Tutto quello che avreste voluto sapere sul Madeira. O quasi.

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Nell’immaginario collettivo il vino di Madeira è legato a due grandi stereotipi: le scaloppine (che sull’isola non trovi neanche a pagare oro!) e come sinonimo di vino ossidato (anche se i più nazionalisti al termine “maderizzato” preferiscono “marsalato”)

Il Madeira invece è un grande vino, con un grande passato e con un futuro tutto da inventare.

Si tratta di un vino fortificato, cioè ottenuto aggiungendo alcol (generalmente brandy) al mosto, in modo da aumentarne la percentuale alcolica. Ma quello che differenzia il vino di Madeira dagli omologhi (come Marsala o Porto) è il fatto che si scoprì che durante il trasporto in nave il vino acquisiva eleganza e personalità, nonostante gli sbalzi termici a cui era sottoposto; era anzi un doppio passaggio dell’equatore a regalare finezza di profumi e completezza di maturazione. Questa condizioni vennero quindi ricreate artificialmente, lasciando il vino in ambianti – detti estufas – in cui la temperatura supera i 40° C e dove il vino viene lasciato deliberatamente a contatto con l’aria, in modo da fargli acquistare la caratteristica nota ossidata.

DSC_0493Forse non tutti lo sanno, ma il Madeira è un vino bianco. Anche se per il 90% della sua produzione si utilizza un vitigno a bacca nera, il tinta negra mole. Con questa uva, magari in blend con le altre più nobili, si producono i vini più semplici, che invecchiano dai 3 ai 10 anni e non riportano in etichetta l’anno della vendemmia.
Discorso diverso per i vini di riserva, prodotti solo nelle grandi annate e utilizzando un solo vitigno, quello che nella stagione ha dato i risultati migliori. Si tratta di quattro moschettieri, tutti a bacca bianca ma ognuno con caratteristiche differenti. Il Sercial, che regala vini secchi e che viene utilizzato anche nella produzione di fini bianchi ordinari; il Verdelho, da cui si ottengono vini semisecchi; il Boal, che dona vini semidolci; la Malvasia, regina dei vini dolci, qui inglesizzata in Malmsey. Queste riserve passano lunghissimi periodi (in alcuni casi oltre 80’anni!) in botte e una volta messi in bottiglia mantengono praticamente inalterate le loro caratteristiche.

Dopo alcuni giorni passati a girare per l’isola di Madeira diventa inevitabile chiedersi da dove arrivi tutto il vino che si è bevuto nei giorni precedenti e che viene proposto in ogni locale, dal bar frequentato da una pittoresca fauna locale al ristorante stellato, passando per i negozi che, accanto ai soliti souvenir, propongono bottiglie di oltre trent’anni a prezzi non proprio popolari.
Perché a Madeira le vigne quasi non si vedono.
DSC_1076Se la costa sud è il regno quasi incontrastato degli alberi da frutta – soprattutto banani, in alcuni tratti assoluti padroni del paesaggio – occorre spostarsi nella parte nord per scorgere qualche traccia di vite. E non aspettatevi distese di vigneti ordinati e pettinati: rimarreste profondamente delusi. Sia perché molti vigneti sono protetti dal vento (e nascosti) da fitti cespugli di erica, sia perché l’ordine non è proprio il sovrano, anzi, gli alberelli di vite crescono in maniera piuttosto anarchica. In ogni caso si tratta sempre di appezzamenti molto piccoli; e non potrebbe essere altrimenti, vista la conformazione dell’isola. Due picchi paralleli – vette di 2 vulcani che superano i 1800 metri di altitudine e che si gettano quasi a capofitto nel mare. Tutto a Madeira è strappato alla roccia: case, strade, fazzoletti di terra ricavati da ripidissime terrazze, dove il lavoro si fa fatica più che altrove.

Nonostante questo la produzione dichiara numeri di tutto rispetto, che oscillano tra i 4 e i 4,5 milioni di litri annui e che rappresentano una delle voci più importanti nell’economia dell’isola.

Quindi, è sicuramente più semplice degustare e bere il vino di Madeira che cercarne le vigne. Molte aziende hanno sede a Funchal, la capitale dell’isola. E quasi tutte offrono la possibilità di degustare i loro vini.

Nel prossimo post vi racconterò come sono andate le mie visite e, soprattutto, i miei assaggi.

Capuleti o Montecchi? Ma forse la guerra è finita

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Due nomi altisonanti, due marchi che sanno di qualità (anche se non per forza garantita), due vessilli della meraviglia che è l’Italia per tutto il resto del mondo che l’osserva da lontano: Barolo e Brunello – e la mente svicola tra eleganza e voluttà.

Una data: 21 novembre 2014.
Forse questa data non cambierà il corso della storia, ma di sicuro è un punto di partenza per fare sistema in questo paese in cui nessun orto confina con l’altro, semplicemente… prevale sull’altro.

StampaSarà un caso se lo stesso giorno dello stesso anno, per la prima volta, i produttori di questi due vini – tra i più conosciuti al mondo – si sono messi in una stanza per presentarsi al loro pubblico, che manco a dirlo è lo stesso… Ma io non credo nel caso e se quel giorno in due città divise da 2000 km – Barolo e Copenhagen – oltre 70 produttori (circa 30 per la tappa italiana e 45 per quella danese) delle due denominazioni si sono presentati uniti è solo perché i tempi erano maturi.
Per decenni non si sono piaciuti, non si sono parlati e non si sono voluti incontrare, ma forse, come nelle migliori faide familiari della letteratura, le nuove generazioni non conoscono più le ragioni né il giorno in cui quella guerra è iniziata e semplicemente hanno deciso di deporre le armi e anzi di “mettersi insieme”. I motivi magari non saranno né romantici né cavallereschi, ma certo è che se gli schivi langhetti e i campanilisti ilcinesi decidono di fare alleanza tra loro per promuovere i loro vini, anche per la più materiale (o meglio, commerciale) delle motivazioni questo non potrà fare che bene al nostro paese e alla sua immagine che tanto ha bisogno di proattività e di segnali confortanti.

BAROLO E BRUNELLO 03Per onore di cronaca, manco a dirlo, i due appuntamenti sono andati benissimo, hanno raggiunto gli obiettivi numerici e raccolto un pubblico entusiasta. E come poteva non esserlo… quando si ha l’occasione di degustare i migliori vini del mondo tutti insieme?

È troppo? Se non iniziamo a crederci noi, come faremo a farlo credere agli altri?
E di una cosa sono sicura: se il 21 novembre 2014 è stato il giorno del matrimonio del Barolo con il Brunello, per certo questa storia d’amore durerà per lunghi anni. E se volete dirmi che è solo business e che io sono troppo romantica, vi assicuro che ritengo che un buon affare sia un’ottima ragione per stare e rimanere insieme, finché morte non li separi.

Irene Fantozzi

Il mio Veronelli

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“Sono un combattente che non può e non deve dare segni di stanchezza e di resa. Gli avversari – ci sono sempre – amo guardarli dritti, negli occhi, così che credano io c’entri dentro e veda – illuminante – la loro meschineria, l’arretratezza, la cecità morale, le colpe.” (Gino Veronelli)

VERONELLI 02

Poco più di dieci anni or sono – il 29 novembre 2004 – moriva Gino Veronelli.

Alle (poche) celebrazioni di questo decennale, volevo aggiungere due miei ricordi e una piccolissima considerazione.

Il primo ricordo risale proprio al giorno della morte di Veronelli. La sera del 29 novembre ero nella sede Ais di Torino per partecipare a una degustazione. Tema della serata i vini Triple A, e fu proprio Luca Gargano, “inventore” di questi vini, a dare la notizia e a officiare una piccola e atipica commemorazione, perfettamente in linea con il personaggio e che credo sarebbe sicuramente piaciuta a Veronelli.

VERONELLI 01L’altro ricordo è molto più remoto, e risale alla metà degli anni Settanta. Ero un bambino (sono nato nel 1968) ma ricordo perfettamente un signore dagli occhiali spessi e costretto in un impeccabile abito, dialogare di cucina con una signora corpulenta e sempre sorridente. La trasmissione si chiamava A tavola alle 7, e ad accompagnare Veronelli era Ave Ninchi.
Ne ho riviste alcune puntate su Rai5 alcuni anni or sono e, a parte il ritmo narrativo decisamente lento rispetto a quello a cui siamo abituati adesso, sono stato colpito dalla pacatezza e soprattutto dalla chiarezza con cui venivano affrontati gli argomenti. Un grande, grandissimo esempio di divulgazione. Dove erano centrali cibo, cucina, tradizioni. E dove chi ne parlava non assumeva mai il ruolo di protagonista, bensì ricopriva quello di “semplice” narratore.

Una lezione di professionalità ma soprattutto di umiltà (da parte di un personaggio che aveva tutti i requisiti per sentirsi superiore a molti) che in molti dovrebbero imparare.

Quando cambiò la storia del Barolo

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Sono pochi i film che parlano di vino, per cui ogni uscita suscita (o dovrebbe suscitare) curiosità tra gli appassionati.
Devo dire che la notizia di un film-documentario dedicato ai Barolo Boys mi aveva lasciato piuttosto tiepido e mi sono avvicinato alla visione con più di un preconcetto.

Ma partiamo dall’inizio. Chi sono i Barolo Boys?
Sono un gruppo di produttori che negli anni ’80 rivoluzionarono il modo di pensare, fare e vendere il Barolo. Giovani, determinati, uniti (caratteristica, questa, inedita ma determinante), portarono una ventata di innovazione che, se non spazzò via chi era ancorato alla tradizione, riuscì però a dare linfa nuova a un vino che soffriva una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

BAROLO BOYS 01“Barolo Boys. Storia di una rivoluzione” è un susseguirsi di interviste e filmati di repertorio, ben montati e armonizzati con i giusti tempi. Parlano i Barolo Boys ma non solo. A Elio Altare, Chiara Boschis, Roberto Voerzio, Giorgio Rivetti, si alternano le voci dei “tradizionalisti” Bartolo Mascarello, Giuseppe Rinaldi e di un innovatore sui generis come Lorenzo Accomasso.

Contrariamente ad altri film del genere – penso a “Mondovino” e “Resitenza Naturale” di Nossiter (vedi qui e qui) ma anche alle opere di Michael Moore – Paolo Casali e Tiziano Gaia, che firmano sceneggiatura e regia, non prendono posizione. Si limitano a far parlare tutti i protagonisti e danno allo spettatore i mezzi per formarsi la propria opinione, lasciandogli la massima libertà di giudizio. Scelta stilistica che ho molto apprezzato e che non sottrae personalità e incisività all’opera.

Tutto bello, allora?
No. Ci sono un paio di cose che non mi sono piaciute.

La prima è stata la scelta di affidare a Joe Bastianich la parte di voce narrante. Perché? Non ha nulla a che fare con il Barolo e ha una voce non propriamente gradevole e chiara. Immagino sia il tentativo, in vista di una lancio del film sul mercato statunitense (grande acquirente e consumatore di Barolo), di aumentare visibilità e popolarità. Ma allora perché non affidare il doppiaggio di una voce fiori campo a qualche famoso attore americano?

E poi c’è lui, l’immancabile Farinetti. Che pontifica dall’alto della sua decennale esperienza di produttore di vino, inquadrato con dietro uno scaffale di Eataly zeppo di bottiglie di una delle sue aziende. Insomma, la cosa puzza di marchetta lontano chilometri. (Faccio il malpensante sino in fondo. Negli USA Bastianich è in società con Farinetti: questi forse spiega il suo ruolo di voce narrante.)

Ma sono dettagli che, per fortuna, si perdono nel flusso della narrazione. Anche qui, come nella realtà, vincono il vino e gli uomini che lo producono.

Il Giüdissi ‘d Türin

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Sono poche le date nella storia del vino ad avere la precisione di giorno, mese e anno.
Una di queste è 24 maggio 1976.
Quel giorno un mercante di vino inglese – Steven Spurrier – organizzò a Parigi una sfida tra i vini di Francia (Chardonnay di Borgogna e grandi di Bordeaux) e California (anche qui Chardonnay e poi Cabernet Sauvignon). La degustazione si svolse ovviamente alla cieca e la giuria, composta da soli francesi, decretò vincitori due vini americani: lo Chardonnay di Chateau Montelena e il Cabernet Sauvignon di Stag’s Leap Wine Cellars, entrambi del 1973 (e per il cabernet di Stag’s Leap si trattava della prima vendemmia commercializzata).
L’evento rivoluzionò il mondo del vino e prese il nome di Jugement de Paris.

Lo scorso anno con un gruppo di amici ho voluto ripetere la degustazione e l’esperimento. L’abbiamo chiamata Giüdissi ‘d Türin, lasciando per una volta perdere l’understatement sabaudo.
Sebbene non fossero presenti tutti i vini del 1976, abbiamo allestito due batterie di tutto rispetto.

DSC_1816 (680x1024)Vini bianchi:
Chateau Montelena – Napa Valley Chardonnay 2007
Kistler Vineyards – Sonoma Mountain Kistler Vineward 2007
François Mikulski – Mersault 1er cru les Charmes 2006
Bruno Colin – Chassagne-Montrachet 1er cru Les Chenevottes 2007
Etienne Sauzet – Puligny-Montrachet 1er cru Champ Gain 2008

Vini rossi:
Stag’s Leap Wine Cellars – S.L.V. Napa Valley Cabernet Sauvignon 2007
Joseph Phelps – Napa Valley Cabernet Sauvignon 2000
Château Montrose – Saint-Estèphe Grand Cru 2001
Château Léoville-Barton – Saint-Julien 2001
Château Pontet-Canet – Pauillac Gran Cru 2001

Prima di raccontarvi come è andata due parole sui vini, che un po’ di suspence ci vuole.

Due belle batterie, con quella dei rossi che ha raggiunto livelli stratosferici: basti dire che nessun vino è stato valuto meno di 90/100. Tutte bottiglie di grande personalità ed eleganza, piacevoli ma senza essere smaccate. Ricche ma senza troppe esibizioni. Difficile capire alla cieca quali fossero i francesi e quali i californiani.
Anche i bianchi non sono stati da meno, ma sicuramente la gioventù non ha giocato a loro favore e ha abbassato, seppur di poco, le valutazioni. Anche qui eleganza, ma ancora segnata dalla poca maturità e dai ricordi dei legni di affinamento.

DSC_1819 (1024x680)Ma veniamo ai vincitori.
Premetto ancora (lo so, sto allungando il brodo per farvi perdere ancora qualche secondo: cercate di non odiarmi troppo!) che le valutazioni sono state praticamente unanimi e le differenze di giudizio minime, segno che i valori sono emersi netti e precisi.

Il responso sui bianchi ha confermato quello che accadde a Parigi, ma con la sorpresa di un ex aequo fra USA e Francia. Château Montelena ha entusiasmato per eleganza e precisione, ma lo Champ Gain di Etienne Sauzet ha tenuto degnamente testa (per quello che può contare, personalmente l’ho preferito, attribuendogli un centesimo in più… ma è questione di lana caprina).

DSC_1837 (680x1024)Meno incertezza sui rossi, dove le differenze tra il primo e gli altri sono state clamorose.
Château Pontet-Canet ha letteralmente sbaragliato il campo, con punteggi quasi tutti superiori ai 95 centesimi. È stata la rivincita dei francesi, visto che i tre vini degustati si sono piazzati ai primi tre posti, e anche piuttosto nettamente. Sorprendente l’ultimo posto dello Stag’s Leap, sicuramente da imputare alla troppa gioventù del campione rispetto al resto del lotto. (Un paio di bottiglie sono nella mia cantina, in attesa che il tempo faccia il suo lavoro e sia gentiluomo).

Si è trattato di un bel gioco che personalmente mi ha insegnato (almeno) due cose: che anche nel mondo del vino non bisogna essere schiavi dei pregiudizi e, secondo, che le degustazioni alla cieca sono impegnative ma dicono (quasi) sempre la verità.
Devo anche raccontarvi come è stata la cena che ne è seguita, accompagnata ovviamente dalle stesse bottiglie?

p.s. : un grazie a Carlo, Emanuela, Giuliano, Manuela, Roberto, Rodolfo e Tiziana, splendidi compagni di viaggio e di bevute.

Bolla addio

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Vi avviso, questo post va contro i mei principi.
Non ho mai parlato di qualcosa che non conosco, di qualcosa non letto, non visto, non degustato.
Ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, per cui vi toccherà leggere di un vino che non ho degustato e che credo non degusterò mai.

BOLLA CIAOSi tratta dell’ennesima pensata dell’ineffabile Oscar Farinetti, che non perde occasione per regalare perle enologiche (e non solo).
Fontanafredda, una delle tante aziende che il nostro ha collezionato in questi ultimi anni ha da poco lanciato un nuovo spumante metodo classico (la denominazione esatta è Alta Langa). La scheda tecnica racconta di un vino ottenuto da uve chardonnay e pinot nero coltivate tra i 400 e i 600 metri sul livello del mare, ottimo come aperitivo ma “per la sua indiscussa personalità” adatto a tutte le portate.
Il nome? Bolla Ciao.

Ok: il marketing è marketing e il mondo – anche quello del vino – è spietato. E uno squalo come Farinetti gode come un matto nel nuotare in queste acque, dove ormai può permettersi di fare il buono e il cattivo tempo, appoggiato anche dalla politica, che evita solo formalmente ma che frequenta (e pratica) de tempo.
Ma sfruttare, storpiandolo, il titolo di una canzone che rappresenta tantissimo per l’Italia e per la sua storia mi pare francamente troppo. Specialmente per chi proclama la sua appartenenza a uno schieramento politico e ha in quella canzone un simbolo forte della sua storia e delle sue battaglie.
Ma, si sa, in Italia la storia non ha insegnato nulla ed è meglio dimenticare. E per farlo nulla di meglio di una bolla dalla indiscussa personalità, che forse sarebbe stato meglio chiamare Me ne frego.

p.s.: grazie a Irene per lo spunto e per il titolo.

L’amico ritrovato

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Quando, negli anni ’90, Christoph Künzli rilevò l’azienda di Antonio Cerri – un piccolo vigneto poco più grande di mezzo ettaro – in cantina trovò una bella sorpresa: alcune botti di vecchie annate di Boca. Le assaggiò e decise di imbottigliarle, in omaggio al quel vecchio produttore che fu uno dei salvatori di questa piccola denominazione.
Non lo fece però adottando la grafica che andò ad abbigliare le nuove annate del suo Boca e dell’azienda Le Piane, bensì utilizzando una semplice etichetta bianca e il nome Campo delle Piane.

Qualche giorno fa ho aperto il 1991.

BOCA CERRIIl sommelier intransigente avrebbe da ridire sul colore non propriamente limpido: un granato appena velato ma ancora guizzante di luminosità. Ma l’intransigenza spesso è deleteria e sicuramente noiosa, per cui ce ne freghiamo e andiamo a mettere il naso nel bicchiere.
E c’è da rimanere senza fiato.
Il vino è di una perfezione al limite dell’insopportabile: frutta ancora integra, spezie, incenso, vecchi legni. Da stare quasi male tanto o profumi arrivano netti e riconoscibili.
Con l’ossigenazione perde in precisione ma guadagna in fascino. Note animali, liquirizia, caffè. E tutta la mineralità che racconta i porfidi della zona.
La bocca è dominata da un’acidità ancora vibrante, con un tannino appena accennato ma elegantissimo.
Lo dico? Lo dico. Alla cieca lo scambiereste tranquillamente per un grande Borgogna.

Incredibile ma vero, ne avanzo un po’ – signori della corte, abbiate clemenza, non era l’unico vino della serata! – e lo riassaggio due giorni dopo.
Nessuna sbavatura, anzi. Un progressione olfattiva che continua e porta il vino a esprimere ulteriori note speziate.
E in bocca la stessa vivacità di due sere prima.

Il lettore più curioso si chiederà con cosa l’abbia abbinato. Formaggi stagionati? Arrosti? Selvaggina? Nulla di tutto ciò.
La prima parte della bottiglia ha accompagnato dei testaroli al pesto di pistacchi, la seconda un risotto capesante e zucchine profumato allo zenzero.
Inorriditi? Peggio per voi. Il Boca, e non solo lui, è la perfetta dimostrazione che un vino rosso può reggere abbinamenti anche non ortodossi.
La sua grandezza sta anche in questo.

Perché dobbiamo (e devo) dire grazie a Gabriel García Márquez

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Così come il colonello Aureliano Buendía, anche io ricordo quel remoto pomeriggio (sarà stato il 1983 o il 1984) in cui iniziai a leggere Cent’anni di solitudine. Ricordo che, come sarà capitato a molti, restai folgorato da quell’incipit che parlava di plotoni d’esecuzione e di ghiaccio. Ma ancora più forte è il ricordo della terza frase del primo capoverso: “Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”
Poi mi persi nell’intricata geografia di Macondo a nell’ancora più intricata araldica della famiglia Buendía, dove si faticava a distinguere gli Aureliano e a ricordare i vari legami di parentela.
Da quella lettura, e da quella delle altre opere di Márquez, nacquero la mia passione e il mio interesse per la letteratura iberoamericana, che mi portarono forse a trascurare il primo amore e a rendermi devoto a nuovi autori.
Ma Gabo è stato quello che, almeno mediaticamente e con il formidabile volano del Nobel vinto nel 1982, ha dato inizio a tutto.
Prima quello che si scriveva in Sudamerica – fatte salve pochissime eccezioni – era praticamente sconosciuto. Dopo, la letteratura americana in lingua spagnola ha avuto la dignità che meritava, anche se connotata con quel termine “realismo magico” che personalmente non ho mai amato, perché segno da parte della cultura occidentale di una sorta di supremazia culturale: supremazia che impediva di avvicinarsi del tutto alla cultura del cono sur, fatta di credenze e leggende diverse, ma non per questo meno rispettabili delle nostre.

MARQUEZ 01Márquez era scrittore dalla tecnica sopraffina. Basta leggere gli incipit dei suoi romanzi per rendersene conto (“Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiango Nasar si alzò alle 5 e 30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo” è geniale, ma non è il solo), o spulciare nel vasto corpus delle sue opere: si fatica a trovare una parola o un aggettivo fuori posto.

Dietro questa perfezione quasi patinata Gabo era però anche uno che scriveva anche con il cuore e con la pancia. Uno che sapeva benissimo quali fossero – quali sono – i problemi e i drammi dell’America Latina. Problemi e drammi che ritroviamo nei suoi scritti e nei suoi personaggi: ignoranza, violenza, superstizione, sopraffazione, credulità, repressione.
Sotto un’apparenza di favola c’è il dramma concreto di un continente vessato e sfruttato. Già in Cent’anni di solitudine è palese il riferimento alla United Fruit Company – quella delle banane Chiquita, tanto per capirci – e alla sua azione sistematica di sfruttamento. Azione che non andava troppo per il sottile e che non si preoccupava di ricorrere alle maniere forti per conservare uno status che vessava i contadini, rendendoli quasi schiavi. E ora concedetemi una digressione e un consiglio: cercate e acquistate e leggete Uomini di mais di Miguel Ángel Asturias, uno dei capisaldi della letteratura latinoamericana. Leggere questo suo romanzo – del 1949 – vi farà capire da dove García Márquez ha tratto ispirazione per i suoi romanzi. Il vero “realismo magico” sta in queste pagine, dove tradizioni, miti e leggende si mescolano come in un pasticcio di mais. Dietro c’è il Guatemala: povero, dimenticato, sfruttato, annichilito da un genocidio di cui si sa ancora pochissimo.

Ma per me Márquez è stato soprattutto uno scrittore politico, non solo per la sua vicinanza (sempre negata, sebbene fosse strettamente legato a Fidel Castro) al comunismo o, meglio, al socialismo. La sua frase, pronunciata nel 1971, “Continuo a credere che il socialismo sia una possibilità reale, che sia la soluzione che ci vuole per l’America Latina e che sia necessario avere una militanza più attiva” credo sia emblematica.

E poi c’è il discorso pronunciato a Stoccolma in occasione della consegna del Nobel. Un vero e proprio manifesto, che nel 1982 aveva una valenza:
“(…) nelle buone coscienze d’Europa, e a volte anche nelle cattive, hanno fatto irruzione con impeto sempre maggiore le spettrali notizie dell’America Latina, questa immensa patria di uomini visionari e di donne memorabili, la cui infinita ostinazione si confonde con la leggenda. Non abbiamo avuto un attimo di tregua.”
“(…) Oso pensare che sia stata questa realtà fuori dal comune, e non soltanto la sua espressione letteraria, a meritare quest’anno l’attenzione dell’Accademia svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella di carta, ma vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, alimentando una sorgente creativa insaziabile, piena di sventura e di bellezza. Della quale questo colombiano errante e nostalgico non è nulla di più che un numero maggiormente segnalato dalla sorte. Poeti e mendicanti, guerrieri e poco di buono, tutte noi creature di quella realtà esagerata abbiamo dovuto chiedere molto poco all’immaginazione, perché la sfida maggiore per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per rendere credibile la nostra vita. È questo, amici, il nodo della nostra solitudine.”
“(…) L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che a Londra occorsero trecento anni per costruire le prime mura e altri trecento per avere un vescovo (…)”
“(…) Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra.”

Credo non occorra aggiungere altro.

Emozioni, non parole

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Sono ormai 10 anni che seguo i corsi dell’Associazione Italiana Sommelier, e da più di 5 ho la fortuna di essere anche relatore. Una delle cose che ho notato in questi anni è la qualità sempre crescente dei vini proposti in degustazione ai corsisti.
Attenzione: non è che si beva costantemente Borgogna o Barolo, ma i vini proposti sono sempre, oltre che didatticamente significativi, anche molto interessanti.

Poi ci sono le emozioni. Come quella della scorsa settimana, quando andando a fare lezione a Pianfei (provincia di Cuneo) mi sono imbattuto in un vero capolavoro.

Il vino è un rosato, ma un rosato molto particolare: il Rosé Gran Reserva Viña Tondonia della Bodegas López de Heredia. Ma ancora più sorprendente è che si tratta di un rosato del 2000 (sì, avete letto bene: Duemila!).

VINA TONDONIA ROSESiamo in Rioja, e López de Heredia è famoso per proporre in commercio vini con tanti anni di affinamento alle spalle: non per nulla questo 2000 è l’annata più recente disponibile sul mercato.
Vi risparmio i dati sull’andamento climatico del millesimo, e mi limito a dire che si tratta di un blend di 3 vitigni, tutti tipici della regione: a bacca rossa garnacho (60%) e tempranillo (30%) e il bianco è il viura (10%). Il vino affina 54 mesi in botti per poi essere imbottigliato e messo a riposare per altri 10 anni.

Ti spiazza sin dal colore, che non dimostra affatto l’età. Un brillante rosa buccia di cipolla, che farebbe intuire un vino giovanissimo, fresco di frutti e fiori rossi, semplice e piacevole da bere. Invece lo metti sotto il naso e quasi ti mette al tappeto. La trama è elegantissima, senza una sbavatura. Spezie, una vecchia biblioteca ricca di volumi preziosi, la frutta, le erbe aromatiche. (Mi fermo qui, chi mi legge sa che non amo raccontare qualcosa che i miei lettori non hanno avuto la fortuna di assaggiare). Poi lo bevi e arriva un’altra svolta. L’eleganza è una costante, accompagnata da un equilibrio che sfiora la perfezione. La rasoiata data dall’acidità e dalla sapidità è sostenuta da una struttura impeccabile. E poi quella lieve nota tannica che conferisce ancora maggior gusto a una bottiglia che ti berresti tranquillamente da solo in poco tempo, con la voglia di aprirne subito un’altra (ma state attenti, don’t try this at home!).

Sono stato quasi in imbarazzo nel raccontare e commentare questo capolavoro, tanto che a un certo punto non ho resistito e ho detto – spesso le parole non servono o ne servono poche – che eravamo davanti a un autentico fuoriclasse. E spero che l’emozione che abbiamo vissuto rimanga impressa nella mente e nel cuore di tutti. Crescere vuol dire anche questo.

Libro in abbinamento.
Avete due possibilità per abbinare un libro a un vino così. Stemperare le emozioni con qualcosa di tranquillo e di riflessivo, oppure amplificare sensazioni ed emozioni con un libro altrettanto denso. Io preferisco la seconda opzione, e scelgo un libro di un giovane autore italiano che mi ha letteralmente folgorato: Il tempo materiale di Giorgio Vasta.

Dal Belpaese al Buonpaese: l’arte e la cultura del mangiare

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In Italia tutto è lento: la burocrazia è lenta, la giustizia è lenta, le riforme sono lente. Se, però, all’aggettivo “lento” sostituiamo il corrispondente inglese “slow”, tutto assume immediatamente un connotato positivo. Pensiamo a “Slow” e ci viene in mente “Food” e poi “Wine” e se invece di chiamarla Italia, la denominiamo Eataly: il gioco è completo.
L’ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2010 affermò, non senza aspettarsi un’ondata di critiche e contestazioni, che in Italia «di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia».
Se di cultura – sempre secondo Tremonti – non si mangia, è anche perché c’è chi con un piatto di cultura su letto di lattuga e trionfo di salsa rosa ha apparecchiato un lauto banchetto.
Ultimamente, infatti, è possibile pasteggiare all’interno di quelli che un tempo erano luoghi dedicati allo spettacolo o alla lettura: penso al teatro Smeraldo di Milano, o ai locali della ex libreria Martelli di Firenze, già Marzocco e ancora prima Bemporad, lo storico editore che pubblicò “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi. Oggi questi luoghi non conservano più libri, ma yogurt, formaggi e insalate, al posto della platea troviamo banconi, sgabelli e tavolini: sono il regno di Eataly, il grande supermercato delle idee e del mangiare bene e lentamente.
Non si deve dimenticare, però, che con cibo e vino si può fare cultura: le nostre radici affondano nella gastronomia; dietro a ogni ricetta, a ogni vino, c’è una storia antica da raccontare. In questo modo è possibile rivalutare il patrimonio storico italiano e anche quello artistico, etnico e antropologico. Il consumatore italiano adesso è più attento alla biodiversità, alle tradizioni culinarie, al chilometro zero.

L’associazione “Slow Food”, creata da Carlin Petrini nel 1986 a Bra, è sicuramente da annoverare tra i promotori di questo stile di vita. “Slow Food” nasceva contro il fast food, spesso sinonimo di junk food o cibo spazzatura; oggi è il regno del cibo “buono, pulito e giusto”, dove lo scopo è quello di promuovere abitudini alimentari che stavamo rischiando di perdere, educare al gusto genuino e tutelare i prodotti tipici.
Ma la legge del contrappasso è sempre in agguato: il consumo di cibo ha smesso di essere solamente un gesto rituale, quotidiano e materiale, trasformandosi in situazione, fenomeno sociale, culturale e mediatico. Scriveva Roland Barthes: «Il cibo è un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti». É in questo modo che il cibo diventa un nuovo mezzo di comprensione del mondo attraverso il quale possiamo comunicare il nostro pensiero: mangiare è un linguaggio. «Come studiare questa realtà alimentare allargata fino all’immagine e al segno?» si chiedeva Barthes nel 1961, studiando la “Psico-sociologia dell’alimentazione contemporanea”: «le informazioni sul cibo devono essere raccolte ovunque le si possa trovare, attraverso l’osservazione diretta nell’economia, nelle tecniche, nei costumi e nelle pubblicità; e attraverso l’osservazione indiretta nella vita mentale di una data società».

Il nuovo rischio è, però, quello di dimenticare quale sia il vero significato degli alimenti, dei riti a essi legati, del nutrimento come fonte di sostentamento. Si passa così dal concetto di “siamo quello che mangiamo” – citando Feuerbach – a “mangiamo quello che siamo”: onnivori, carnivori, vegetariani, vegani, crudisti e così via.
Si è creata, ad esempio, un’idealizzazione del lavoro della terra, fare i contadini è improvvisamente diventato cool, dimenticando che è invece un lavoro faticoso e spesso massacrante; aprire un ristorante è il sogno di molti, sottovalutando le rinunce e i sacrifici di chi quel mestiere lo fa da tempo. Le sagre di paese sono diventate trendy, tanto che alcuni comuni ne hanno inventate di nuove, spacciandole come tradizionali. I principali canali televisivi hanno inserito nel palinsesto almeno un programma culinario o un reality gastronomico. È cambiata anche l’estetica del cibo, tanto che fotografare i piatti non è più una caratteristica dei ristoranti turistici, ma di chiunque (o quasi) possegga uno smartphone: la chiamano food porn, ovvero l’esibizione pornografica del cibo.

Il cibo è diventato uno dei miti contemporanei, gli chef sono i depositari di questo mito, i critici enogastronomici e gli esperti di marketing e comunicazione i responsabili di questa mitizzazione. Il tempio a cui fare riferimento è ancora una volta l’associazione Slow Food. Intanto, una piccola chiocciola è diventata in tutto il mondo sinonimo di qualità.
Niente di meglio per arrivare – ed è proprio il caso di dirlo – fino alla pancia degli italiani, come nemmeno la politica o il calcio sono finora riusciti a fare.
Il web, i social network, siti come Tripadvisor o il boom dei blog hanno dato la possibilità a tutti di poter recensire un piatto o un ristorante, o di dare la loro personalissima versione di una ricetta.
Il consumatore finale ha così la possibilità non solo di far parte del mito, ma di concorrere alla costruzione o distruzione dello stesso.
Sono nate in questo modo nuove figure professionali: food & wine blogger, food writer, wine influencer, wine teller. Un esperto di cibo non si può più definire gourmet, ma foodie, un appassionato di vino non sempre studia per diventare sommelier, ma si autodefinisce wine geek.

Stiamo facendo indigestione: andiamo al ristorante e vorremmo provare tutto, per poi scriverlo. Rischiamo di fare la fine di Mr. Creosote, il celebre personaggio dei Monty Python ne Il senso della vita: uomo grassissimo e scortese, Mr. Creosote entra in un ristorante francese tra gli applausi dei commensali e la disperazione dei camerieri: «Mi porti tutto il menu mischiato insieme in un secchio con le uova in cima». Il “monsieur” mangia e vomita contemporaneamente, una volta terminato il secchio, il cameriere gli offre ancora una mentina, una piccola sottilissima mentina, ma ecco che l’enorme stomaco inizia a gonfiarglisi sempre di più e scoppia spargendo brandelli del suo enorme ventre per tutto il ristorante. Una scena nauseante, divertente e raccapricciante allo stesso tempo che, non a caso, i Monty Phyton rappresentano nella Parte VI del film: The Autumn Years, gli anni del declino.
Viene facile il paragone tra la decadenza di un popolo e l’abbondanza trimalcionica di cibo, dove l’alimento non è più sostentamento, ma moda, pantagruelica ossessione: non abbiamo più bisogno di cibo, ma di altra fame per continuare a mangiare. Questa nuova fame è così grande da non riuscire a essere soddisfatta dalla bocca e dallo stomaco. L’atto del mangiare non è più un mezzo, ma è diventato prima l’oggetto di una rappresentazione e adesso il soggetto, il protagonista della storia, il bisogno famelico di conoscere tutto, di provare tutto, di mangiare tutto.
Non abbiamo scampo, tutti noi siamo generazioni figlie della cucina vista come perversione. L’ho sempre pensato sin da quando mia madre il lunedì mattina mi chiedeva: «Cosa vuoi mangiare venerdì sera?». Siamo cresciuti con genitori o nonni che ci raccontavano l’importanza di avere cibo, tanto cibo, perché loro avevano vissuto la guerra, e la fame.
Oggi, grazie al marketing e alla pubblicità, far leva sulle perversioni è un gioco da ragazzi: ecco quindi nascere scuole che insegnano non a cucinare, ma a parlare di cibo. I buoni e vecchi istituti alberghieri non bastano più, servono università che insegnino le scienze gastronomiche e master per perfezionare queste conoscenze.

In Italia, attualmente, esistono almeno due corsi universitari in scienze gastronomiche: il primo a Pollenzo (in provincia di Cuneo), è intimamente legato a “Slow Food”. Questo corso è una novità in Italia, ma è frequentato in larga parte da stranieri facoltosi con la passione per il cibo e la cultura italiana ed è, quindi, anche un’ottima vetrina per il Paese; il secondo nasce quest’anno a Foggia. A Parma si trova il dipartimento di “Scienze degli alimenti”, mentre all’Università di Padova si può studiare “Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione”.
Ho perso il conto, invece, dei master: insegnamenti riguardanti cibo o vino sono rivolti in particolare alla formazione di nuove figure richieste da un mercato in cui è nato uno stretto rapporto tra autorevolezza e marketing. Si tratta di comunicatori esperti e giornalisti enogastronomici, event manager nel settore dell’enogastronomia, addetti stampa e alle pubbliche relazioni, addetti marketing, social media content e redattori di contenuti multimediali, e ancora: esperti in valorizzazione e promozione all’estero del cibo e del vino Made in Italy.
Tutto questo sta sorgendo anche in vista dell’ormai famigerata Expo 2015 che ha come tema, non a caso, l’alimentazione: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”.
Tra i master enogastronomici sul territorio nazionale, vale la pena citarne alcuni come quello in “Cultura del cibo e del vino per la valorizzazione e la promozione delle risorse enogastronomiche” dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; il “Master in comunicazione e giornalismo enogastronomico” del Gambero Rosso con sede a Roma, ma anche quello in “Food & Wine Communication”, sempre del Gambero Rosso, ma allo Iulm di Milano. Allo Ied (Istituto Europeo di Design) di Torino organizzano il Master in “Comunicazione turistica ed enogastronomica”. A Colorno, vicino a Parma, esiste una scuola per cuochi famosa in tutto il mondo: si chiama “Alma” e ha come rettore lo chef Gualtiero Marchesi. Al suo interno un Master è rivolto anche ai Sommelier per la gestione e la comunicazione del vino. Sempre su materie enologiche si fonda il corso dell’università di Firenze in “Management e marketing delle imprese vitivinicole”. Non poteva mancare all’appello l’ormai più volte citata Pollenzo con almeno due master dedicati non solo alla gastronomia, ma anche al vino (d’altronde è terra di grandi bottiglie): il primo in “Management dell’enogastronomia”, il secondo in “Cultura del vino italiano”. Quest’ultimo ha la colpa di aver dato il via a questa mia lunga riflessione.

Il master in “Cultura del vino italiano” si pone infatti l’obiettivo di formare la nuova figura del Wine Teller visto come ambasciatore del settore vitivinicolo del nostro Paese. Il Wine Teller, secondo gli organizzatori del corso, sarebbe «un esperto che sa trasmettere e comunicare anni di tradizione enologica e vitivinicola, nonché di arte, storia, antropologia ed estetica dell’Italia tramite e grazie al vino». É chiaro il riferimento ad autori come Mario Soldati e Luigi Veronelli, anche se difficilmente riesco ad accostarli alla professione del Wine Teller.
Vino al vino di Mario Soldati non è solo un racconto sul vino italiano, un viaggio per l’Italia dei contadini e delle cantine, ma un importante documento storico degli anni Sessanta e Settanta del Novecento; i documentari televisivi da lui diretti e presentati sono uno spaccato fedele dell’Italia durante il boom economico. Soldati usa l’enogastronomia come filtro con cui studiare la storia di quegli anni con un intento divulgativo e pedagogico, oltre che giornalistico. Con Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, documentario del 1956, egli inventa il reportage enogastronomico e pone le basi per quello che sarà il turismo legato all’enogastronomia, una delle principali leve dello sviluppo del territorio.
Anche oggi una narrazione di questo genere potrebbe essere il veicolo felice per la divulgazione di un sapere e di una cultura, ma non solo con lo scopo di essere promotori, pubblicitari, PR o SEO.
Allo stesso modo Luigi Veronelli va Alla ricerca dei cibi perduti, o de Il vino giusto, e crea le Guide Veronelli all’Italia piacevole. «Col puntuale obiettivo di approfondire la classificazione dell’immenso patrimonio gastronomico nazionale e contribuire ad accrescere la conoscenza delle attrattive turistiche del paese più bello del mondo», nel 1989 egli fonda la Veronelli Editore.
Luigi Veronelli si può definire come un anarchico, un gastroribelle enodissidente, tra i primi a promuovere l’idea di non scegliere i super o iper mercati per fare la spesa, di uno stile di vita eco-compatibile, usando il cibo e il vino come strumento di dissidenza e ribellione contro la globalizzazione e le multinazionali, un modo accessibile a tutti per attuare una resistenza quotidiana.
Non posso pensare a Veronelli come precursore di un’epoca di esibizionismo, guide enogastronomiche di ogni genere, forchette volanti, cuochi e fiamme, cibo di design e food marketing.

Anita Franzon

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