di algida perfezione che caratterizzava il fratellino minore. Un’eleganza impreziosita e sottolineata da profumi più decisi e intensi, meno perfetti ma di grande personalità. L’assaggio poi rivela un vino tosto, grintoso, dove il gusto e l’equilibrio sono sottolineati, se non amplificati, da una nota tannica che non ci si aspetta.

Due considerazioni.

Uno. La perfezione in un vino esiste. Forse.

Due. Gran cosa la perfezione, ma forse il lettoresommelier (che è un pignolo mica da ridere) preferisce i vini che hanno quei leggeri difetti che li rendono irresistibili. Quelle piccole imperfezioni che li rendono meno algidi e più umani, mettendo ancora più in evidenza tutte le note positive.

E voi? Siete per la perfezione o vi lasciate affascinare dai piccoli difetti?

Prosa o poesia?

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Mi hanno sempre affascinato i romanzi che riducono l’azione a un tempo molto limitato di poche ore o una sola giornata. L’Ulisse di Joyce su tutti.
Per questo mi sono accostato a Sabato di Ian McEwan con grandi aspettative. Aspettative in parte deluse, ché il nostro scrive bene, ha tecnica e mestiere, ma forse questa volta ha esagerato.
Ma andiamo con ordine.

Il romanzo racconta di una giornata della vita di Henry Perowne, cinquantenne e affermato neurochirurgo londinese.
Il sabato di cui si racconta è il 15 febbraio 2003, data in cui a Londra si tenne una grande manifestazione contro l’invasione dell’Iraq da parte degli USA. Ma è anche il sabato in cui a casa Perowne si prepara una riunione familiare: la figlia che torna da Parigi con le bozze della sua prima raccolta di poesie (e non solo) e il vecchio suocero – burbero poeta alcolizzato e iniziatore della nipote – che esce dal suo esilio per rivedere la famiglia.

SABATO 02Ma al nostro ne succedono di tutti i colori: si affaccia alla finestra in piena notte mentre un aereo in fiamme attraversa il cielo; viene aggredito in strada da tre bulli dopo un lieve incidente automobilistico; perde un’appassionante partita a squash che neanche la finale di Wimbledon; va a trovare la vecchia madre; va a fare la spesa; cucina la cena con perizia da gande chef (o quantomeno da Masterchef); subisce un tentativo di rapina in casa; viene chiamato d’urgenza in ospedale per operare e salvare una vita; torna a casa e ha ancora la voglia – e soprattutto la forza – di fare l’amore con la moglie.
Il tutto raccontato – e arricchito dal ricordo di episodi del passato – per più di trecento pagine. Troppe.

Perché alla lunga la lettura diventa noiosa. Annoiano le troppe – lunghe, lunghissime – descrizioni di interventi chirurgici e colpi di squash; annoiano i troppi flashback; annoiano le scene tenute in sospeso sempre quel troppo che trasforma la tensione in esasperazione; annoia il troppo manicheismo; annoia la famiglia Perowne, dove tutti sono belli, bravi, ricchi, talentuosi, realizzati e – a modo loro – anche felici.

Nel libro si parla molto anche di poesia. Ecco: se la poesia riesce a cristallizzare con poche parole un concetto o un’immagine mentre il romanzo può permettersi di divagare e soprattutto approfondire. Ma in questo caso McEwan avrebbe dovuto ispirarsi ai sui colleghi poeti e asciugare un romanzo che dopo le prime 50 pagine diventa stucchevole.

Vino in abbinamento.
Gli inglesi hanno sempre avuto una particolare predilezione per il vino, e McEwan non resiste al perverso richiamo che induce gli scrittori contemporanei a infilare qualche bottiglia nei loro romanzi (non so se è più promessa o più minaccia, ma ne parlerò in un prossimo post). Il dottor Perowne ha il frigo pieno di Champagne e dalla sua cantina porta in cucina, a riscaldarsi vicino ai fornelli (sic!) e per accompagnare la sua mirabolante zuppa di pesce, delle bottiglie di Côtes du Rhône. Per scampare a un inevitabile cerchio alla testa post cena, e soprattutto per recuperare la levità compromessa non solo dalle libagioni ma anche e soprattutto dalla lettura del romanzo, suggerisco di concludere la serata con un Riesling della Mosella, magari della grande annata 1997. Eleganza e levità che vi rimetteranno in sesto stomaco e soprattutto cuore e vi faranno dimenticare ogni pesantezza.

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