Ho avuto occasione in queste ultime settimane di conoscere due grandi personaggi del vino italiano: Josko Gravner e Gianfranco Soldera (in rigoroso ordine alfabetico).
Li ho ascoltati parlare a lungo, rispondere a domande, raccontarsi e raccontare.
E ho assaggiato i loro vini.

Due personaggi per certi aspetti simili, per altri diametralmente opposti.
Caratteri completamente diversi: estroverso e quasi aggressivo Soldera, classico esempio di maschio alfa; timido, pacato, quasi dimesso Gravner, anche se alla distanza è uscito un inaspettato e amabile conversatore, di quelli che una volta partiti non si fermano più.

Storie e passati diversissimi. Se Soldera nasce da famiglia agiata e in breve diventa un mago della finanza, per poi ritirarsi a Montalcino (solo perché a Barolo non trovò terra da acquistare, per sua stessa ammissione) per produrre Brunello, Gravner nasce e cresce in quella terra di confine dove il Friuli-Venezia Giulia si fonde nella Slovenia, lottando con tutte le difficoltà del caso e anche col destino, che gli ha strappato un figlio appena ventisettenne.

Entrambi estremisti, al limite del talebano. Posizioni precise e nette, che hanno segnato la loro vita e il loro modo di fare vino.

SOLDERA 01

Gianfranco Soldera

Pur nel suo abbigliamento informale, Soldera esplicita le sue origini: le bretelle non nascondono il taglio impeccabile della camicia su misura e le cifre che spuntano sotto il taschino. L’eloquio è svelto e sicuro, e se dopo qualche minuto di presentazione invita subito a porgli delle domande, queste sono un pretesto per continuare un discorso che si vede essergli ben chiaro in testa. Perché Soldera è persona coerente, che ha intrapreso un cammino e lo porta avanti da più di quarant’anni. Abituato sin da giovane a bere grandi vini – tra cui quel Monfortino che citerà parecchie volte come modello a cui ispirarsi – ha voluto creare un vino che avesse la stessa forte eleganza e la stessa classe. E c’è riuscito: il suo Case Basse è un vino che sin dal colore esprime aristocraticità, rivelandola pienamente con un naso preciso e finissimo e un sorso vigoroso ma sempre misurato.
Un po’ meno misurate certe affermazioni di Soldera, che spara ad alzo zero su tutto e tutti. La frase meno estremista pronunciata è: “esiste solo il vino rosso”. Poi il fuoco si fa fitto: perché il nostro ha un ego a dir poco smisurato, tanto da fargli affermare, per esempio, che conosce solo sei grandi nasi superiori al suo.
Peccato… Perché era partito bene, mettendo al centro del suo discorso iniziale le tradizioni gastronomiche familiari, vero caposaldo della cultura gastronomica di ognuno di noi. Ed era ben instradato anche sul discorso vino, avendo citato alcuni capisaldi dell’enologia italiana. Poi la deriva egocentrica, che francamente trovo inappropriata, anche per chi come lui ha fatto un pezzo di storia del vino italiano.

GRAVNER 01

Josko Gravner

Sicuramente più misurato Gravner. E, nonostante l’abbigliamento appaia più dimesso, alcuni particolari della sua cantina tradiscono l’amore (e il gusto) per il bello. Altrettanto deciso e sicuro del fatto proprio. Un percorso che lo ha portato, tra errori e scelte ritrattate, a tornare indietro nella storia, per fare il vino come lo facevano gli antichi, con le anfore e tanti altri accorgimenti – piccoli e grandi – che rimandano alle antiche tradizioni e conoscenze. Scelte, quelle di Gravner, che possono apparire a volte bizzarre ed esoteriche, ma che sono frutto di tanto studio – lui stesso confessa di alzarsi presto al mattino per leggere – e di tanta esperienza. Anche lui non fa sconti: solo anfore e legno, tutti gli altri materiali sono banditi; e afferma che il vino è solo bianco (Gravner confessa di assaggiare anche i vini degli altri, ma di bere solo i suoi).
I suoi vini? Due gli aggettivi: sfaccettati e bevibili. Li avvicini al naso e ti stordiscono con la loro complessità. Poi li porti alla bocca e non smetteresti di berli, tanto sono piacevoli e gustosi.

C’è una cosa che accomuna i due: entrambi dicono di conservare il vino in posizione verticale, dopo averlo tenuto pochi giorni in orizzontale. Qui si va a sovvertire anni di tradizione: è l’ennesima provocazione, oppure hanno ragione loro?

Io posso dire che c’è un’altra cosa che li lega. Ed è forse la più importante per chi fa il loro mestiere: i vini, bianchi o rossi che siano, sono indimenticabili.