Trovarsi senza cercarsi

0

Da poco ho parlato di Julio Cortázar (vedi qui) e di un suo racconto, su cui voglio tornare.

Il racconto si intitola Manoscritto trovato in una tasca e lo trovate nella racconta Ottaedro.
La trama è relativamente semplice.
Un uomo si inventa un gioco e lo gioca in solitaria nella metropolitana di Parigi. Al mattino sceglie il percorso che compirà nella giornata: le fermate, i cambi di linea, le risalite in superficie. Poi, quando su di un vagone una ragazza ricambia, anche solo per un istante, il suo sguardo, decide di seguirla solo se il suo percorso coinciderà con quello prestabilito. Solo all’uscita in strada potrà rivolgerle la parola. Un giorno, trasgredendo la regola, abborda una ragazza. Un caffè, tante parole, l’amore. Ma il nostro non è contento: decide di rivelare alla ragazza il suo gioco e di giocarlo con lei. Avranno due settimane di tempo per giocare e ritrovarsi.

METRO PARIGI

Il racconto è scritto magistralmente (non leggete la traduzione che trovate in rete, non rende giustizia), ma per chi ha letto anche solo un frammento di Cortázar questa non è una novità.

Il racconto è soprattutto una grande metafora della vita. Di come spesso ci si affidi al caso (che è l’anagramma di caos, pensateci) quando invece abbiamo il potere di modificare le cose, di farle andare come vogliamo (o vorremmo).
Come il protagonista del Manoscritto, abbiamo il potere di cambiare il corso delle cose, trasgredire le regole del gioco quando queste si dimostrano troppo strette e ci impedisco di ottenere ciò che desideriamo. Facendo però attenzione a non ricadere nel tranello delle stesse regole. A non farci prendere prigionieri di quei ragni – metaforici – che Cortázar fa incombere sui suoi personaggi.

Pensateci, la prossima volta che prenderete la metropolitana.

Che vendemmia sarà?

0

In questo periodo impazzano sui media le previsioni sulla vendemmia in corso.
Quest’anno, poi, l’interesse è amplificato dall’andamento di un’estate che non si è dimostrata tale e che in molte parti d’Italia è stata caratterizzata da eventi atmosferici devastanti che hanno compromesso il raccolto (ultimo la violentissima grandinata che ha colpito la Toscana pochi giorni or sono).

Avrete dunque letto/sentito, in ordine sparso.
Di un’annata scarsa in quantità ma eccezionale in qualità. Di un’annata disastrosa, dove praticamente sarà prodotto solo il Tavernello. Di un’annata che, nonostante tutto e grazie al sole settembrino, sarà eccezionale. Di un’annata ottima per i bianchi e pessima per i rossi. Di un’annata pessima per i bianchi e ottima per i rossi. Di un’annata che premierà chi ha saputo lavorare bene in vigna. E così via: l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Tutte cazzate (sì, avete letto bene, CAZ-ZA-TE).

E adesso vi spiego anche perché, in tre punti.

Primo. Mai generalizzare.
In un mondo come quello del vino dove sta prendendo sempre più piede il concetto di terroir e vengono apprezzate le differenze tra vigne spesso molto vicine tra di loro, non ha senso dare un giudizio generale. La grandinata che compromette o addirittura distrugge un vigneto può risparmiare quello distante anche solo poche decine di metri. I microclimi così spesso menzionati possono regalare condizioni favorevoli anche in annate balorde come quella che stiamo vivendo. Senza dimenticare poi che in cantina gli enologi fano miracoli.

Secondo. Aspettare.
Vi ricordate il 2003? L’annata fu caratterizzata da un’estate torrida che, sempre secondo le solite previsioni, non prometteva nulla di buono. Ora, aprendo delle bottiglie di chi ebbe il coraggio di produrre – e di produrre in maniera da salvaguardare la qualità –, capita di imbattersi in vere e proprie sorprese, se non in veri e propri capolavori.
Questo a dimostrazione che un’annata, specialmente per certi vini, deve (ripeto: DEVE) essere valutata con il tempo. Che è, e rimane, un giudice implacabile.

Terzo. Ascoltare chi il vino lo fa.
Se provate a chiedere a un produttore di vino come sarà la vendemmia, quasi mai si sbilancia. Perché sono proprio loro, i produttori, i primi a sapere che ci vuole tempo per giudicare una vendemmia. Chiaro che, essendo in vigna tutti i giorni, si possono rendere conto di quello che potrà succedere in cantina e in bottiglia. Ma neanche loro hanno un’idea precisa di quello che potranno imbottigliare, specialmente in millesimi bizzarri (tanto per usare un eufemismo) come questo.

Quindi? Per concludere, per capire veramente come sarà questa vendemmia 2014, aspettiamo – almeno – di assaggiare i vini nel 2015.

Il cibo dei ricordi

2

Nulla accade per caso. Neanche il trovarsi in mano un libro che acquista ancora maggior significato se letto in un momento particolare.

La cena degli addii della giapponese Ito Ogawa è comparso tra le offerte di Amazon poco tempo fa, attirando la mia attenzione (La cosa succede pericolosamente spesso, tanto che Mr Bezos dovrebbe decidersi a nominarmi nel CdA della società, visto i numerosi euro – ma anche dollari – che gli ho lasciato!).

CENA DEGLI ADDIIMa torniamo al libro. Sono otto racconti che parlano di separazioni (divorzi, partenze, morti, suicidi), tutte accomunate da ricordi legati al cibo.
È un libro che si legge in fretta, veloce e scorrevole. Le situazioni sono più suggerite che esplicitate, in una sorta di atmosfera rarefatta che ricorda più la poesia che la prosa.
Ma è un libro che nella sua apparente semplicità e facilità di lettura nasconde una grande profondità, forse ancora più avvertibile se si è almeno un po’ avvezzi alla cultura e alla psicologia giapponese.
E, nonostante l’argomento trattato sia decisamente pesante, il tutto e soffuso da una sorta di levità, di leggerezza del pensiero e dell’anima che tolgono – almeno parzialmente – quel senso di angoscia opprimente che in altri caso potrebbe assalire il lettore.

E poi c’è il cibo, coprotagonista di tutti i racconti. Cibo che riporta la mente a momenti passati, a stati d’animo felici e meno felici. Cibo che ricorda persone care che non ci sono più.
Perché tutti noi – pensateci, pensateci bene – abbiamo almeno un ricordo legato a un piatto o a un vino. Magari un piatto semplice (io penso sempre al sugo di pomodoro di mia nonna) che però scatena ricordi, sensazioni, brividi, anche lacrime.

Vino in abbinamento.
Come ripeto spesso, molti scrittori contemporanei infilano qualche bottiglia qua e là nelle loro opere, convinti sia un tocco in più. Peccato che molto spesso dimostrino una scarsa conoscenza del mondo enologico e incorrano in colossali strafalcioni. Non è così per Ito Ogawa, che in uno dei suoi racconti fa bere ai protagonisti un vino non proprio ordinario, lo Champagne Rosé di Jacques Selosse. Ennesima dimostrazione che i giapponesi, tra i nuovi consumatori di vino, sono quelli più preparati. Quindi non mi sforzo e accolgo la suggestione della scrittrice giapponese. Che uno Champagne non si rifiuta mai.

Dell’andar raminghi per vino

3

Ho conosciuto Ferdinando Zanusso in una fredda giornata di pioggia.
La telefonata del giorno prima non prometteva nulla di buono. Alla mia richiesta di poter visitare la sua azienda (si chiama I Clivi: segnatevi questo nome e la prima volta che vi capita di trovarlo in qualche fiera fermatevi) era stato sbrigativo al limite dello scostante, accondiscendendo poi a soddisfare la mia richiesta.
Il giorno dopo le cose erano cambiate. Mentre vagavamo, ormai perduti, tra le colline di Corno di Rosazzo, una sua telefonata mi aveva letteralmente guidato alla sua azienda: gesto di estremo riguardo e estrema cortesia, che mi ha fatto pensare che l’impressione del giorno prima fosse errata.
Seduti su una panca e sotto una tettoia – continuava a piovere e faceva freddo – non è stato facile rompere il ghiaccio. Zanusso – capelli e barba bianchi da patriarca, glaciali occhi azzurri – si impone già fisicamente e non è di certo un chiacchierone, almeno al primo impatto. Poi la conversazione si è spostata sul Barolo e ha iniziato a ingranare, fluendo sempre più libera e sciolta. Si è parlato di vino e vini, di bottiglie bevute, di viaggi, di esperienze. E poi delle sue vigne e dei suoi vini.
Dopo più di un’ora la domanda “ma voi volete anche assaggiare qualcosa” è parsa provvidenziale, ma non come una seconda: “li assaggiamo qui o volete entrare in casa”. (L’ho già scritto che pioveva e che faceva freddo?)
La terza domanda – volevamo assaggiare le annate giovani o tornare un po’ più indietro – ha definitivamente sciolto il poco ghiaccio che restava.

Da quella visita – era il 2011 – sono tornato arricchito umanamente e professionalmente, ma anche con qualche bottiglia.
E qualche sera fa è arrivata un’ottima occasione per aprirne una. La bottiglia che vi voglio raccontare.

DSC_0049Il vino si chiama Brazan e per la legge è un Collio Goriziano D.O.C., la vendemmia è il 2005, il vitigno è friulano (che in quell’anno si poteva ancora chiamare tocai).
Ebbene sì, un altro bianco “vecchio”. Che stia diventando monomaniaco?
Due veloci note tecniche: viti di oltre 70’anni (bellissime: non è un termine tecnico ma chissenefrega) in località San Lorenzo a Brazzano di Cormons con rese commoventi di 30 quintali/ettaro, vinificazione in acciaio con soli lieviti indigeni, fermentazione malolattica spontanea, maturazione sulle fecce e nessuna filtratura, 13.5% di alcol.

Nel bicchiere brillava di vivissimi lampi dorati, che non rivelavano assolutamente i quasi 10 anni di età. Il naso si presentava austero e introverso, un po’ come Zanusso, ma appena entrati in sintonia – che ci sono vini che vanno capiti e aspettati più di altri – iniziava a raccontare. Vi risparmio il trito elenco di profumi, che tanto non avete il bicchiere davanti. Se invece avete la fortuna di averlo vi toglierei il divertimento di andarli a scoprire immergendovi nelle eleganti profondità in cui vi porterebbe un’incredibile progressione. In bocca invece era subito vivo, composto nonostante un’acidità scalpitante e una gustosa sapidità. Ma, sebbene vestiti di morbido e raffinato tweed, c’erano sono anche muscoli e solidità, e una persistenza da fuoriclasse.

Libro in abbinamento
Il vero sommelier è un essere goirovago, sempre alla ricerca di nuovi vini oppure di ritorno verso la personale terra promessa. Il viaggio non è sempre facile, tra delusioni e incidenti di percorso. Ho ripensato a questo mentre scendevo in cantina a prendere il Brazan, a quella giornata di pioggia battente sperso sul Collio prima di approdare al porto sicuro de I Clivi. E da qui il salto a Ulisse è stato facile, ma non l’Ulisse di Omero e dell’Odissea, bensì alla sua incarnazione più moderna, quel Leopold Bloom che il 16 giugno 1904 percorre le strade di Dublino (e qui ritorna anche la pioggia) alla ricerca non solo dei rognoni per la colazione ma anche e soprattutto di un’essenza che dia senso alla giornata e alla vita. E mi immagino un James Joyce ramingo non solo per le strade di Trieste ma anche per il Collio a cercare l’ispirazione per il suo Ulisse.

Di vino, di guerra e di mitologia

0

Ai meno giovani il Libano ricorda un paese prospero e ricco (“Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo” cantava Rino Gaetano nel 1975) poi devastato da una guerra atavica. Sempre i meno giovani ricorderanno quella che forse è stata la prima missione di pace dell’esercito italiano (quella con il generale Angioni, tanto per capirci).
Per i più giovani invece Libano vuol dire Hezbollah, bombardamenti, macerie.

Al sommelier invece il Libano evoca un vino mitico, da bere almeno una volta nella vita.

Era il 1930 quando il ventenne Gaston Hochar (la cui famiglia di origine francese arrivò in Libano nel XII secolo), affascinato dalla storia plurimillenaria della viticoltura libanese e dopo un’esperienza a Bordeaux, fondò Chateau Musar. I risultati furono subito notevoli, ma fu il primogenito di Gaston, Serge, a dare l’impulso decisivo. Uscito dalla scuola di Emile Paynaud a Bordeaux, Serge perfezionò i vini con l’ambizioso proposito di farli conoscere al mondo intero. Obiettivo centrato, senza mai smettere di crescere e migliorare, anche durante il periodo della guerra civile, che tormentò il paese dal 1975 al 1990.

In Libano, come Hochar sapeva bene, la vite ha trovato da millenni un habitat ideale, soprattutto nella Valle della Bekaa, vicino alla città di Baalbek. Nonostante il caldo, è l’altitudine dei vigneti (tra i 1000 e i 1400 metri sul livello del mare) a rendere possibile una viticoltura di qualità, sostenuta da suoli dove al calcare si mischiano anche i sassi.

Il rosso è un taglio bordolese atipico. Atipico nel senso che dei tre vitigni utilizzati uno solo – il cabernet sauvignon – è originario di Bordeaux, mentre gli altri due – carignan e cinsault – hanno la loro origine nella valle del Rodano. Da vigne di oltre 40’anni con rese commoventi (35 ettolitri per ettaro), le uve fermentano in vasche di cemento (materiale che sta ritornando di moda) e dopo sei mesi sono poste in barrique per un anno (solo per i malati: si tratta di legni francesi provenienti dalla foresta di Nevers). Di nuovo cemento per 12 mesi e poi 4 anni di bottiglia prima di essere messo in commercio.

Il bianco è invece ottenuto da due vitigni originari delle montagne libanesi, l’obaideh e il merwah, che recenti studi vogliono forse imparentati rispettivamente con lo chardonnay e il sémillon. Vigne a 1400 metri di altitudine e rese ancora più basse rispetto al rosso (tra i 10 e i 20 ettolitri/ettaro), mentre la fermentazione avviene direttamente in barrique (per i malati di prima: sempre Nevers) dove il vino riposa 9 mesi prima di essere imbottigliato e tenuto in cantina 6 anni (sì, avete letto bene, sei anni) prima di essere commercializzato.

Ho assaggiato più volte di vini di Hochar, quasi sempre con almeno 10 anni sulle spalle.
Il rosso è più discontinuo, con bottiglie strepitose alternate ad altre più ostiche ed evolute, dove il tempo (e magari il tappo) non ha lavorato granché bene, togliendo finezza ed eleganza. Mi è capitato anche di dovere spiegare e, credetemi, non è stata impresa facile. Indipendentemente dallo stato di forma, rimangono comunque bottiglie dalla forte e ben identificabile personalità. Ed è già abbastanza.

MUSAR 01Il bianco invece non mi ha mai tradito.
Sarà perché ho un debole per i bianchi evoluti, sarà perché si tratta di un grande vino che si arricchisce col tempo, mi ha sempre dato enormi soddisfazioni. Per fare un paragone (non li amo, ma in certi casi aiutano) è un vino che ricorda certi bianchi della Graves, e in più di un’occasione mi ha fatto tornare in mente l’Y, il bianco secco di Yquem. In entrambi i casi troviamo il sémillon, cosa che mi fa pensare che la similitudine non sia proprio campata in aria.

L’ultimo che ho bevuto è stato un 2003.
Vendemmiato a ottobre, imbottigliato a settembre 2004 e messo in commercio nel 2009. Il merwah è presente in percentuale maggiore, a compensare la sua assenza nel millesimo 2002, quando una grandinata compromise il vigneto.
Giallo dorato, sì, ma non ancora evoluto, a suggerire un vino sicuramente più giovane. Impressione che si conferma anche al naso, dove qualche lieve accenno ancora legato al passaggio in legno non nasconde profumi più freschi di mela cotogna, pera kaiser, miele, agrume dolce. Il tutto sotteso da una seducente mineralità e da una progressione e una profondità sensazionali. Poi lo bevi – non freddissimo, per carità, 14/15° vanno bene – e ti sorprende ancora per la sua giovinezza, fatta di freschezza acida amplificata da una salinità che il minerale del naso lasciava presagire. Lungo, appagante, buono. E il fatto che al palato ritornino il miele, la mela e gli agrumi pare quasi secondario.
Ultima segnalazione per la percentuale di alcol: un 12% che sta a dimostrare una volta di più che non è quello il parametro per valutare la longevità di un vino.

Libro in abbinamento.
Mediterraneo, storia, cultura, classici senza tempo. Queste le parole che mi sono venute in mente quando ho pensato a un abbinamento. È stato quasi automatico arrivare a un classico come l’Eneide, e soprattutto a un episodio specifico, quello di Didone (che pur avendo fondato Cartagine era di origine fenicia, per cui il continuum geografico con il Libano è sistemato) ed Enea. Difficile? Forse. Ma un po’ di sano esercizio mentale, nella lettura così come nell’approccio al vino, regala sorprese inaspettate e trasforma in godimento ciò che a prima vista può apparire noioso.

Scacchi e nazismo: successo assicurato

2

Ingredienti per un romanzo di successo.

-   Una storia misteriosa e non troppo lineare, meglio ancora se aiutata da frequenti flashback che disorientano il lettore.
-   Un argomento – che può anche essere pretestuoso – misterioso e affascinante e di cui il lettore sa poco ma vorrebbe sapere di più.
-   Uno stile di scrittura piano e non troppo letterario, anche se infilare ogni tanto qualche termine erudito aiuta e fa tanto intellettuale.
-   Un contesto storico che scuote sempre l’animo (e la coscienza) del lettore.
-   Una netta distinzione tra buoni e cattivi.
-   Un finale a sorpresa.
-   Un buon ufficio stampa.

Come ho ribadito più di una volta nei miei post, sono un maledetto snob. E il mio essere snob si riflette anche nella scelta dei libri, che mi porta quasi sempre a evitare i best seller e i romanzi di successo.
Ogni tante però cedo anche io, magari dopo qualche anno. Che non c’è nulla di più snob che leggere un best seller anni dopo che è stato sulla breccia, quando ormai è diventato fuori moda.
La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig ebbe grande successo in Italia nel 1993, per cui leggerlo vent’anni dopo mi pare sufficientemente snob. Così come è decisamente snob criticarlo senza pietà.

VARIANTE LUNEBURGLa trama? C’è subito un morto, ma non si tratta di un giallo perché si scopre subito che si tratta di un suicidio. Arrivano il primo flashback e un viaggio in treno, dove entra in scena il gioco degli scacchi, coprotagonista – e argomento pretestuoso di cui sopra – del romanzo. Il viaggio è lungo: si gioca a scacchi ma un nuovo arrivato nello scompartimento interrompe il gioco e inizia a raccontare. E qui, pagina dopo pagina, si dipana la matassina che Maurensig aveva confezionato. Insomma, è un po’ come quando scopri che il tuo vicino di treno è stato compagno di scuola della tua ex fidanzata cha adesso ha sposato il controllore (che passava proprio in qual momento a verificare il tuo titolo di viaggio). Qui però si parla di cose un po’ più serie e drammatiche – vedi sempre sopra – come il nazismo e i campi di concentramento. E qui mi fermo, che ho sempre detestato rovinare le sorprese e i finali, ammesso che dopo questa stroncatura abbiate ancora viglia di leggere il libro.

Ora, gli elementi per un buon romanzo, di quelli che rimangono e continuano a essere letti nei decenni, potrebbero anche esserci. Manca però – beninteso, a mio parere – la scrittura. Lo stile è piano, quasi da cronista. Manca il guizzo, la scintilla che illumini la pagina e accenda l’immaginazione e l’emozione.
L’impressione è quella di uno sterile esercizio di stile o, peggio, di un prodotto confezionato per piacere e vendere.
La riprova è che dopo tanto tempo il romanzo era caduto nel dimenticatoio, e c’è voluta l’edizione digitale per ridare un po’ di fiato a un’opera di cui fra qualche anno non sentiremo più parlare.
E non si tratterà di questa gran perdita.

Vino in abbinamento.
Come ben sanno gli amici sommelier che mi seguono, ci sono due maniere per abbinare il vino al cibo, che agiscono in sinergia: contrapposizione e concordanza. In base a questi principi, alcune caratteristiche di un piatto devono essere bilanciate e da quelle del vino (contrapposizione), mentre altre richiedono le medesime caratteristiche anche nel vino (concordanza: qui l’esempio più lampante è la dolcezza, per cui ai dolci si deve sempre abbinare un vino dolce). Qui le opzioni sono due. Concordanza, abbinando un vino costruito per piacere e impressionare il pubblico (e magari anche qualche degustatore). Oppure contrapposizione, andando a cercare nel vino quel guizzo che non si trova nel romanzo. E non importa se il vino non sarà perfetto, che qualche piccola sbavatura contribuirà a renderlo ancora più affascinante. Io opto per la seconda soluzione (anche perché da snob non potrei fare altrimenti). Ma sono magnanimo e lascio a voi la scelta finale.

Un altro Vermentino è possibile?

3

Alzi la mano chi in queste vacanze, specialmente se ha bazzicato il mar Ligure o il Tirreno, non ha bevuto almeno un bicchiere di Vermentino.

Fresco, relativamente semplice, spesso dotato di una buona sapidità e con profumi che richiamano la salsedine e la macchia mediterranea, il vermentino è sicuramente uno dei vitigni più diffusi nel bacino del Mediterraneo.
In Francia si chiama rolle e lo si può trovare nel sud del paese (specialmente in Provenza e in Languedoc-Roussillon) e in Corsica.
In Italia viene coltivato in Sardegna (specialmente nel nord, in Gallura), in tutta la Liguria, in Toscana e, in misura minore, in Lazio, Umbria e Puglia. È presente anche in Piemonte, dove cerca di mantenere l’incognito facendosi chiamare favorita.
E poi c’è del vermentino anche a Malta, in Libano, in Australia, in California, in Texas, in Virginia, in Brasile…
Ma sto divagando, la storia è un’altra.

Non contento dei tanti vini degustati tra giugno e luglio (prima o poi vi parlerò anche di questo), a fine agosto ho accettato l’invito dell’amico Carlo (grazie!), che ha approfittato delle vacanze forzate in Liguria per andare a trovare Fausto De Andreis e accaparrarsi una verticale del suo Vermentino.
De Andreis, oltre 60 vendemmie sulle spalle, dal 2011 conduce in solitaria una piccola azienda sulle colline che incorniciano Albenga, persa tra la miriade di serre ormai parte integrante del paesaggio. Si chiama Le Rocche del Gatto: quattro ettari per circa cinquantamila bottiglie. E una predilezione per il pigato, che fa macerare sulle bucce per regalargli longevità, aderenza al terroir e per preservarlo da un utilizzo eccessivo di solfiti. (A proposito, qualcuno vi dirà che il pigato è un clone di vermentino. Io non ci credo molto, ma non avendo altre prove se non il mio palato preferisco non mettere il naso nella questione.)
Ma il nostro non disdegna neppure il vermentino, che vinifica anch’esso sulle bucce, ma con intenti meno estremi rispetto al pigato.
Ovviamente il vermentino che ne esce è atipico e poco ortodosso (ma siamo sicuri sia lui quello atipico? e qual è la vera ortodossia?) che esula dai soliti canoni a cui siamo abituati.

VERMENTINO 02Le annate in degustazione, che ha accompagnato una cena che almeno sulla carta doveva essere frugale, erano 6: dal 2011 al 2005, saltando il 2007
Vi racconto come è andata, evitando come sempre una descrizione troppo accurata dei vini e limitandomi a qualche suggestione, con il duplice scopo di non annoiarvi e soprattutto di mettervi la curiosità e la voglia di assaggiarlo anche voi. (Andate a trovare De Andreis, o cercatelo a qualche fiera: ne vale davvero la pena.)

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2011 (13%)
Un colore che non ti aspetti: giallo dorato già verso l’ambrato. Colpiscono subito le note legate alla buccia. Diventa elegante di fiori ed erbe aromatiche, miele, iodio, corteccia di liquirizia. Fresco e sapido, ha struttura e persistenza.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2010 (12.5%)
Il colore – dorato tenue – racconta di un vino che pare più giovane del precedente. Esordisce con una nota affumicata, poi si fa fresco e floreale, preciso nel parlare di pietra e macchia mediterranea. Decisamente più fresco rispetto al 2011, sia al naso sia in bocca. Sapido, quasi salato e dalla grande bevibilità.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2009 (12.5%)
Il dorato vira di nuovo verso l’ambra. Tornano le note “bucciose”. Netta, precisa ed elegante la nota minerale. Preciso nel richiamare il naso, è grasso e sapido, ma mantiene un’ottima freschezza sia al naso sia in bocca. Probabilmente il più in forma, completo ed equilibrato della batteria.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2008 (12,5%)
Che colore! Un sorprendente oro antico che prometteva meraviglie. Il naso è però segnato da un’eccessiva evoluzione, sebbene non manchino alcuni guizzi che ricordano la rosa e gli aghi di pino. Riprende slancio in bocca, dove è sapido, quasi tannico e ancora esuberante.

Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc aciniRari 2006 (12.5%)
Gallo dorato un po’ spento. Suggestioni di arancia candita, castagna, erbe aromatiche. Un po’ anonimo e decisamente stanco. È sapido e ricco, ma manca di freschezza e vivacità.

Bianco Colline Savonesi Igt ‘ntin 2005 (12.5%)
Nel 2005 la non venne concessa la Doc, per cui il millesimo fu imbottigliato e commercializzato come Igt. Il giallo è ambrato. Al naso è intenso e ricco: miele, confettura di frutta gialla, albicocca disidratata, lavanda. In bocca è ancora giovane, fresco e vibrante di sapidità.

VERMENTINO 05Concludo partendo da cosa non mi è piaciuto.
Tutte le bottiglie erano chiuse da un tappo in silicone. Ora, va bene che vendere a 7 Euro una bottiglia del 2005 è quasi come regalarla (il nostro non fa distinzione di millesimi e vende tutto allo stesso prezzo!), ma personalmente sarei disposto a pagarla un paio di Euro in più pur di avere una chiusura più idonea. Che proprio il dannato silicone è stato, almeno a mio parere, il responsabile dello scarso stato di forma di alcune bottiglie. Una chiusura differente – sempre secondo me, che ho aperto le bottiglie e ho potuto notare come certi tappi non erano più così strettamente aderenti al vetro – avrebbe garantito una maggior tenuta e preservato la freschezza del vino. (La prossima volta che incontro De Andreis glielo dirò, anche se sono quasi certo che incorrerò nelle sue ire.)

Detto ciò, veniamo a cosa invece mi è piaciuto.
Con la premessa che non sarò imparziale, visto che ho una particolare predilezione per i bianchi macerati, che se poi hanno anche qualche anno sulle spalle è ancora meglio.
Innanzitutto – così mi tolgo subito il dente – erano nettamente riconoscibili sia il vitigno sia il territorio. E già questa è cosa importantissima, direi fondamentale.
VERMENTINO 04Così come era ben evidente una coerenza stilistica, una volontà di perseguire un’espressione e una filosofia. Altra cosa decisamente importante e altro mio pallino.
Ovviamente non sono vini facili e immediati. Anzi. Sono vini che possono spiazzare il bevitore occasionale o poco informato sulla tipologia. Il naso, ma soprattutto la parte gustativa possono spiazzare: profumi che vanno oltre i semplici fiori e frutti, un sorso che spiazza – specialmente per alcuni millesimi – con la sua nota leggermente tannica, tanto che se degustati in un bicchiere nero potrebbero essere confusi con un vino rosso, anche da un degustatore scafato. Ma sono vini che, se accettati, regalano soddisfazioni, soprattutto per la loro estrema bevibilità.

E l’abbinamento?
Detto che ce ne siamo fregati (o quasi) e la cena è stato piuttosto anarchica, il 2009 ha retto alla grande il confronto con una pasta aglio, olio e peperoncino in due versioni (peperoncino calabrese e tailandese) e il 2006 e il 2005 hanno accompagnato un Provolone del Monaco stagionato due anni, un Bleu d’Aosta e uno Stilton senza subire troppi danni.
Se vogliamo fare i perfettini e cercare l’abbinamento ideale, si tratta di vini che possono ben accompagnare una cima alla genovese, degli arrosti di carni bianche, una rana pescatrice al forno o salsata (a seconda dell’annata che vogliamo proporre) e una vasta gamma di formaggi a pasta semidura e dura, caprini inclusi.

Libro in abbinamento.
Il bello di abbinare un libro a un vino è che ci si può abbandonare alle suggestioni senza dover rispettare alcuna regola. Mentre scrivevo questo post e tornavo con la memoria ai vini di De Andreis mi sono venuti in mente i libri del colombiano Álvaro Mutis. Libri che avrò letto 20’anni or sono, ma questa è la potenza del vino e delle suggestioni. Tra i tanti romanzi che compongono la saga che ha come protagonista Maqroll il Gabbiere e che raccontano non solo il fascino del mare ma anche la pesantezza della terra scelgo, anche per il titolo che da solo è un piccolo capolavoro, Ilona arriva con la pioggia.

Della bellezza

0

Il nome di Michael Cunningham forse ai più dice poco. Sicuramente vi si accenderà la lampadina sentendo nominare la sua opera più famosa, quel Le Ore (The Hours) che ha avuto grande notorietà per essere stato portato sullo schermo da Stephen Daldry e interpretato da Meryl Streep, Nicole Kidman e Julianne Moore.
Quel romanzo, che fece vincere a Cunningham il Pulitzer, si caratterizzava per una trama particolare: tre vicende lontane tra loro – sia fisicamente sia temporalmente – che si intrecciavano in un sottile gioco di richiami e di citazioni letterarie, visto che una delle tre protagoniste è la scrittrice Virginia Woolf e visto che un’altra è impegnata nella lettura di un romanzo proprio della Woolf. La scrittura di Cunningham si distingueva per essere capace di governare con estrema maestria la trama del romanzo, gestendone i tempi dell’intreccio.

LIMITE NOTTE BISIn questa sua opera, datata 2010, Cunningham affronta una trama decisamente più lineare, apparentemente neanche troppo originale.
Peter, il protagonista, è un gallerista newyorkese discretamente affermato, con una bella moglie che pare amarlo e un bel loft in una zona in della città.
La vita del nostro viene però stravolta dell’arrivo di Ethan, giovane fratello della moglie dalla vita segnata da innumerevoli viaggi alla ricerca di se stesso e da numerose ricadute nella tossicodipendenza. Ethan è anche dannatamente bello, di quella bellezza che Peter ha ricercato invano per tutta la vita.
Io mi fermo qui. Il resto – se volete – lo scoprirete leggendo il romanzo.

Ed è proprio la bellezza la vera protagonista del libro.
Bellezza che si estrinseca sia nelle opera d’arte che Peter seleziona per la sua galleria e vende (o cerca di vendere) ai suoi facoltosi clienti, ma anche e soprattutto nelle persone.
Bellezza come ideale ma ancora di più come ossessione, come obiettivo supremo da raggiungere.
Con il rischio sempre presente di idealizzare troppo certi canoni e di lasciarci sfuggire quello che di bello già ci circonda.

Etiquette-Mouton-Rothschild-19902-464x672Vino in abbinamento.
Come in ogni buon romanzo americano che ri rispetti, anche qui si beve, e pure molto. Per fortuna Cunningham evita di impelagarsi in descrizioni e nella scelta di etichette particolari. E fa bene. Ma veniamo a noi. Per un romanzo dove si parla di arte e bellezza, la scelta è quasi scontata e banale. Per la prima volta nel 1924 e poi dal 1945 Château Mouton Rothschild fà realizzare le etichette dei propri vini da artisti famosi, sempre diversi per ogni millesimo. Voi scegliete quello che vi piace di più. Io opto per il 1990, illustrato da Francis Bacon.

L’argentino che si fece amare da tutti

0

“(…) fu l’essere umano più impressionante che io abbia avuto l’occasione di conoscere.”
(Gabriel García Márquez)

Oggi Julio Cortázar avrebbe compiuto 100 anni.

Argentino, sebbene nato a Bruxelles e vissuto a Parigi per quasi tutta la sua vita, è – ammesso che questa definizione abbia un senso – il mio scrittore preferito.

Grandissimo autore di racconti (genere che il lettoresommelier predilige), nella sua copiosa produzione non ha però disdegnato il romanzo – il suo Il gioco del mondo è un’opera immensa – e la poesia, distinguendosi anche per l’impegno politico, particolarmente rivolto alle vicende del Sudamerica.

CORTAZAR 02Difficile raccontare Cortázar e soprattutto la sua opera. Una scrittura precisa e soprattutto incredibilmente diretta ed efficace (che se vuoi essere bravo a scrivere racconti non ne puoi fare a meno) e una capacità di raccontare storie quotidiane, quasi ordinarie, facendole sembrare eccezionali, quasi fantastiche.

Per chi non lo conoscesse e volesse avvicinarsi, consiglio la sua prima – folgorante – raccolta di racconti, che si intitola Bestiario. Per chi ama di più il romanzo due titoli: Il viaggio premio (libro facile, che si legge in un amen) oppure il pubblicato da poco L’esame, sicuramente più cortazariano e più vicino al resto delle sue opere.

Il lettoresommelier celebrerà l’evento rileggendo quello che considera il più bel racconto di tutti i tempi (esagerato? forse sì, come tutte le affermazioni di questo tipo). Lo trovate nella raccolta Ottaedro e si intitola Manoscritto trovato in una tasca. (Lo trovate anche in rete, ma la traduzione lascia un po’ a desiderare). Parla di metropolitana, di Parigi, di ragni, di borsette, di riflessi, di amore, di caso. Parla di emozioni. E soprattutto emoziona.

Back to Top Copyright © 2014 - Mario Bevione ------ ------ Sito Ottimizzato per Explorer Manomesso da EF

Switch to our mobile site

Contatore utenti connessi