Di cosa parliamo quando parliamo di vino

“Uno può vivere tutta la vita osservando le regole e poi a un certo punto non conta più un accidente.”
(Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore)

 

Chi mi conosce sa che amo i racconti.
Li amo perché nella loro apparente semplicità riescono a condensare storie, emozioni, caratteri.
Mi è venuto in mente il titolo della raccolta più famosa di Raymond Carver, un maestro del genere, quando ho iniziato a scrivere questo post.

Da più di dieci anni parlo di vino e insegno a degustarlo; utilizzando la didattica Ais, con la quale mi sono formato.
E non la rinnego, anzi. È quella che mi hai insegnato a riconoscere, apprezzare, raccontare il vino. È quella che pratico quando faccio lezione e che ormai automaticamente e quasi inconsciamente uso per capire un vino.
Ma è bello, e soprattutto utile, confrontarsi con altre visioni: ragione per cui continuo a leggere, approfondire, curiosare.
Per osservare come gli altri parlano di vino.

Negli ultimi mesi ho intensificato le letture per conoscere e capire come gli altri vedono e raccontano il vino: ne parlerò prossimamente, ora il punto è un altro.
Perché mi sono ormai reso conto che molto spesso quando raccontiamo il vino non è del vino che parliamo.

Dico sempre ai miei allievi che sono due le cose da chiedersi prima di iniziare a parlare di vino: innanzitutto a chi si sta parlando e, solo dopo, cosa si ha nel calice.

Invece molto spesso il protagonista della degustazione il degustatore: che trasforma quello che dovrebbe essere un momento formativo in uno show personale, dove inculcare le proprie idee e spesso per far emergere le proprie doti istrioniche, vere o presunte.
Con ciò non intendo dire che chi parla di vino debba essere un asettico ripetitore di nozioni – ci sono anche quelli, ma cadiamo in altre patologie – bensì che spesso e volentieri il vino da protagonista diventa comprimario.

Quindi, di cosa parliamo quando parliamo di vino?

Anche senza volerlo, parliamo di noi stessi. Ogni vino che degustiamo passa anche attraverso il filtro delle nostre esperienze, dei nostri gusti, dei mezzi culturali che utilizziamo per parlarne. È il nostro stile che, ribadisco, deve essere al servizio del racconto e non esserne il protagonista.

Parliamo a volte del territorio, di dove il vino nasce, del clima e della composizione del terreno, dell’andamento delle differenti annate. Correndo il rischio di apparire più geologi o meteorologi: e il baratro del tecnicismo è lì, a pochi passi.

O possiamo raccontare vitamortemiracoli del produttore, talvolta sfociando nell’agiografia.  Perché se è vero che un vino riflette la personalità di chi lo produce, questa non deve prevalere. Così come non deve essere eccessiva l’aneddotica, che al nostro pubblico sapere che abbiamo cenato con questo o quel produttore aprendo chissà quali mirabolanti bottiglie non è che interessi poi molto.

O magari indugiamo in paragoni e iperboli – ora vanno molto di moda quelli aerospaziali o “esplosivi” – che anziché esaltare le caratteristiche del vino lo uniformano e appiattiscono.

Oppure – orrore! – ripetiamo una trita filastrocca fatta di “si presenta”, “lacrime e archetti”, “secco-caldo-morbido” e via discorrendo che renderebbe noioso anche il più seducente degli Champagne.

Ancora, sfoggiamo un’erudizione che anziché essere al servizio del racconto diventa sterile sfoggio di cultura: arrivando a confondere, se non ad annoiare, chi ascolta.

Riassumendo.

Parliamo di tante cose, a volte troppe. E corriamo il rischio di far sparire il vino dietro le tante, troppe parole dettate dal nostro ego, dalla nostra voglia di apparire o – ed è purtroppo la maggioranza dei casi – l’incapacità di parlare di vino.

Tornando a Carver, il bravo comunicatore del vino dovrebbe imparare a nascondersi tra le parole, quasi ad annullarsi. E lasciare che sia il linguaggio chiaro e solo apparentemente semplice a farri tramite tra il vino e chi ha voglia di capirlo e apprezzarlo.

Champagne discount

“Lo Champagne aiuta la meraviglia.”
(George Sand)

 

Il mio amico Carlo per lavoro calcola i prezzi.
E quando ci troviamo a condividere qualche bottiglia facciamo un gioco: chiederci quanto saremmo stati disposti a pagarla.
Perché il vino è poesia, storia, cultura. Ma è anche lavoro e impresa e chi lo produce (ma anche chi lo vende o lo racconta) ci deve campare.

Ho pensato a Carlo e al nostro gioco quando ho assaggiato una vino salito agli onori della cronache dei social qualche settimana fa, quando un’instagrammer ha lanciato la provocazione. Provocazione raccolta da molti e che faccio, seppur in ritardo, mia.

Il vino in questione è uno Champagne, che sugli scaffali della LIDL era in offerta a 10 euro e 99 centesimi. Un prezzo decisamente allettante, che ha indotto molti all’acquisto. (Per onor di cronaca la bottiglia generalmente viene venduta a 16 euro e spicci).

Lo Champagne si chiama Comte de Senneval ed è prodotto dalla Maison Burtin, azienda del gruppo Lanson. Tecnicamente Burtin è un MA, cioè una Marque Auxiliare (o d’Acheteur), un’azienda che si fa produrre il vino da terzi e poi lo commercializza col proprio marchio, spesso nella grande distribuzione.
Fatto questo che giustifica il prezzo decisamente competitivo e allettante.

L’etichetta, oltre a dirci che si tratta di un brut con il 12.5% di alcol, non fornisce troppe indicazioni: manca la data di sboccatura, fondamentale per capire se stiamo acquistando uno Champagne ancora vivo e fresco oppure un prodotto che è rimasto troppo tempo nei magazzini o – peggio ancora – sullo scaffale, e che il supermercato ha necessità di vendere quanto prima. Un “1803” in retroetichetta potrebbe far pensare al marzo 2018, ma non ne ho certezza.

Ma l’hai assaggiato? sento che chiedono i miei lettori.
Certamente, e non mi è piaciuto.

Il colore non era invitante: privo di luminosità nonostante una buona presenza di bollicine, e tendente a un paglierino scuro, possibile indicatore di una leggera ossidazione.
Avvicinando il calice al naso sono stato letteralmente aggredito da una pungenza eccessiva che me l’ha immediatamente fatto allontanare. Superato questo impatto poco da segnalare: una leggera ossidazione, un po’ di frutta e stop.
L’assaggio conferma le note ossidate ricorda una limonata gasata lasciata però all’aria per giorni.
Sarò snob e ho anche la fortuna di essere ben abituato, ma non sono riuscito a finire neanche il calice.

Quali sono le conclusioni che si possono trarre da questa esperienza?

La prima.
Un neofita, attratto dal prezzo, si troverà di fronte a un vino che non rappresenta affatto il territorio e la tradizione dello Champagne; e ne rimarrà sicuramente deluso. (Cosa che avviene anche con certi Barolo o Brunello spesso svenduti sugli scaffali di supermercati o autogrill).

La seconda.
Con gli stessi 11 euro, sempre nella grande distribuzione e spesso anche in offerta, si possono acquistare dei discreti Franciacorta, Trento o – perché no – un Cava, anche di produttori blasonati. Avendo l’opportunità di bere dei vini che rappresentano sicuramente di più la storia e il luogo dove vengono prodotti.
E magari scatterà quel pizzico di curiosità che farà avvicinare il consumatore poco esperto a etichette più importanti.

Banalità

“Tu inventa quello che ti va
Vedrai che a loro a loro basterà
Tanto alla fine resta la
Banalità, banalità”
(Daniele Silvestri, Banalità)

 

Tra i tanti volti noti scomparsi nel 2020 c’è stato Philippe Daverio, grande esperto d’arte, grande comunicatore e anche grande appassionato di enogastronomia. La definizione di dandy gli sarebbe calzata a pennello: per il suo saper vivere e per il suo anticonformismo, evidenziato da un abbigliamento che sapeva sfoggiare con grande disinvoltura nonostante un fisico non proprio slanciato. Perché il dandy è chi, nonostante uno stile di vita eccentrico e sopra le righe, non appare mai ridicolo ma riesce anzi ad assurgere a modello.

Visto che nulla accade per caso, quasi contemporaneamente alla scomparsa di Daverio mia sorella, attratta dalla recensione apparsa sul supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore, mi regala un libro scritto da Giovanni Giaccone e che si intitola Dandismo alcolico (sottotitolo Meditazioni sul bere consapevole).

Il titolo mi piace, la recensione è entusiasta, l’edizione curata: non mi resta che leggerlo, carico di aspettative.

Aspettative che rimangono deluse dopo poche pagine. Scrittura sciatta, punteggiatura e virgolette buttate a casaccio, editing inesistente. E i contenuti? Una sequela di banalità da discorsi in cosa alla posta. Banalità che non vengono salvate neanche dalle tante – troppe – citazioni di Gino Veronelli e Mario Soldati.

Insomma, un tentativo di semplice divulgazione che si trasforma in triste approssimazione.

E il dandy? Il dandy, per sua natura, non si abbassa al volgo, semmai col suo esempio cerca di innalzarlo. E lo fa con ricercata eleganza, curando il particolare ma sempre attento alla sostanza, senza la quale tutta la sua sofisticata impalcatura crollerebbe miseramente.

Oscar Wilde, il prototipo del dandy, disse una volta “Ho lavorato tutta la mattina alla bozza di uno dei miei poemi, e ho tolto una virgola. Al pomeriggio l’ho rimessa.” Senza arrivare a questo estremismo provocatorio, è una frase che chiunque abbia velleità di scrittura dovrebbe avere impressa nella memoria. Altrimenti non c’è dandismo che tenga.

Vino in abbinamento.
Il dandy non ha bisogno di ostentare ciò che beve, perché ha classe a sufficienza per elevare (quasi) tutto ciò che porta alle labbra. E allora anche un vino giovane e fresco potrà portare godimento. Il segreto, che il vero dandy e il vero sommelier dovrebbero conoscere è berlo al momento e soprattutto con la compagnia giusta.

I Magnifici Dieci

Non mi sono mai cimentato in classifiche, anche se confesso che le leggo sempre: mi divertono e rappresentano spesso un ottimo spunto di riflessione e discussione.

Ma c’è sempre una prima volta e in quest’anno strano ci ho provato: riprendo quindi le pubblicazioni sul blog proprio con l’elenco ragionato(?) dei migliori 10 vini che ho bevuto nel 2020.

So che non vedete l’ora di sapere quali sono, ma prima una piccola precisazione. Ho scritto “bevuti” e non “assaggiati”: la differenza non è così sottile e anche se non comporterebbe uno stravolgimento dell’elenco, sicuramente lo modificherebbe.

E ora eccoli, i magnifici 10, in rigoroso ordine alfabetico: è già stato difficile selezionarli: metterli anche in ordine di preferenza sarebbe stata impresa fuori dalla mia portata.

Ar.Pe.Pe – Valtellina Superiore Sassella Riserva Rocce Rosse 2001
Il colore che ti fa rimanere incantato a fissare il calice.
Il naso che sussurra ma lo fa interminabilmente: sempre e solo cose belle.
Il sorso che vibra, seduce e ti accompagna per ore.

Cantina Terlano – Alto Adige Terlano Vorberg Riserva 2002
Il miglior vino bianco italiano, in forma smagliante.
Serve aggiungere altro?

Cascina Val del Prete – Roero Vigna di Lino 2015
Elegante. Sapido. Equilibrato. Dissetante.
La paradigmatica essenza del Roero.

Marco De Bartoli – Terre Siciliane IGT Grillo 2014
Il tramonto sul mare racchiuso in bottiglia.

Haderburg – Alto Adige Metodo Classico Hausmannhof Brut Riserva 2009
I paragoni si potrebbero sprecare, e anche importanti.
L’oro predomina, e non solo nel colore.
Un fresco incendio dei sensi.

Le Piane – Boca 2006
Vino sfarzosamente poliedrico, che sorprende di minuto in minuto, di ora in ora, di giorno in giorno.
E non esagero: uno dei pochi vini che non teme di sfidare il tempo a bottiglia aperta.

Masi – Vino da Tavola Bianco Campociesa 1970
Una reliquia.
Un recioto che ha conservato intatte forza ed eleganza, impreziosite da una fascinosa patina fané.

Poderi Colla – Langhe Bricco del Drago 2005
Il territorio declinato in tutte le sue forme possibili.
È un dolcetto, ma non ditelo a nessuno.

Produttori del Barbaresco – Barbaresco Montestefano Riserva 2008
Considero Montestefano il cru più tipico di Barbaresco: questa bottiglia ne è l’essenza più profonda.
La terra che si fa frutto e calore.

Zidarich – Venezia Giulia IGT Vitovska “V Collection” 2009
Da un paesaggio dominato dalla roccia un vino che pare esserne una spremuta.
Vibra, ristora, rinfresca.
Il godimento che si fa conforto.

Post Scriptum polemico: tra questi vini alcuni potrebbero essere definiti “naturali”. Sarebbe bello, ovviamente alla cieca, che qualche professore vero o presunto sapesse indicare quali.

Mio fratello è figlio unico

Come il fratello di Rino Gaetano, che “non ha mai criticato un film
senza prima vederlo” io non parlo di un vino senza prima averlo bevuto.

Sono ormai anni che pratico e predico un principio: il vino prima va assaggiato e giudicato e solo dopo, se proprio si vuole, si può indagare su come viene prodotto. Principio purtroppo rinnegato dai più, che preferiscono bere seguendo (stupidi) preconcetti.

Visto che anche i produttori di vino in brik avevano puntato sul biologico, ho deciso di assaggiare uno di questi vini; per cui – vergognandomi un po’, lo confesso – ho acquistato una confezione di San Crispino: per la precisione un IGP Terre Siciliane, ottenuto da uve catarratto e inzolia, 12% di alcol, certificato biologico. Per non esagerare e anche per non sprecare il vino, mi sono limitato alla confezione da 250 cl che, per completezza di cronaca, ho pagato 86 centesimi di euro.

 

(Apro qui una breve parentesi, che potete tranquillamente saltare se sapete già cosa è il vino biologico. Il vino biologico è stato definito dal regolamento Europeo 203/2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2012. Tra le tante regole elencate, le principali prevedono di coltivare l’uva senza l’uso di sostanze chimiche di sintesi e di organismi geneticamente modificati; in cantina sono vietate alcune pratiche che potrebbero alterare la natura del vino, come per esempio osmosi, dealcolizzazione, trattamenti termici. C’è poi una limitazione all’utilizzo di anidride solforosa, che non può superare i 100 mg/l per i vini rossi e i 150 mg/l per i bianchi. Tutto questo deve essere poi certificato da un ente autorizzato.)

Prima di raccontarvi il vino, occorre però fare una premessa.

I vini in brik, spesso demonizzati e derisi da molti addetti ai lavori, hanno una loro ben precisa fascia di mercato. Fascia che non è rappresentata solo dai clochard che cercano l’oblio in vini dal basso prezzo; il vino in brik, per la sua praticità e per il suo costo limitato, è acquistato da chi nel vino cerca ancora non tanto il piacere bensì un alimento, capace di apportare calorie e – perché no – quel minimo di ebbrezza che rende certi lavori pesanti più sopportabili. Ed ecco che, consci del loro successo e soprattutto ben informati su quale sia il loro consumatore tipo, le aziende hanno diversificato i loro prodotti, arrivando anche a cavalcare l’onda del biologico, uscito da tempo dalla nicchia iniziale e ormai presente in massa anche sugli scaffali della grande distribuzione.

Ma veniamo al vino.

Non è la prima volta che assaggio questa tipologia: questo mi colpisce per il colore, un paglierino decisamente più intenso della media, molto probabilmente dovuto alla provenienza “calda” delle uve. Ho poi usato due bicchieri, uno molto capiente per esigenze fotografiche e uno più piccolo e più adatto a un vino bianco semplice. Non ci sono state però grandi differenze: in entrambi i calici profumi tenui di fiori e frutta, e un piacevole finale erbaceo. Per essere più che corretto ho anche atteso qualche minuto, ma il vino non ha concesso nulla di più. Ma è al palato che esce il vero punto debole: sicuramente non sgradevole, anzi piacevole e rinfrescante, specialmente in una calda serata estiva. Ma praticamente senza nessun gusto e nessuna persistenza.

Per non farmi mancare nulla ho anche provato a versarlo in un normale bicchiere senza stelo – condizione in cui ritengo venga bevuto nella stragrande maggioranza dei casi – senza però rilevare sostanziali differenze.

Va detto però che si tratta di un vino tecnicamente ineccepibile, senza nessun tipo di difetti. (Così forse sfatiamo una volta per tutte il falso mito che si tratti di vinacci puzzolenti.)

Qualche anno fa avevo già fatto un assaggio simile, confrontando una dozzina di campioni. Devo ammettere che la qualità è cresciuta: il vino assaggiato è decisamente più preciso e pulito, ma soprattutto non presenta quel sentore di cotto dovuto alla pastorizzazione. Che la certificazione Bio sia servita a qualcosa?

Divertimento? Provocazione?

Credo che chi si occupa di vino debba cercare di avere una conoscenza più ampia possibile di cosa offre il mercato, ovviamente essendo poi libero di scegliere cosa bere nella sua vita privata o cosa proporre alla sua clientela.

Ma il Sommelier deve anche e soprattutto essere un divulgatore e fare cultura del vino. E per fare ciò deve avere ben chiaro il perché un certo tipo di pubblico fa delle scelte quando acquista il vino. Tolta quella fascia di pubblico che purtroppo è costretta a bere vino da pochi soldi, c’è sicuramente una fetta più ampia di pubblico che ha solamente bisogno di scoprire che oltre al brik c’è altro: decisamente più appagante e spesso non così costoso come si possa immaginare.

Quindi scendiamo dai piedistalli – spesso anche poco solidi – e buttiamo via ogni snobismo: c’è un pubblico che ci aspetta e che possiamo istruire e soprattutto far divertire.

Farina o pistole?

Ricordate gli assalti ai supermercati all’inizio del lockdown? Con pasta, farina e lievito a riempire i carrelli degli italiani, timorosi di rimanere con dispensa e stomaco vuoti. D’altronde, se tra le icone del nostro cinema troviamo Alberto Sordi e Totò che si ingozzano di spaghetti una qualche ragione storica ci dovrà pure essere.

Ricordate invece cosa è stato preso d’assalto negli Stati Uniti? Bravi: le armerie. E se tutti sappiamo che negli USA è possibile acquistare un’arma con la stessa facilità con cui da noi si compra un etto di prosciutto, la cosa ci stupisce sempre: forse perché non riusciamo a capire la ragione per cui anziché di farina gli statunitensi preferiscano rifornirsi di colt o fucili automatici.

La lettura de Il figlio, opera seconda di Philipp Meyer pubblicata nel 2013, sicuramente può aiutare a comprendere questo fenomeno.

Immaginate una sorta di Cent’anni di solitudine dove il realismo magico di García Márquez perde tutta la sua magia per diventare cruda realtà. I Buendía qui si chiamano McCullough e vivono in Texas, e anche qui la saga si dipana per più generazioni, con un provvidenziale albero genealogico a inizio libro ad aiutare.

Quella dei McCullough è una storia di violenza, sempre cruenta e spesso gratuita, unico modo per risolvere ogni problema e abbattere ogni ostacolo gli si pari davanti. A partire dal capostipite Eli, rapito in giovane età dagli indiani, per arrivare a Jeanne Anne. L’unico che cerca – invano – di porre fine alla legge delle armi è Peter, il figlio di Eli: ma dalla sua biblioteca piena di classici poco può fare arginare un fiume di sangue che pare inarrestabile.

Violenza, sfruttamento – neri, messicani, pellerossa: non si fanno molte distinzioni – legge del più forte e ricorso alle armi. Secondo Meyer sono questi i principi fondanti di una nazione spesso avventatamente presa a modello. Perché il sogno americano è sì avere un’opportunità: che tutti possano detenere e – perché no – usare un’arma.

Vino in abbinamento. Non si beve vino in questo romanzo e, vista la generale approssimazione con cui viene trattato l’argomento da molti scrittori, la cosa non mi spiace affatto. Per controbattere a tutta la violenza che pervade le pagine occorre un vino caldo, rassicurante, quasi materno. Un vino che ci faccia sentire sicuri a casa. Un vino che, nonostante le differenti annate riconosci sempre. Ognuno di noi ne ha almeno uno. E uno dei miei è sicuramente il Vorberg della Cantina di Terlano.

L’importante è finire?

Non sono il tipo che ama i lietofine o le conclusioni ricche di sorprese e colpi di scena. Ma dopo ben 880 (sì, ottocentottanta!) pagine di romanzo, che ti tengono inchiodato alla carta e ti fanno andare a letto tardi, è lecito aspettarsi per lo meno un finale all’altezza di tutto ciò che è stato scritto prima.

Invece il finale di Underworld, romanzo fiume di Don DeLillo, non dico che rovini completamente tutto ciò che si è letto in precedenza, ma sicuramente mi ha lasciato con un po’ amaro in bocca.

Allora perché ce ne parli, potreste giustamente chiedermi?

Innanzitutto perché è un libro scritto benissimo: per tutte le 880 pagine. Spesso mi sono ritrovato a rileggere la stessa frase per più di due volte, per il semplice piacere di assaporare l’incisiva scorrevolezza della scrittura: un po’ come quando ascolti in loop un brano musicale o non ti stanchi di assaggiare e riassaggiare un vino.

L’altro motivo per leggere Underworld è perché rappresenta uno spaccato vero dell’America. Non quella imbellettata e finta di molto cinema, ma quella dura e dolente che si ritrova per esempio nei romanzi di Steinbeck: dove il sogno americano se non è incubo è per lo meno un sonno molto agitato.

In un arco temporale di 50’anni c’è il baseball, che è inizio e pretesto, c’è la guerra fredda e l’incubo nucleare, ci sono Edgar J. Hoover e Frank Sinatra, c’è l’arte contemporanea, c’è la povertà dei quartieri che circondano l’isola felice di Manhattan, c’è il problema dello smaltimento dei rifiuti, ci sono New York e la provincia. Il tutto in un vorticoso flashback che confonde, ammalia, e stupisce.

Il libro è del 1997, ma è decisamente attuale, se non altro per soddisfare il disperato bisogno di una realtà che spesso ci viene camuffata e che ci sfugge.

Vino in abbinamento.

Il bravo sommelier sa che ci sono due regole per l’abbinamento perfetto: la concordanza e la contrapposizione. In questo caso la prima vorrebbe un vino rosso corposo, ricco, opulento; la seconda un bianco fresco, spigoloso, quasi tagliente. Due nomi? Il Merlot Howell Mountain di Beringer e il Riesling Treppchen Kabinett di Dr. Loosen.

Chiacchiere di vino

Qualche giorno fa, parlando dei nuovi modi di raccontare il vino in questo periodo di isolamento forzato (leggi qui), dicevo che anche io mi ci ero cimentato.

Inizialmente l’ho fatto da solo, ma da un mesetto ho anche la controparte: un’amica con la quale abbiamo iniziato a proporre un appuntamento fisso settimanale dedicato a una chiacchierata sul vino. Lei si chiama Sara Santucci e, tra le tante cose che fa, è il volto di Beauty Advisor TV (la trovate qui).

Il nostro appuntamento si chiama Wine Party: abbiamo scelto una formula semplice e leggera, adatta a tutti, esperti e soprattutto neofiti. La scusa è quella di parlare di un vino, invitando i partecipanti a condividere la loro bottiglia, possibilmente della stessa tipologia. Si tratta di un semplice pretesto per socializzare virtualmente, per dare informazioni sul vino che settimanalmente assaggiamo, accompagnate da consigli pratici sul come apprezzare a meglio quello che beviamo, lasciando il giusto spazio alle domande e alle curiosità di chi ci segue.

Perché, nonostante il tanto parlare di vino, lo si fa quasi sempre a livello “alto”, per pochi addetti ai lavori, tralasciando quasi sempre le informazioni basilari. Noi cerchiamo di dare quelle, con professionalità e sorriso sulle labbra.

Se volete unirvi a noi, ci trovate tutti i venerdì alle 19.15 (ma stiamo pensando di spostarci a breve la domenica) sulla mia pagina Facebook (eccola qui). E non dimenticate la bottiglia!

Di acqua, ma non solo

“I miei libri sono la mia biografia. Della serie: le vite dei grandi uomini.”
(Ėduard Limonov)

 

Prendete Gabriele D’Annunzio, toglietegli un bel po’ di talento, fatelo nascere a Dzeržinsk – nella Russia centrale – nel 1943 e otterrete Ėduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov.

Sicuramente più famoso per la biografia scritta nel 1912 da Emmanuel Carrère che per i propri meriti artistici, Limonov è stato un personaggio indubbiamente affascinante; di quel fascino un po’ perverso che esercitano le personalità contraddittorie. Perché Limonov, oltre a essere scrittore (ne parleremo a breve) ha avuto una vita che a dire movimentata è dir poco. Vi lascio il divertimento di scoprirlo da soli, per ora vi basti sapere che il suo pseudonimo significa sì “limone”, ma è anche un richiamo a “limonka”, termine gergale russo che identifica la bomba a mano.

 

Qui ci interessa lo scrittore, che fornisce un’eccellente prova di se nel “Libro dell’acqua”. Scritto nel 2004, è una raccolta di memorie che hanno come filo conduttore appunto l’acqua. Mari, fiumi, laghi, fontane, bagni turchi fanno da scenario alle mirabolanti avventure del nostro (ricordate D’Annunzio?) che si gloria delle sue imprese guerresche e sessuali, da maschio alfa stracarico di testosterone. Ma, superato un iniziale fastidio e dopo essersi resi conto che al nostro piace un po’ esagerare, come lo spaccone che ogni bar che si rispetti può e deve vantare, quello che colpisce il lettore è lo stile della prosa di Limonov. Una prosa secca, diretta, efficace, scevra da ogni fronzolo e dritta all’essenziale. (Ecco, qui il paragone con D’Annunzio non regge più). Limonov tratteggia con poche e preci se parole personaggi e situazioni, senza per questo far perdere fascino alla sua prosa.  Due esempi, scelti tra i tanti: “Poi siamo partiti per Pietroburgo, dove pioveva.” “Ho bevuto vodka per amarla di più e più a lungo.”

E il vino?

Detto che il nostro preferisce la vodka e le uniche concessioni a qualcosa le riserva allo Champagne, è lo stile che mi ha colpito, per la sua sintetica precisione. La stessa precisione senza fronzoli che ormai sto ricercando (leggi qui) e che spererei di trovare al posto di inutili verbosità dannunzinane.

La degustazione definitiva

(Ripubblico, riveduto e corretto, un pezzo che scrissi e pubblicai nel luglio del 2014. Parlavo di degustazione e linguaggio: credo che il tema sia ancora attuale, forse ancora di più.)

 

C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
cadeva la neve.
Issa (1763-1828)

 

Generalizzando si può affermare che al mondo esistono due scuole per parlare di vino: quella anglosassone e quella latina (che poi vuol dire sostanzialmente francese e italiana). La prima si fa notare per il suo pragmatismo: informazioni precise, a volte quasi scarne, linguaggio chiaro, nessun volo di fantasia. Fantasia che invece quasi sempre pervade gli scritti dei degustatori latini, spesso più impegnati nel fare (o tentare di fare) letteratura che nel trasmettere informazioni.

Poi c’è l’haiku.

L’haiku è una componimento poetico tipico della letteratura giapponese. Si compone di tre soli versi di diciassette sillabe, che seguono lo schema 5/7/5. Le sue origini sono incerte, ma pare derivare dal waka, genere di poesia classica giapponese poi rinominata tanka – ovvero “poesia breve”. Fu Masaoka Shik che, alla fine del XIX secolo, inventò il termine, ricorrendo alla crasi dei termini haikai no ku (“verso di un poema a carattere scherzoso”). Ma il suo sviluppo formale e tematico risale al periodo Edo (1600-1868), quando numerosi poeti ricorsero a questo genere per descrivere la natura e i suoi effetti sulla vita dell’uomo. E proprio per la sua immediatezza e (apparente) semplicità l’haiku divenne una forma di poesia popolare, diffusa presso tutte le classi sociali.

Nessun titolo, temi semplici, niente fronzoli e assenza di retorica: queste le caratteristiche dell’haiku, composizione che richiede un’estrema sintesi per fissare i particolari salienti di ciò che si vuole descrivere.

E in un paese come il Giappone dove la nuova forma di letteratura è rappresentata dal keitai, ovvero racconti brevi da leggersi sul telefono cellulare in treno o in metropolitana, si capisce come il dono della sintesi e del rigore sia particolarmente apprezzato, oltre che nel DNA di quella cultura.

Ecco, l’haiku è la forma perfetta – anzi, definitiva – per spiegare un vino: per almeno due motivi.

Il primo è che l’haiku rappresenta il compromesso tra fantasia latina e rigore anglosassone. Si tratta di una poesia, e cosa c’è di più stimolante per la fantasia di questa forma di letteratura? Ma si tratta di una poesia con regole ben precise, che sommate alla brevità costringono lo scrittore a essere estremamente attento nella scelta delle parole.

E qui ecco il secondo motivo per cui l’haiku è perfetto: la sua estrema brevità richiede non solo il rigore di cui sopra, ma soprattutto necessita di un’estrema e approfondita conoscenza e comprensione dell’argomento da descrivere. Lo scrittore-degustatore deve entrare a fondo nel bicchiere per coglierne tutti gli aspetti e le sfumature. E occorre concentrarsi sì sui dettagli, ma avere una visione d’insieme netta e precisa.

Pensateci bene.

Raccontare la degustazione di un vino per iscritto è cosa difficilissima. Per un’unica e semplice ragione. Si parla a qualcuno che per la maggior parte delle volte non ha quel vino nel bicchiere davanti a se. (E, anche se lo avesse, non avrà più lo stesso vino: perché avrà una bottiglia diversa, perché adopererà un diverso bicchiere, perché saranno passati mesi se non anni e il vino si sarà evoluto (o involuto). Quindi occorre trasmettere a chi legge le informazioni essenziali del vino, evitando inutili descrizioni di profumi o altre sensazioni precluse al lettore.

Provocazione? Forse.

Ma è innegabile che un maggior rigore e soprattutto una maggior serietà sarebbero auspicabili per poter comunicare con efficacia il vino e, anche, tutto quello che gli sta attorno.