Una piccola pausa

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In attesa di lascarvi tranquilli per le vacanze, a cui dedicherà l’ultimo post della stagione, il lettoresommelier si deve prendere una breve pausa.

ALFIERICome da molti anni a questa parte, luglio è stato un mese pesante.
C’è molto da degustare e molto da scrivere. Ci sono vini da capire e da spiegare, grafie da decifrare, parole da mettere in ordine, software che a volte non collaborano.
E c’è poco tempo pensare ad altro, e quindi per leggere e per scrivere.
Per cui in questi giorni, imitando (presuntuosamente) Vittorio Alfieri mi legherò alla sedia e passerò i giorni a degustare e scrivere.

Ma torno.
È una promessa, ma anche una minaccia!

La degustazione definitiva.

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“[…] è un vino massiccio, enorme, densamente colorato, che esala un bouquet di ribes nero maturo a cui si mischiano aromi di asfalto caldo, da salsa di soia e di legno vanigliato. Viscoso, ricco, molto pieno e concentrato al palato, pieno di tannini soffici, questo […] solidamente strutturato, estroverso, di un’intensità al limite della decadenza.”
(Robert Parker, Guida dei Vini di Bordeaux)

“Linfa pura, linfa nuova, linfa che è aroma. Che scorre viola in questo bicchiere, inintaccata, illibata, vestita d’un profumo che del frutto di bosco e del polline del fiore porgono le più dolci e clorofillose frequenze olfattive. Vertici di fragranza, uvosità e florealità fruttosa che davvero di rado s’odono così cristallini effondersi da entità edibili di sì mirabile viola. Una ghirlanda di profumo in cui il lampone e la fragola insertano, al lor massimo livello d’intensità e suadenza effusiva, la forza d’aroma geranica d’una rosa il cui petalo, appena dischiuso, è ancor di carnoso turgore.”
(Luca Maroni)

C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
cadeva la neve.
Issa (1763-1828)

 

Mi sono spesso domandato quale fosse il modo migliore di raccontare un vino. Ho anche giocato sulla cosa pochi giorni or sono (chi se lo fosse perso può recuperare qui) in maniera forse un po’ troppo intellettuale e snob.

Ma proprio scrivendo quel pezzo mi sono reso conto di quale, secondo me, è la forma definitiva per raccontare il vino.

Sostanzialmente – generalizzo, che ci sono sempre le eccezioni – al mondo esistono due scuole per parlare di vino: quella anglosassone e quella latina (che poi vuol dire sostanzialmente francese e italiana). La prima si fa notare per il suo pragmatismo: informazioni precise, a volte quasi scarne, linguaggio chiaro, nessun volo di fantasia. Fantasia che invece quasi sempre pervade gli scritti dei degustatori latini, spesso più impegnati nel fare letteratura (o tentare di farlo) che nel trasmettere informazioni.

Poi c’è l’haiku.

HAIKU 01L’haiku è una componimento poetico tipico della letteratura giapponese. Si compone di tre soli versi di diciassette sillabe, che seguono lo schema 5/7/5. Le sue origini sono incerte, ma pare derivare dal waka, genere di poesia classica giapponese poi rinominata tanka – ovvero “poesia breve”. Fu Masaoka Shiki, che, alla fine del XIX secolo, inventò il termine, ricorrendo alla crasi dei termini haikai no ku (“verso di un poema a carattere scherzoso). Ma il suo sviluppo formale e tematico risale al periodo Edo (1600-1868), quando numerosi poeti ricorsero a questo genere per descrivere la natura e i suoi effetti sulla vita dell’uomo. E proprio per la sua immediatezza e semplicità (semplicità solo apparente) l’haiku divenne una forma di poesia popolare, diffusa presso tutte le classi sociali.
Nessun titolo, temi semplici, nessun fronzolo e assenza di retorica. Queste le caratteristiche dell’haiku, composizione che richiede un’estrema sintesi per fissare i particolari salienti dell’evento che si vuole descrivere.
E in un paese come il Giappone dove la nuovo forma di letteratura è rappresentata dal keitai, ovvero racconti brevi da leggersi sul telefono cellulare in treno o in metropolitana, si capisce come il dono della sintesi e del rigore sia particolarmente apprezzato, oltre che nel DNA di quella cultura.

Ecco, l’haiku è la forma perfetta – anzi, definitiva, lo scrivevo poco sopra – per spiegare un vino.
Perché?
Per almeno due motivi.

Il primo è che l’haiku è il perfetto compromesso tra la fantasia latina e il rigore anglosassone. Si tratta di una poesia, e cosa c’è di più stimolante per la fantasia di questa forma di letteratura? Ma si tratta di una poesia con le regole ben precise di cui ho parlato prima, che sommate alla brevità costringono lo scrittore a essere estremamente attento nella scelta delle parole.
E qui ecco il secondo motivo per cui l’haiku è perfetto. La sua estrema brevità richiede non solo il rigore di cui sopra, ma soprattutto necessita di un’estrema e approfondita conoscenza e comprensione dell’argomento – in questo caso il vino – da descrivere. Lo scrittore-degustatore deve entrare a fondo nel bicchiere per coglierne tutti gli aspetti e le sfumature. E occorre concentrarsi sì sui dettagli, ma avere una visione d’insieme netta e precisa.

HAIKU 03Pensateci bene.
Raccontare la degustazione di un vino per iscritto è cosa difficilissima. Per un’unica e semplice ragione. Si parla a qualcuno che per la maggior parte delle volte non ha quel vino nel bicchiere davanti a se. (E, anche se lo avesse, non avrà più lo stesso vino: perché avrà una bottiglia diversa; perché adopererà un diverso bicchiere – può sembrare discorso da maniaco, ma il bicchiere conta tantissimo –; perché saranno passati mesi se non anni e il vino si sarà evoluto (o involuto). Mi fermo, che le ragioni sono già tante: prima o poi dedicherò un post all’argomento.) E quindi occorre trasmettere a chi legge le informazioni essenziali del vino, evitando inutili descrizioni di profumi o altre sensazioni precluse al lettore.

Provocazione? Forse.
Ma è innegabile che un maggior rigore e soprattutto una maggior serietà sarebbero auspicabili per poter comunicare con efficacia il vino e, anche, tutto quello che gli sta attorno.

Nonsolosughero

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Tranquilli, non voglio riportarvi agli sciagurati anni ’80, dove il “nonsolo” infestava stampa, tv e sin insegne di negozi.
Era da tempo che mi ero ripromesso di scrivere qualcosa riguardo alle chiusure alternative al classico tappo di sughero, ed essendo recentemente stato chiamato in causa da un amico/collega, ho risposto prontamente e di dedicare un piccolo approfondimento sulla questione in questa sede.

Innanzitutto un po’ di (brevissima) storia.
Pare che già i romani utilizzassero il sughero per sigillare le anfore e i recipienti utilizzati per conservare e trasportare il vino. È solo verso la fine del XVII secolo che i tappi di sughero vennero impiegati per la tappatura delle bottiglie, nello specifico quelle dello Champagne.

Perché si utilizza il sughero? Per le sue proprietà elastiche e per la sua porosità, che garantiscono una perfetta aderenza al vetro e il giusto interscambio di ossigeno con l’ambiente esterno, ideale per l’evoluzione del vino.

TAPPI 01Ma quello dei tappi di sughero è un problema che assilla (soprattutto) i produttori ma anche i consumatori.
La materia prima è scarsa, sia perché le zone di coltivazione della quercia da sughero (Quercus suber) sono limitate, sia perché le querce hanno bisogno di almeno 40 anni perché si formi il primo sughero e di almeno altri 10 anni poter riformare la loro preziosa corteccia.
Ma sono soprattutto le alterazioni e le malattiche che possono colpire il sughero (che è sostanza viva) a creare i maggiori problemi.
Senza entrare nel dettaglio, anche perché nuove scoperte e nuove teorie sembrano essere all’ordine del giorno, il famigerato odore di tappo ha spesso rovinato bottiglie – e serate – a tutti gli appassionati di vino.
Ma il problema del sughero è anche un altro, e ho potuto constatarlo spesso di persona avendo l’occasione di aprire in uno stesso contesto più bottiglie “gemelle”: stesso vino della stessa cassa, che quindi hanno fatto la stessa vita dall’imbottigliamento alla stappatura. Anche se non difettose, presentavano differenze notevoli sotto il profilo olfattivo. Il fenomeno non si è presentato solamente per vini di alto se non di altissimo profilo (con tappi di altissima qualità, di quelli così lunghi che paiono non voler mai venirsene fuori dal collo della bottiglia) in cui la complessità olfattiva è tale da rendere palesi certe differenze, ma anche per vini di fascia media se non bassa, con sugheri decisamente meno pregiati.

Cosa fare?
Ormai da parecchi anni si è cercato di trovare una soluzione, proponendo chiusure alternative al tappo di sughero.

Ai classici tappi monopezzo, realizzati partendo da un singolo pezzo di sughero, si sono affiancati i tappi di agglomerato, realizzati tritando il sughero e poi compattandolo utilizzando speciali collanti. Recentemente un’azienda ha raffinato questa tecnica, realizzando tappi di alta qualità (paragonabili ai monopezzo) e garantiti immuni ai difetti. Ovviamente solo il tempo potrà confermare la validità di questo tipo di tecnica, ma il fatto che negli ultimi tempi abbia visto sempre più bottiglie chiuse con questa soluzione mi fa pensare che la fiducia da parte dei produttori sia molto alta.

E le altre chiusure alternative al sughero?

TAPPI 04In principio fu il silicone, utilizzato per vini di fascia bassa e destinati a un consumo quasi immediato. Questo tipo di chiusura, oltra ad avere il vantaggio di rendere il vino esente da difetti legati al suo utilizzo, presenta anche la peculiarità ricordare esteticamente e cromaticamente il tappo di sughero (anche se alcuni produttori adottano tappi colorati per dare un tocco di maggior personalizzazione al loro prodotto) ma soprattutto di non andare a modificare il rituale di apertura della bottiglia. (Su quest’ultimo aspetto tornerò fra poco.) Il grosso problema del silicone è però quello della sua scarsa elasticità: quante volte vi è capitato, nell’aprire una bottiglia con chiusura di silicone, che il tappo ruotasse contemporaneamente al verme del cavatappi, anziché rimanere fermo e solidale al collo della bottiglia? Al di là del problema pratico dell’apertura, questa scarsa elasticità è indice di una non perfetta tenuta del tappo, con passaggio di aria e conseguente ossidazione prematura del vino.

Altra chiusura adottata da tempo è il tappo di vetro. Bella esteticamente e con infinite possibilità di essere personalizzata, ma cara e per questo motivo poco utilizzata. Facile da aprire e praticamente inerte (la solidarietà tra chiusura e collo della bottiglia è garantita da una guarnizione di silicone) ovviamente non consente quel minimo di passaggio di ossigeno utile per l’evoluzione del vino.

C’è poi il tappo a corona (sì, proprio quello della birra). Anche qui materiale inerte, assenza di eventuali difetti e uniformità del prodotto. Poco utilizzato e visto come segnale di scarsa qualità, senza pensare che il tappo a corona è la chiusura utilizzata praticamente per sigillare tutte le bottiglie di spumante metodo classico durante la rifermentazione. E se funziona sui grandissimi Champagne che sostano anche 10 anni sui lieviti, perché non dovrebbe funzionare sul altri grandi vini?

Chiudiamo con quella che forse è al vera alternativa al sughero: il tappo a vite. L’avrete già visto più di una volta, anche su bottiglie di un certo costo; e sicuramente avrete storto il naso. Vero, è brutto da vedere. Ma è dannatamente pratico e funzionale. Oltre a garantire qualità e uniformità, pare che garantisca una buona tenuta nel tempo. Personalmente mi è capitato di assaggiare bottiglie con questo sistema di chiusura con poco meno di dieci anni sulle spalle e trovarle non solo perfette, ma anche con una buona evoluzione sotto tutti i profili. L’unico problema che pare avere il tappo a vite è che non consente la maturazione dei tannini, tanto che anni fa un storico produttore di Dogliani, con gesto coraggioso ed encomiabile, decise di provarlo per metà della sua produzione di Dolcetto, purtroppo con scarsi risultati. Un’azienda di Montepulciano ha recentemente messo in commercio il suo vino di punta in un cofanetto con due bottiglie: una con il tradizionale sughero, l’altra con il tappo a vite.

TAPPI 03Promotori e sostenitori di queste chiusure sono ovviamente i paesi del Nuovo Mondo, la cui industria vitivinicola è scevra da tradizioni ormai radicate in Europa. Va per detto che il tappo a vite sta prendendo piede anche in Italia, nonostante i costi che comporta una doppia linea di imbottigliamento e l’utilizzo di un modello di bottiglia differente. L’innovazione – miracolo! – è stata recepita anche dal legislatore, tanto che alcuni disciplinari di produzione sono stati modificati per permettere l’utilizzo di questa chiusura. (Una volta se volevi la D.O.C. o la D.O.C.G. dovevi usare per forza il sughero.) Alcuni produttori italiani hanno capito le potenzialità del tappo a vite e della sua accettazione presso i mercati esteri, tanto da avere differenziato le linee di produzione, continuando ad usare il sughero per le bottiglie destinate all’Italia e il tappo a vite per l’estero.

Il grosso problema, a mio parere, è di natura culturale. Specialmente nei paesi dove il vino rappresenta storia e tradizione ed è realtà radicata.
Siamo abituati a considerare il tappo di sughero l’unica chiusura possibile, quantomeno per i vini di qualità. E che dire di tutta la ritualità che presiede l’apertura e il servizio del vino, rito che conferisce maggior prestigio ed enfasi alla bottiglia, con i vari passaggi che terminano nell’assaggio e nel sottile brivido che corre lungo la schiena quando si presenta ance il minimo dubbio o sospetto che il vino sia difettoso.
È chiaro che svitare con gesto secco e veloce un tappo non è la stessa cosa, anche se credo che centinaia di sommelier ringrazierebbero per tanta praticità e rapidità.
Ma è altrettanto evidente che avere la garanzia di un vino esente da difetti e costante nel suo esprimersi ed evolvere sia un vantaggio non indifferente.

Credo che nel nostro paese le nuove generazioni di produttori inizino a guardare favorevolmente alle chiusure alternative (ovviamente dove possibili).
Personalmente sono più che favorevole al loro utilizzo.
Anche perché – e spero di non essere smentito – le grandi bottiglie continueranno a mantenere il loro fascino anche grazie a quel pezzetto di sughero.

Lo stronzo che piace.

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Marc Schlosser – il protagonista di Villetta con piscina, romando dell’olandese Herman Koch – è uno stronzo.
Ma non uno stronzo qualunque, di quelli che si affibbiano in un attimo di rabbia all’automobilista che ti taglia la strada o all’arbitro che non ha fischiato un rigore alla tua squadra del cuore. Marc Schlosser è uno s-t-r-o-n-z-o, pronunciato enfatizzando la “t” e la “r” e la “z”, detto con il cervello e non con la pancia. Ed è anche un vigliacco, una persona spregevole, di quelle che eviteresti come la peste.
Eppure.
Eppure alla fine, leggendo Villetta con piscina ti trovi a parteggiare con lui, a prendere le sue difese, a considerare stronze le persone che lo circondano.

VILLETTA CON PISCINA 01Marc Schlosser è medico, e se il romanzo fosse ambientato in Italia anziché nel Paesi Bassi, sarebbe un medico di base (il vecchio medico della mutua di albertosordiana memoria). Insomma, più che un medico il nostro è un burocrate, che si limita ad annoiarsi fingendo di prestare ascolto ai suoi pazienti e che dopo un lasso di tempo che reputa ragionevole ma sempre troppo breve compila ricette per esami o medicinali.

Poi succede che Schlosser, con moglie e le due figlie, venga invitato per le vacanze da un suo paziente, un fascinoso attore che fa dell’essere un incallito donnaiolo (si usa ancora questa parola?) e dell’ambiguità la sua caratteristica peculiare. E succede che la maggior delle due figlie venga violentata sulla spiaggia, e che il paziente di Schlosser sia il maggior sospettato, seppur senza nessuna prova a suo carico.
Non vi racconto altro, ma vi dico solo che il medico, impegnato a ricostruire faticosamente la vita della figlia, viene meno al giuramento di Ippocrate (si chiamerà così anche in Olanda?) e si merita lo “stronzo” che gli ho appioppato all’inizio di questo mio post.

La forza di questo romanzo – a mio parere – è quella di scendere in profondità nel personaggio principale, esplorandone tutti gli anfratti, anche quelli più scuri. E lo fa con precisione quasi chirurgica, indagando sia nell’inedia che lo porta a vivacchiare nel suo studio medico, sia l’angoscia vissuta dopo il dramma della figlia. E ce lo presenta sotto una luce quasi benigna, quasi che tutto quello che ha passato possa giustificare la nefandezza che ha commesso.
E lo fa così bene da farcelo trovare irresistibilmente simpatico.

Vino in abbinamento.
Me la sono andata a cercare. Che è maledettamente rischioso abbinare un vino dopo aver parlato di un romanzo che ha per protagonista uno stronzo. Metto subito le mani avanti (lo so, sono un pavido) e dichiaro che non esistono vini stronzi. Esistono vini cattivi (ancora tanti, troppi), vini ruffiani, vini che ti fanno incazzare. Ma non esistono vini stronzi. Perché, nonostante tutto, la maggior parte di chi produce vino lo fa con il cuore e con la passione, e se non tutti hanno la fortuna di nascere in territori particolarmente vocati, tutti cercano di trarre il meglio dalla terra che hanno sotto i piedi. (Adesso oltre che pavido sono pure buonista, peggio di Fabiofazio!). Ok, sto divagando, tergiversando, perdendo tempo alla ricerca di un’ispirazione o quantomeno di una via d’uscita… Se non esiste un vino stronzo, esistono però dei vitigni stronzi. Vitigni che hanno bisogno di particolari condizioni ambientali, che vanno curati e coccolati, che fanno i capricci alla minima avversità, che se non li pianti dove vogliono loro te lo sogni che danno qualche risultato. I nomi? Nebbiolo, pinot nero, riesling… Che poi rappresentano la nobiltà dei vitigni. Quindi accompagnate la lettura con un grande Borgogna o Barolo o vino della Mosella. Va faranno innamorare e vi dimenticherete di quanto sono stronzi.

Arneis? Sì, ma non giovane.

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“Arnèis: un bianco asciutto ancora famoso verso la fine del secolo scorso ma oggi introvabile: e che, in ogni modo, non avevo mai incontrato.”
(Mario Soldati, Vino al vino)

Chi mi conosce sa che tra le tante mia manie c’è anche quella di bere i vini bianchi con (almeno) qualche anno di invecchiamento.
Trovo che, così come accade per i rossi, anche i vini bianchi abbiano bisogno di un po’ ti tempo per affinarsi ed essere pronti per poter dare il meglio.
E non parlo solo dei bianchi che da sempre sono apprezzati per la loro capacità di invecchiare – e di migliorare nel tempo – come ad esempio gli chardonnay di Borgogna o i grandi riesling tedeschi.
Parlo anche di vini semplici, di quelli che a ottobre la gente vuole già bere l’ultima vendemmia.

Ho la fortuna di poter riassaggiare nel tempo alcuni vini: la memoria ma anche gli appunti mi permettono di ricordare impressioni e sensazioni. Il confronto è quasi inevitabile, e spesso regala piacevoli sorprese.

Recentemente mi è successo di riassaggiare due Arneis che avevo recensito nel 2012, entrambi della vendemmia 2011.
Si tratta di bottiglie prodotte da due piccole aziende che non fanno di questo vino la loro bandiera, tanto da dedicare la quasi totalità della produzione a vini rossi.
Entrambi i vini sono fanno della semplicità e delle piacevolezza di beva le loro caratteristiche principali, anche se ricordo che uno dei due mi sorprese per una precisa e netta nota di pasta di mandorle appena messo sotto il naso.

(Piccolo inciso. Vi sarete chiesti perché non ho ancora fatto il nome dei due vini. Magari deluderò qualcuno, ma non lo farò neanche adesso. Non perché non voglia o abbia paura di espormi. Ma l’argomento del post è più generale e quindi trovo non abbia senso fare nomi. Se poi morite dalla curiosità e non riuscite più a vivere senza sapere di che vini si tratta, scrivetemi in privato e vi dirò tutto.)

Degustandoli la prima volta, quando i vini erano entrati da poco in bottiglia, avevo apprezzato la semplice piacevolezza del naso, dove emergevano le note floreali e fruttate tipiche del vitigno. Ero invece rimasto un po’ perplesso al momento di berli: a entrambi mancava una sorta di compostezza, di ordine. Non sapevano bene cosa fare da grandi, e le varie componenti facevano a gomitate per emergere.
Normale, normalissimo. Non si può pretendere che un vino da poco messo in bottiglia possa esprimere il massimo del suo potenziale, anche se si tratta di un vino semplice e concepito per essere consumato nell’immediato.

Il riassaggio è stato decisamente più appagante. Il profilo olfattivo non ha subito grossi stravolgimenti, anche se i due anni di cantina hanno smussato qualche angolo e conferito un pizzico di complessità ed eleganza a entrambi i vini, evidenziando anche qualche piacevole accenno minerale. Ma il miglioramento veramente significativo l’ho potuto apprezzare una volta messi in bocca. Sparite tute le spigolosità adolescenziali, i due Arneis si sono fatti adulti e consapevoli. Consapevoli di poter appagare chi li beve con la loro fresca e semplice piacevolezza, che i due anni passati in bottiglia e nella mia cantina non hanno assolutamente scalfito.

Ok, ma adesso torniamo sulla terra.
Chi produce vino deve – giustamente – campare, e non può permettersi di tenersi sul groppone (ovvero in cantina) un’annata di vino bianco per far contenti i malati come me. Ed è quindi giusto che possa monetizzare prima possibile il frutto di un anno di lavoro, magari concentrando gli sforzi su altri vini che necessitano di maggio tempo prima di essere commercializzati.
Qui la palla credo debba passare completamente a chi il vino lo comunica: sia esso chi il vino lo propone e vende (in enoteca o al ristorante) sia a chi di vino parla o scrive.
Il messaggio è relativamente semplice: aspettare. In un mondo dove molti – troppi – soloni predicano il consapevole, l’etico, lo slow, basterebbe veramente poco per cambiare i gusti.
E le cose.

Vite spericolata

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Mi intrufolo nel blog del lettoresommelier per segnalare un evento da non perdere durante questo fine settimana di metà luglio.
Inizia oggi a Calamandrana Alta, dove finisce il Monferrato e poco più in là cominciano le Langhe, un festival dedicato al vino e all’arte spesso coraggiosa e anche un po’ spericolata della viticoltura.
“Vite Spericolata” – e lo è per davvero – è il nome di questa iniziativa ideata da Pier Ottavio Daniele, organizzatore di eventi, autore di libri sull’enogastronomia, fine inventore di calembour e da qualche tempo anche consigliere comunale di Calamandrana.
Spericolati e coraggiosi sono infatti tutti gli organizzatori di questa festa che è appena alla sua seconda edizione, ma che è già entrata a far parte degli eventi di punta dell’astigiano.
Anche Calamandrana è all’interno della zona che poche settimane fa è stata nominata Patrimonio mondiale dell’Unesco e “Vite Spericolata” è così diventata l’occasione per organizzare il primo “Unescoraduno dei vini”.
Saranno tre giorni di festival dedicato alla vite con la partecipazione di alcuni tra i produttori di vino delle Terre d’Unesco di tutta Italia: Marisa Cuomo dalla Costiera Amalfitana, Andrea Farinetti con Borgogno dalle Langhe, Tenuta Dornach dalle Dolomiti, Antonio Bonanni fondatore con Elio Altare della società agricola Campogrande dalle Cinqueterre, Federico Curtaz dalla Tenuta di Fessina dall’Etna. E ancora: il calamandranese Michele Chiarlo, il professor Giorgio Calabrese e Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversità saranno solo alcuni tra i protagonisti del festival che si terrà nel borgo storico, ai piedi del castello, in atmosfere di festa, musica e cibi di strada.

Il programma dettagliato:

Venerdì 11 luglio dalle 18,30
Assaggi, vini, cibi di strada con gli hamburger di Fassone dell’Arte della Carne.
Apertura del Festival con un brindisi: Asti Hour in compagnia del presidente nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori Secondo Scanavino, con Giorgio Ferrero assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte), Anna Ghione (presidente Donne in Campo Asti), Angelo Cortese (presidente Agia – giovani imprenditori agricoli Asti), Stefano Chiarlo (presidente della Strada del Vino “Astesana”), l’onorevole Massimo Fiorio e la delegata Unesco della Provincia di Asti Annalisa Conti; coordina Pier Ottavio Daniele, consigliere comunale di Calamandrana, con Pietro Giovannini.
Alle 20,30 la cena innaugurale con il Fritto Adriatico di pesce (30 euro menu completo inclusi i vini – su prenotazione Tel.329 2284049) “Pesce d’altomare e bollicine di Altalanga” a cura del Ristorante Cohiba di Cesena con lo chef Andrea Lumini e l’associazione per la valorizzazione della Piadina Romagnola, Slow Food Cesena e Confesercenti Cesenate con l’Altalanga Docg millesimo 2007 medaglia d’oro al Vinitaly 2014 delle Cantine Tosti di Canelli. Cena di sostegno ai progetti della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Sabato 12 luglio dalle 18,30
Assaggi, vini, cibi di strada con la piadina romagnola e lo squacquerone della Centrale del Latte di Cesena, la farinata, agnolotti del Baròn e Violetta, gli hamburger di Fassone.
Racconti, con la partecipazione straordinaria di alcuni vignaioli delle terre Unesco italiane: Marisa Cuomo (Furore – Costiera Amalfitana), Tenuta Dornah (Alto Adige – Dolomiti) Andrea Farinett i- Borgogno (Langhe), Michele Chiarlo (Calamandrana – Monferrato), Federico Curtaz – Tenuta di Fessina (Etna), Antonio Bonanni, fondatore con Elio Altare della Società Agricola Campogrande (Cinque Terre), Adega di Monte Barro della Vigna di Maria Chaves (Isola di Fogo – Capoverde). Interverrà Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità. Incontro con i vignaioli “spericolati”: Peter Thomsen (il produttore Danese con la passione della Freisa di Valdivilla), Jeffrey Chilcott (dalla Nuova Zelanda alla cantina Marchesi di Gresy a Barbaresco), Walter Bosticardo con la neo Doc Calosso, Riccardo Bianco della Moscato Marco Bianco di Santo Stefano Belbo e i ragazzi dell’Erpacrife con lo spumante metodo classico a base nebbiolo.
Musica con il jazz di Aura Nebiolo.

Domenica 13 dalle 18,30
Assaggi, vini, cibi di strada con la vera pizza campana a cura di Beppe Francese, la farinata di Tantì e gli hamburger di Fassone dell’Arte della Carne.
Racconti: ospite d’onore la Costiera Amalfitana con Marisa Cuomo e la dieta mediterranea (patrimonio Unesco) in compagnia del professor Giorgio Calabrese e dell’oste-giornalista Beppe Francese, con un brindisi di Romano Dogliotti.
Ore 20,30 Cena Mediterranea (su prenotazione 25 euro inclusi i vini Tel. 329 2284049)
Presentazione della rivista di storia “Astigiani” a cura di Sergio Miravalle.
Musica con la rubrica “Dischi per Fiaschi” a cura di Dj Andrea Margiotta (Jazz Club Torino).

Per l’intera durata del festival sarà possibile ammirare la mostra fotografica di Giulio Morra dedicata alle colline Unesco “Storie di vite”.

Anita Franzon

Scherzo o capolavoro?

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“Non ti conosco bene, e non so come sono fatti i tuoi amici. Ma a me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant’anni, non ci sarà nessuno… nessuno più anziano… non ci saranno persone più anziane di noi che si ricorderanno la Grande Depressione, o la guerra, persone che hanno alle spalle sacrifici considerevoli. E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose.”
(David Foster Wallace)

Morire giovani non è bello.
Ma se si è artisti conferisce quell’aura da maledetti (o sfortunati) che ti rende un mito e che sicuramente rende contenti gli eredi. E – sono schifosamente cinico, lo so – impedisce le cadute di stile dovute alla mancanza di creatività che spesso accompagna la vecchiaia e la parabola discendente di tanti artisti.

David Foster Wallace è morto giovane, a 46 anni: una sera di settembre ha deciso di impiccarsi nel patio della sua casa di Claremont, in California.
E se la sua vita e le sue opere l’avevano già segnalato come una delle figure più interessanti e soprattutto innovative delle letteratura statunitense, la sua morte ha contribuito alla sua definitiva consacrazione.

IJ 02Nel 1996, a 34 anni, DFW (lo chiamano tutti così: lo faccio anche io ed evito di scrivere tutto il nome per esteso) scrisse quello che è considerata la sua opera più importante: Infinite Jest. (Sinceramente non ho idea del perché in Einaudi abbiano scelto di non tradurre il titolo in italiano: ché se a volte alcune traduzioni sono raccapriccianti, in questo caso non avrei avuto nulla da recriminare se in copertina avessi trovato Scherzo Infinito oppure Divertimento Infinito. Misteri dell’editoria.)

Qualche numero per iniziare a capire il romanzo. Un chilo e 90 grammi di peso. Sei centimetri di spessore. Milleduecentottantuno pagine (di cui 100 solo di note ed errata corrige). Insomma, un’opera che non deve essere stata facile da scrivere ma anche complessa e non semplice da leggere (più volte ho rimpianto di non avere le versione digitale, molto più maneggevole).

Di cosa parla Infinite Jest? Parla di tennis (sport che il nostro ha praticato). Parla di droga. Parla di alienazione (ché i primi due argomenti la aiutano, e non poco). Parla della difficoltà di relazionarsi con gli altri. Parla di un futuro non troppo prossimo dove la frontiera tra USA e Canada ha subito stravolgimenti non da poco. Parla di un gruppo di separatisti del Québec. Parla di un misterioso film (l’Infinite Jest del titolo) che provoca assuefazione in chi lo guarda sino a portarlo alla morte. Parla di sesso e di amore. Parla di crescita. Parla di tentativi di redenzione. Parla di tante altre cose.
Il tutto ambientato in un futuro non troppo lontano, dove il presidente degli Stati Uniti è un ex cantante che si esibiva a Las Vegas ossessionato dall’igiene e dove il mercato e le multinazionali hanno preso il definitivo sopravvento così tanto che ogni anno non è più indicato da un numero bensì dal prodotto che lo sponsorizza.
E la trama? La trama è molto esile, tanto che il romanzo non ha un vero e proprio finale. A parte qualche flashback, l’azione si svolge in un arco temporale relativamente breve.

IJ 01La critica vera l’ha paragonato a De Lillo, Pynchon, Barth e persino a Borges (sic!). Io, che capisco (forse) più di vino che di letteratura ho avuto l’impressione, leggendolo, di trovarmi davanti a un Joyce in fissa con il tennis e perennemente in acido che abbia deciso di chiamare Burroughs come consulente su droghe e affini per scrivere una storia a due mani.

“Ok, ma ti è piaciuto? Me lo consiglieresti?” chiede il paziente lettore.
Bella domanda.
Non lo so. Alcune pagine mi hanno divertito. Altre mi hanno annoiato con la loro verbosità e la loro didatticità (DFW aveva una cultura smisurata su medicinali e sostanze psicotrope, ma la tante, troppe note sull’argomento alla fine mi hanno stremato). Altre mi hanno fatto male.
Però.
Non c’è stata una frase, in un mare smisurato di pagine, che mi abbia colpito. Che mi abbia emozionato. Che mi abbia fatto fermare per rileggerla e magati appuntarmela (non mi piace sottolineare i libri, è una delle mie manie). Che mi abbia fatto urlare al capolavoro.

Sicuramente un romanzo di rottura, ma non un romanzo stilisticamente innovativo. Ché il flusso di coscienza e la descrizione dell’uso e soprattutto dell’abuso delle droghe le avevano già inventate i due signori di cui sopra.
Un romanzo che ha il pregio di intuire una parte della società che stiamo vivendo con vent’anni di anticipo (quelli bravi direbbero “visionario”) ma che, a mio modestissimo parere e nonostante l’evidente talento di DFW, non ha quel guizzo o quel colpo di genio che mi fanno gridare al capolavoro.

Vino in abbinamento.
Una cosa bisogna dirlo. DFW non incorre nel malvezzo di molti romanzieri contemporanei di infilare – spesso a sproposito – qualche bottiglia di vino nelle loro opere. Per cui sotto questo aspetto non offre spunti significativi. Visto che il libri parla (anche) di ossessioni e dipendenze, ho fatto mente locale sui vini che mi hanno dato dipendenza. Quei vini che finita la bottiglia (quasi sempre troppo in fretta) ti fanno venire voglia di scendere in cantina a prenderne subito un’altra, e poi magari un’altra ancora. Sono stato fortunato e ne potrei citare parecchi. Ma il primo che mi viene in mente (non chiedetemi perché) è il La Lune del Domaine de la Sansonnière. Siamo in Loira, il vitigno è lo chenin blanc e il produttore – Mark Angeli – è un vero e proprio integralista della biodinamica.

Esercizi di stile

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ESERCIZI 01Nel 1947 Raymond Queneau scrisse un libro destinato a lasciare un segno, tanto da far sì che il titolo divenisse frase di utilizzo comune.
Esercizi di stile nasce da un’idea tanto semplice quando geniale: raccontare un episodio banale di vita quotidiana (un uomo incontrato su un mezzo pubblico e rivisto due ore dopo davanti a una stazione) in 99 modi differenti, giocando con la lingua e utilizzando una babele di figure retoriche, stili letterari, costruzioni sintattiche, giochi di parole…

Ovviamente ne caldeggio la lettura: per chi mastica poco il francese c’è l’ottima traduzione italiana di Umberto Eco, che conserva il testo a fronte. Ma non è del libro che voglio parlare.

In un blog che parla di vino e letteratura, Esercizi di stile è un formidabile spunto per giocare un po’, ma anche per riflettere su cosa e soprattutto come si scrive di vino.
Per cui – presuntuosamente autoreferenziale – ho preso la descrizione di un vino che scrissi qualche tempo fa (non perdete tempo a cercarla, non è quella la cosa importante) e mi sono messo a giocare.

Si tratta di un work in progress e le versioni sono molte di meno delle 99 di Queneau. Vogliono essere una provocazione e un punto di partenza per giocare e discutere, soprattutto sul come si parla di vino. E, in alcuni casi, anche un omaggio ad alcuni scrittori che amo particolarmente.

Quindi, se volete aggiungere ulteriori versioni a quelle che troverete di seguito, siete i benvenuti.

L’originale
Rubino dalle sfumature porpora. Naso deciso ed elegante che ben esprime il varietale del vitigno. Frutta dolce e polposa si intreccia a note speziate e a una mineralità di fondo che non cede mai. Leggere note tostate completano la tavolozza evidenziando liquirizia e una sfumatura di incenso. Il palato è ricco, molto saporito e di grande linearità, con una bella sapidità a integrare un’acidità da manuale. Chiude caldo e con precisi ritorni fruttati. Macerazione in acciaio, malolattica e affinamento in barrique e tonneau. Carré di agnello al timo.

Scheda Ais
Limpido, rosso rubino con sfumature porpora, consistente. Intenso, complesso, eccellente, fruttato, speziato, tostato, minerale, etereo. Secco, caldo, morbido, fresco, poco tannico, sapido, di corpo, equilibrato, intenso, persistente, fine. Pronto, armonico. 92.

Antonio Albanese
È rosso.

James Joyce
Se solo me ne avesse lasciato un sorso di quel vinello foresto che si è scolato con le costolette di agnello e che brillava rubino nei bicchieri che mi aveva regalato la zia Dolores quando stavamo a Gibilterra e Poldy era ancora quell’uomo deciso ed elegante che mi ha fatto innamorare e che a tutti gli appuntamenti si presentava con un mazzo di fiori e sempre dico sempre della frutta dolce e polposa i cui effluvi si mescolavano alla sua pelle che sapeva di pepe e incenso e pietra bagnata e ricordo quell’alito che rinfrescava con pastiglie di liquirizia per nascondermi che aveva fumato ma io lo baciavo e li ricordo quei baci e la sua lingua calda e salata che mi esplorava tutta la bocca e sentivo il suo sapore misto di acciughe e fiori di campo.

Edonistico
È buono!

Alessandro Baricco
Era sempre rosso in viso.
Un rosso quasi rubino, con delle sfumature porpora a conferirgli un’insolita giovinezza.
Ma era il profilo a renderlo interessante.
Quel naso deciso.
Così tipico della sua razza che non potevi sbagliarti.
Sulle gote la pelle lucida come metallo che pareva una pesca matura e succosa.
La scia del suo dopobarba. Incenso. Vetiver. Aghi di pino.
La sua voce calda.
Il suo modo di parlare. Sempre diretto. Sprezzante. Tagliente.
E quel modo di tagliare l’agnello. E poi di mangiarlo.

Anagrammi
Deambulata freni porro pus urlo. Dipendendo elemosine noi rieleggereste sbatacchiavate ville. Eccellereste infezioni paracadutata posto stipo adenoidi fulminee ho ne nei raccomandata. Eleggerà lo otto scampanellavate un tetto zonzo idealizzando iniqui veri adescata fermi un suino. Deraglerei otto pistilli polo raccomandata rioni abdicata nel pulsino iene lui madida tracannata urge. Accucciando definirei hotel riporti trust. Camiciaia noi affaticare eminente coerenza equini non traballata uomo. Araldica grillo monte.

Haiku/1
Freddo rubino.
Variata tavolozza.
Agnello cotto.

Haiku/2
Pietra bagnata.
Sorso fatto spirito.
Calda freschezza.

Haiku/3
Bel varietale.
Polposa liquirizia.
Barrique e tonneau.

Luca Maroni (non posso proprio esimermi!)
Rubino è abito visivo esemplare della sua concentrazione totale. Incommensurabile nella potenza in dolcezza della confettica albicocca sua. Confettica giacché di dolcezza esondante del pari della suadentissima glassa del confetto in Sulmona. Capolavoro assoluto di viticoltura cremosa, polposa, di potenza e viscosità definitivamente, compiutamente imperiosa. Natura e uomo qui inscindibilmente, frutto speziosamente, clorofillosamente avvinti. Non una macchia, un’alterazione, una pausa od un neo nell’emissione, non un vizio od un aspetto perfettibile nell’effusione, con la risultante che è una performance sensoriale di perfetta souplesse olfattiva e palatale. Uno fra i vini più ricchi equilibrati e nitidi che ho mai avuto l’onore di incontrare. Pura clorofilla di nerissima uva e del più candido rovere d’elevazione che ci sia. Con il suo distillato di ricchissimo frutto che ha la dolcezza del burro di cacao e la polposità sublime della purea della polpa delle more. Un capolavoro anzitutto viticolo, quindi enologico, con un filologico, tecnico rispetto di codesta stupenda forza della natura.

Wine Spectator
Bursting with sweet cherry and blackberry, licorice and spice flavors. Ripe, dense, balanced, full bodied red, show the structure to age. Best from 2015 through 2020.

Lipogramma in a
Rubino con toni vermiglio. Profumo deciso e distinto che ben esprime il genere del vitigno. Frutti dolci e polposi si uniscono con note pungenti e pietrose che non cedono per niente. Leggere note fumose rifiniscono il dipinto mettendo in luce stecco nero e soffi di incenso. Il sorso è ricco, molto gustoso e rettilineo, con un belle note di cloruro di sodio che sostengono un brusco libresco. Chiude cocente e con precisi ritorni del frutto. Unione di bucce ed essenze in inox, riduzione del brusco fisso e riposo in botti di 225 e 500 litri. Lombo di montone con timo.

Lipogramma in e
Rubino con sfumatura porpora. Naso risoluto, raffinato: un paradigma. Frutta amorosa, polposa, abbraccia profumi di fragranza unita a una rocciosità di fondo mai doma. Sottili soffi tostati chiudono la tavolozza dando risalto a liquirizia con una sfumatura di olio aromatico. Il palato si dimostra ricco, molto saporito, di ampia uniformità, con una magnifica sapidità a dar supporto a un’acidità didascalica. Chiusura calda, con giusti ritorni fruttati. Contatto buccia/polpa in acciaio, fa la malolattica poi affina in botti da 225 o 500 litri. Costata di cucciolo ovino al timo.

Lipogramma in i
Rosso gemma dalle sfumature porpora. Naso tosto ed elegante che ben racconta la razza dell’uva. Frutta dolce e polposa è fusa a note drogate e sassose che perdurano salde. Leggere note tostate completano la tavolozza regalando tubero scuro e una sfumatura sacra. La bocca è opulenta, molto gustosa e presenta grande coerenza, con una bella nota salata a sostenere una freschezza da manuale. Occlude caldo e con un nettoretrogusto fruttato. Macera nel metallo, perde la nota fresca e matura nel legno angusto e tonneau. Carré dell’agnello all’arbusto odoroso.

Lipogramma in o
Pietra vermiglia dalle sfumature cardinalizie. Fragranza decisa ed elegante che ben esprime il varietale dell’uva. Frutta amabile e densa si intreccia a richiami speziati e a una mineralità di base scevra da cedimenti. Leggeri cenni bruciati a chiudere la palette, mette in evidenza liquirizia e una sfumatura di spezia sacra. La tessitura gustativa è ricca, estremamente stuzzicante e di grande linearità, presenta una bella sapidità a integrare un’acidità da manuale. Chiude bruciante e dai precisi rimandi fruttati. Macera in vasche metalliche, perde acidità e affina in barrique e tini da 500 litri. Carré di bebè di ariete alla spezia lamiacea.

Lipogramma in u
Rosso pietra dai riflessi porpora. Naso deciso ed elegante che ben esprime il varietale del vitigno. Ovarie delle angiosperme dolce e polpose si intrecciano con note speziate e con la mineralità di fondo che non cede mai. Leggere note tostate completano la tavolozza evidenziando radice nera e soffi di incenso. Il palato è ricco, molto saporito e di grande linearità, con la bella sapidità a integrare l’acidità paradigmatica. Termina caldo e con precisi ritorni di ovario delle angiosperme. Macerazione in acciaio, malolattica e affinamento in botti piccole e da 500 litri. Carré di agnello al timo.

Istruzioni per degustare il vino (omaggio a Julio Cortázar)
Procuratevi le seguenti cose: una bottiglia, un cavatappi, un bicchiere. E degli amici, che è triste bere il vino da soli.
Tenendo ben salda la bottiglia e utilizzando il cavatappi, apritela e versatene un po’ del contenuto nel bicchiere. Non troppo, però, diciamo sufficiente a riempirne la quarta o la quinta parte.
Impugnate ben saldo il bicchiere e guardate il vino: la limpidezza, le sfumature di colore. Poi ruotatelo leggermente, osservate le lacrime e gli archetti che si formano sulle pareti e valutate la consistenza del vino.
Ora avvicinate il calice al naso e inspirate. Poi allontanatelo, fatelo ruotare (poco, per carità, non è una lavatrice) e riavvicinatelo alle narici. Ripetete l’operazione più volte a intervalli regolari e annotare i profumi che percepite.
È arrivato il momento di assaggiare il vino. Prendetene un piccolo sorso, fatelo vagare per il vostro cavo orale, quasi a perdersi, e poi deglutitelo. Percepirete lo zucchero (ammesso ci sia), l’alcol, la morbidezza, l’acidità, il tannino e la sapidità. Poi valutatene la persistenza e la qualità.
Mettete tutto assieme e date un giudizio complessivo e, se proprio dovete, anche un voto.
Poi dimenticate tutto quello scritto sopra e godetevelo.

Valsesia, l’altra UNESCO

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È notizia recente l’inserimento del comprensorio di Langhe, Roero e Monferrato nel patrimonio dell’UNESCO. Ne parleremo a breve, ma mi pare doveroso dare la precedenza a un’altra zona che, più in sordina, ha avuto lo stesso riconoscimento già lo scorso 5 settembre.
Si tratta del Geoparco Sesia-Val Grande, e anche se di primo acchito vi potrà sembrare che in questo caso il vino sia completamente estraneo, non è affatto così. Ma dovrete avere pazienza: non quella che hanno avuto i protagonisti della storia che sto per raccontarvi, ma solo un pochino.

La storia inizia 290 milioni di anni fa e che finisce – almeno per ora – il 5 settembre 2013. È una storia che parla di rocce, di cataclismi, di uomini, di scommesse. E anche di vino.

290 milioni di anni fa il nostro pianeta era occupato da un unico grande continente – la Pangea – ed era caratterizzato da grandi anomalie termiche. Una di queste interessò gran parte di quella che adesso è l’Europa, provocando una fusione parziale del mantello terrestre a profondità che raggiunsero i 25 chilometri. La contemporanea risalita di magma portò, dopo circa 10 milioni di anni, a una violentissima eruzione: il sistema collassò e si formò un’enorme caldera di oltre 13 chilometri di diametro. Questa situazione durò pochi giorni, perché la camera magmatica crollò, portando all’emissione di centinaia di chilometri cubi di materiale vulcanico che diede vita a uno dei più violenti accadimenti geologici conosciuti.

Circa 180 milioni di anni or sono la Pangea iniziò a dividersi, dando origine agli embrioni di quelli che sarebbero poi diventati i continenti che noi conosciamo. La loro deriva portò altri stravolgimenti, e 60 milioni di anni fa la collisione tra la placca africana e quella europea, oltre a provocare la formazione delle Alpi, in corrispondenza di quella che ora è la Valsesia provocò una sorta di ripiegamento della crosta terrestre, facendo affiorare la parti più profonde che alimentarono quello che viene comunemente chiamato un supervulcano. Una sorta di fossile geologico che racconta cosa accadde a sino a 25 chilometri di profondità. Un laboratorio a cielo aperto che consente ai geologi e ai ricercatori di studiare non solo quello che avvenne nel passato, ma anche di acquisire conoscenze al fine di studiare gli sviluppi futuri di quello che avviene nelle profondità del nostro pianeta dove esistono ancora vulcani attivi.

Un ardito salto temporale ci porta agli inizi degli anni ’80, quando il Professor Silvano Sinigoi dell’Università di Trieste e James Quick, prorettore della Southern Methodist University di Dallas iniziano a percorrere la Valsesia e l’adiacente Valsessera in lungo e in largo studiando e catalogando i numerosi affioramenti di rocce vulcaniche. È un lavoro lungo e faticoso, che richiede infinite dosi di pazienza e che prevede il dormire in tenda, l’arrampicarsi in corda doppia su pareti a strapiombo, il guadare torrenti. E poi ci sono le analisi di laboratorio, le datazioni al Carbonio14, le ore passate sul computer e sulle carte a incrociare dati e studiare tabelle. Ma è un lavoro che alla fine da i suoi frutti.

SV10Il 2 ottobre 2009 lo stesso Professor Sinigoi presenta i risultati dei numerosi anni di ricerca in una conferenza a Bogosesia, confermando la teoria che quelli affioranti in Valsesia sono effettivamente i resti di un supervulcano fossile, la cui caldera (praticamente il cratere, ma molto più grande) si trova in prossimità di Prato Sesia e la camera magmatica (il serbatoio in cui si formò la lava) a Balmuccia. La notizia, praticamente ignorata dalla stampa italiana, ha grande rilevanza nell’ambiente scientifico, tanto da fare il giro del mondo e da meritarsi le prime pagine di numerose pubblicazioni scientifiche. Si tratta di un sito unico al mondo, che permetterà di capire meglio come funziona un vulcano e cosa succede sotto i nostri piedi.

Il 14 novembre 2011 nasce l’Associazione “Supervulcano Valsesia” (qui la pagina web), che oltre a portare avanti un’attività divulgativa – sempre sotto la supervisione del Professor Sinigoi – lavora per ottenere il riconoscimento da parte dell’Unesco del Geoparco. Il 29 novembre 2012 l’Associazione decide di allearsi con il Parco Nazionale della Val Grande, al fine di ottenere maggior visibilità e maggior peso mediatico.

E siamo al 5 settembre 2013. Ad Ascea (nel geoparco del Cilento) durante la 12ª conferenza europea dei geoparchi, l’Unesco ha incluso il Geoparco Sesia – Val Grande nella sua lista. Un risultato importantissimo, che non solo premia gli sforzi compiuti ma che evidenza la rilevanza di un sito che ha pochi simili sul pianeta.

Qui finisce la storia. Ma ne incomincia subito un’altra. Il riconoscimento da parte dell’Unesco, e – finalmente! – l’eco data all’evento da parte della stampa, rappresenta una grande opportunità di promozione per un territorio ingiustamente poco considerato dal turismo.

SV05E il vino?
Un territorio così ricco e interessante dal punto di vista geologico non può che incuriosire il sommelier, soprattutto perché i vitigni più coltivati in zona sono quel nebbiolo che più di ogni altro sa leggere e interpretare il terroir, e la Vespolina, vero autoctono e responsabile di una spiccata nota aromatica. E in Valsesia, sia sulla sponda vercellese sia su quella novarese, c’è da divertirsi, visti gli innumerevoli tipi di terreno presenti, anche all’interno delle singole denominazioni.
Se i porfidi la fanno da padrone, specialmente nelle zone di Boca e Bramaterra e con un’incursione nella parte nord del Gattinara, troviamo, in ordine sparso, graniti, calcari, quarziti, scisti, arenarie, sabbie e – ovviamente – vulcaniti. Caratteristica comune di tutti i materiale è quella di essere a reazione acida, con pH che nel caso di Boca arrivano a un valore di 2,85 (quello dell’aceto è 2,9!).

Ogni denominazione presenta caratteristiche proprie e inconfondibili, ma due sono quelle che le accomunano, entrambe derivate dal terreno. La spiccata mineralità che ne caratterizza l’impianto olfattivo e una decisa impronta sapida ma soprattutto acida che rende i vini piacevolmente saporiti e adattissimi agli abbinamenti gastronomici: non solo quelli scontati con carni rosse e selvaggina, che se si ha il coraggio di osare sono garantite piacevolissime sorprese. Ma l’acidità si esprime al meglio quando si degustano bottiglie con lustri – se non decenni – sulle spalle, contribuendo a una ricchezza e a una (sempre relativa, che la base nebbiolo si fa sempre sentire) facilità di beva che ha pochi riscontri, anche nei più blasonati cugini di Langa.

SV03Il riconoscimento da parte dell’Unesco può rappresentare un importante volano anche per il comparto vitivinicolo, in una zona dove la viticolture venne praticamente abbandonata nel corso del XX secolo, quando le due Guerre Mondiali e l’industrializzazione della zona decimarono gli ettari vitati, che passarono di 450.000 ai 700 attuali. Se vi recate in Valsesia (ed è più che un invito) faticherete nell’individuare le vigne, ormai coperte e nascoste da un bosco che ha mangiato tutto con sorprendete vigoria. Ma quelle che, magari con l’aiuto di qualche produttore, riuscirete a trovare (alcune anche storiche e ancora allevate con il sistema della maggiorina) e che paiono quasi rubate alla vegetazione circostante vi sorprenderanno per la loro bellezza. Ripensatele, poi, quando stapperete una bottiglia di Gattinara, di Boca, di Lessona, di Bramaterra… Vi sembrerà ancora più buona.

Ma esistono i vini naturali?

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“One of the major scams beig fosted on wine consumers.”
(Robert Parker)

“Ciò che qui bisogna comprendere è che il vivente non è che una somma di frequenze o di ritmi, è un mondo vibratorio.”
(Nicolas Joly)

Quando studiavo per diventare sommelier, ma anche per qualche anno dopo aver preso il diploma, durante le degustazioni o le visite in cantina non perdevo occasione per sottoporre il malcapitato (e pazientissimo) produttore di turno a un fuoco di fila di domande. Quando aveva vendemmiato. Quanto era durata la macerazione. Se il vino aveva fatto acciaio, botte grande, barrique (e in questo caso pretendevo di sapere la provenienza del rovere e la percentuale di legni nuovi, di secondo e di terzo passaggio). Se, quando, come si fosse svolta la malolattica. Quando era stato imbottigliato il vino. Eccetera.
Sono passati un po’ di anni.
E ho smesso.
Adesso mi piace chiacchierare con il produttore di argomenti diversi: territorio, clima, vini, cibi, storia e storie. Insomma, tutto quello a cui conduce il corso della conversazione.
Poi assaggio il vino. E decido – oggettivamente – se è fatto bene e – soggettivamente – se mi piace.
E solo dopo, e non sempre, chiedo informazioni su come è stato fatto.

A questo punto vi sarete giustamente chiesti cosa c’entri questo lungo preambolo con i vini naturali. Abbiate pazienza, che di preambolo ve ne tocca un altro.

Qual è la definizione di vini naturali? O, meglio ancora, esiste una definizione? Secondo me no. Anzi, confesso di detestare abbastanza questo termine, che viene quasi sempre utilizzato genericamente se non impropriamente. La confusione è tanta tra vini biologici, biodinamici, macerati, senza solfiti, maturati nelle anfore… Senza dimenticare i tanti che hanno utilizzato a parola “naturale” per soli scopi commerciali.

Ma oltre alla confusione, o forse proprio per questo, c’è tanto – troppo – pregiudizio. In un senso e nell’altro.
Perché, oltre a esserci chi non osa neanche avvicinarsi a un vino “naturale” (uso le virgolette in modo da evitare di impelagarmi nella palude delle definizioni) c’è anche l’opposto, quello che ormai beve solo il vino “naturale”, osteggiando tutto il resto quasi fosse il demonio.
Entrambe le categorie si perdono tanto. Ché se ci sono dei grandissimi vini “ortodossi” (anche qui le virgolette fungono da fune per trarmi fuori dalla palude di cui sopra) ci sono anche grandissimi vini “naturali”, sorprendenti non solo per la loro bontà, ma anche perché il loro appartenere a questa categoria non viene dichiarato.

Prima di tutto facciamo un po’ di chiarezza tra le varie categorie. Non ho la pretesa di essere esaustivo, ma è pur sempre un inizio.

Vini biologici.
Il Regolamento Europeo 203/2012 pubblicato il 9 marzo 2012 ha fatto un po’ di chiarezza nella definizione di vino biologico, anche se dubbi e lacune continuano a rimanere. In breve e con le ovvie generalizzazioni, la normativa stabilisce nuove regole, sia per quanto riguarda la gestione del vigneto sia per le pratiche enologiche e le sostanze coadiuvanti utilizzabili durante la vinificazione. Per cui le uve biologiche saranno quelle prodotte senza l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (concimi, pesticidi, anticrittogamici…) e senza OGM. In cantina il regolamento autorizza solo alcuni processi e prodotti, e pone un limite all’utilizzo dei solfiti (100 mg/l per i vini rossi e 150 mg/l per i bianchi: valori che hanno creato non pochi malumori in parecchi vignaioli italiani, abituati a dosi decisamente più basse). Ogni azienda sarà giudicata conforme da un ente certificatore, che controllerà che le pratiche seguite siano conformi alla normativa.

Vini biodinamici.
Segnatevi questi due nomi. Rudolf Steiner e Nicolas Joly. Il primo – sì, proprio quello delle scuole – è stato l’ideatore e soprattutto il codificatore dell’agricoltura biodinamica. Il secondo – viticultore in Loira con la sua strepitosa Coulée de Serrant – ha provveduto a diffonderne il verbo tra i vignaioli e tra gli appassionati di vino. Spiegare la biodinamica è lungo e complesso. Ai più curiosi suggerisco i testi di Stainer o di Joly. Per chi legge l’inglese c’è questo bel bignamino di Clive Coates. Io provo (ho detto provo) a fare un breve riassunto.
La biodinamica si basa su tre principi base: mantenere la fertilità della terra; rendere sane le piante per far sì che possano resistere a malattie e parassiti; produrre frutti di qualità più alta possibile.
Per ottenere ciò non basta solo evitare il ricorso a concimi chimici o veleni: occorre avere una conoscenza non solo del pianeta ma anche del suo rapporto con il cosmo. E sfruttare la forza naturale e le sue tre espressioni fondamentali. 1. La liberazione nella terra di materie nutritive per le piante, in modo che sostanze presenti nella terra in quantità enormemente superiore al fabbisogno siano liberate e assimilate nella misura necessaria: il processo avviene grazie a lombrichi, vermi e microrganismi, che devono essere protetti e mantenuti. 2. L’inspirazione dell’atmosfera per tramite delle piante: per il loro sviluppo esse utilizzano solo l’1% delle risorse della terra: il resto è tratto da anidride carbonica, acqua e azoto. I concimi chimici influiscono negativamente su questo processo, aumentando la presenza di azoto nell’humus e la presenza di batteri che disperdono questo elemento. 3. L’autoregolazione insita in tutte le piante, che permette l’adattamento alle condizioni esterne e alle loro variazioni (vi dice niente il nome Charles Darwin?); questo equilibrio, presente in tutti gli esseri viventi, uomo compreso, è comandato da sostanze presenti in quantità minima: vitamine, ormoni, enzimi, microelementi. È possibile migliorare questi processi della terra rafforzandone la capacità di autoregolazione con alcuni accorgimenti specifici come l’impiego della rotazione, del compost e dei preparati biodinamici. Sono forse questi ultimi ad attirare le maggiori attenzioni ma anche tanto scetticismo. Sono otto, sono a base di piante medicinali e il loro utilizzo è strettamente regolato dalle influenze della luna e dei vari pianeti. Due vengono spruzzati direttamente sulle coltivazioni, gli altri vengono interrati (compresi i famigerati corni, che tanto fanno sorridere chi poco sa di questa pratica). Il loro principio è simile a quello dell’omeopatia: piccole quantità di principi che fungono da catalizzatori e da riattivatori dei processi naturali.
Anche nel caso della biodinamica c’è un ente certificatore: se su di una bottiglia trovate il logo Demeter sappiate che state stappando un vino biodinamico.

Vini macerati o “orange wine”.
Qui la differenza la fanno le pratiche di cantina, indipendentemente da come possa essere condotto il vigneto. Innanzitutto parliamo di vini ottenuti da uve a bacca bianca. A differenza dei normali vini bianchi, dove la buccia è immediatamente separata della polpa e non avviene contatto tra le due parti, in questo caso polpa e buccia sono tenuti a contatto – macerazione – per un periodo più o meno lungo, così come avviene normalmente per i vini rossi. Questo contatto comporta la trasmissione al vino delle sostanze presenti in buon numero sulla buccia: aromi, lieviti, tannini. La caratteristica più evidente sarà quindi una differente colorazione del vino: non più un giallo paglierino o dorato, bensì un colore tendente all’arancione (da qui la definizione “orange wine”, pragmaticamente coniata dagli anglosassoni) Si avranno quindi vini non solo maggiormente – e differentemente – colorati, ma anche e soprattutto una maggior ricchezza di aromi e anche una percettibile presenza tannica (anche se non a livello di vino rosso). Per cui, se necessitano di minor solfitazione, hanno un’evoluzione molto più lenta, che le rende discretamente longevi. Si tratta di prodotti che sicuramente spiazzano chi li affronta per la prima volta. E se è vero che o li ami o li odi – de gustibus… – mi sento però di contraddire chi gli imputa di essere tutti uguali e soprattutto di snaturare vitigno e territorio. Basta cancellare i pregiudizi, avere pazienza e saperli cercare: territorio e vitigno vi appariranno nitidi e precisi. Più che in molti vini tradizionali.

Vini in anfora.
Si chiamano qvevri e le fanno in Georgia, dove le hanno sempre usate. Sono anfore di terracotta che vengono interrate e in cui il vino viene fatto fermentare e poi maturare per periodi più o meno lunghi. Il tipo di lavorazione in vigna non influisce sulla definizione, anche se molto spesso chi usa le anfore tende a condurre il vigneto in modo biologico se non biodinamico. Pensateci bene: sarebbe quasi un controsenso utilizzare un metodo di vinificazione tradizionale se non arcaico e poi ricorrere alla tecnologia in vigna. In Italia il primo ad utilizzarle è stato Josko Gravner, seguito da un manipolo di discepoli e anche di epigoni. Anche qui c’è molta confusione. L’anfora è un recipiente come un altro, ovviamente con le sue caratteristiche peculiari. Chi le utilizza – e io concordo con loro – afferma che si tratta di recipienti che mantengono, amplificandole, le caratteristiche di vitigno e territorio. Il fatto poi di tenerle interrate garantisce una temperatura costante. Anche qui vini che dividono, e anche qui le demonizzazioni si sprecano. Ma se in Georgia le usano da millenni non credo si siano sbagliati. Se provate ad assaggiare qualche vino mi darete ragione.

Se mi avete seguito fin qua – bravi! grazie! – e avete ancora sufficiente pazienza, vi toccano un po’ di riflessioni.

Primo
Tutti – tutti! – i vini ottenuti dalla fermentazione dell’uva sono naturali. Ok, ci sono i lieviti selezionati e un sacco di altri “additivi” che possono aiutare gli enologi. Ma, tranne in alcuni casi, il vino non viene fatto miscelando strane polverine. Sono conscio di spararla grossa e che scatenerò commenti e (forse) ire dei sostenitori del “naturale”. Ma, come ho già accennato prima, a mio modesto parere si tratta di una definizione che per poter essere applicata con cognizione di causa avrebbe bisogno di essere chiarita, e a fondo. Se non l’avete già fatto andatevi a vedere l’ultimo film di Jonathan Nossiter (ne abbiamo parlato qui e anche qui): anche se non esaustivo rappresenta comunque un valido tentativo di fare un po’ di chiarezza.

Secondo
Non tutti i produttori dichiarano in etichetta che il loro vino è biologico o biodinamico. Perché? In primis le procedure burocratiche per la certificazione sono complesse e spesso costose. E, visto che i produttori passano già più tempo a lottare contro la burocrazia che contro la flavescenza dorata e la peronospora, non hanno tanta voglia di cercarsi altre rogne (e, per quanto possa contare, hanno tutta la mia comprensione e solidarietà).
Ma ci sono anche altre ragioni per cui ad alcuni non frega nulla dichiarare come fanno il vino. Per paura di bruciarsi ed finire etichettati in un certo modo da pubblico e (soprattutto) critica. Oppure perché non hanno bisogno di dichiarare il tipo agricoltura praticata per vendere il vino: qui ci sono esempi clamorosi di produttori che praticano la biodinamica senza che la cosa venga esibita. Si tratta di nomi grossi, ma proprio grossi. Faccio il cattivo e non ve li dico: cercate la vostra tenacia sarà premiata! Anche qui, il fatto di esporsi se da un lato non aggiungerebbe nulla al loro blasone (e al volume del fatturato) dall’altro rischierebbe di etichettarli in un certo modo, facendogli magari perdere quote di mercato.

Terzo
Fare agricoltura biologica e soprattutto biodinamica è rischioso e costoso. Non tanto perché la chimica garantisca risultati migliori, anzi; ma perché il rischio di vedere compromessa se non persa una vendemmia è decisamente più alto, specialmente in annate molto piovose. Quindi, oltre al coraggio e alla follia di chi abbraccia queste pratiche, occorre anche una solidità economica non indifferente. E qui si torna al discorso di prima: ci sono aziende grosse e insospettabili – tante sono in Francia, ma anche da noi qualcosa si sta muovendo – che adottano tali pratiche senza dichiararlo.

Terzo/bis.
Molto spesso questa tipologia di vini è considerata cara. Vero che mediamente si tratta di bottiglie che costano qualche euro in più della media, ma il maggior costo credo sia giustificato dai rischi di cui ho parlato prima.

Quarto
È veramente possibile fare agricoltura bio? Mi spiego. C’è un produttore virtuoso che rispetta i dettami del biologico o della biodinamica. Il suo vicino di vigna invece ricorre alla chimica utilizzando diserbanti, pesticidi e compagnia. La mia paura e il mio sospetto sono che le sostanze utilizzate da quest’ultimo finiscano, almeno parzialmente, anche nel terreno e nell’aria dove matura l’uva del produttore bio, compromettendone virtù e sforzi. E allora – forse – tanti bei discorsi vanno a farsi benedire.

Quinto
C’è un qualcosa che può accumunare le varie tipologie di vino che ho descritto prima. Si tratta di un approccio poco se non del tutto interventista in vigna e soprattutto in cantina. Qui il vino viene lasciato libero di seguire il suo corso, senza interventi atti a indurre o facilitare certi fenomeni. Generalizzando si può dire che in queste cantine la figura dell’enologo è praticamente bandita. (Lungi da me però demonizzare la categoria, anzi.)

Conclusione?
Mi rendo conto di essere stato sinora molto poco propositivo. Anzi, qualcuno potrebbe dire che ho solo sentenziato.
Rimedio dicendovi che mi sono spesso interrogato su quale definizione dare per inquadrare i vini naturali e soprattutto sul come comunicarli. E non sono arrivato a una risposta definitiva.
Sopra ho cercato di fare un po’ di chiarezza e di definire alcune categorie, anche se le sfumature sono tante e le linee di confine (per fortuna) tutt’altro che nette. Ritengo fondamentale che chi si occupa di vino comprenda e poi trasmetta queste definizioni e in seconda battuta i vini. Vini che spesso sono lontani dai prodotti piò ortodossi e dai parametri che solitamente si utilizzano per degustare e descriverli e che per questo richiedono di essere prima capiti da chi li serve/propone e poi spiegati. Spiegazione che deve partire dalle tecniche di produzione e dalla filosofia che le informa. È quindi fondamentale leggere, informarsi e soprattutto conoscere chi il vino lo fa e quali sono le ragioni che o spingono a produrre in una maniera anziché un’altra. Lasciando poi al consumatore l’ultima parola. Quel “mi piace” o “non mi piace” che poi è l’ultimo e più importante giudizio sul vino.

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