“Nel paese giusto per il Nobel giusto”.

Ero a Montréal ai primi di ottobre dello scorso anno, quando questo messaggio mi annunciò che per una volta le cariatidi di Stoccolma l’avevano fatta giusta: il Nobel per la Letteratura era appena stato assegnato alla canadese Alice Munro.
Pensando di far piacere ai miei ospiti – coppia della middle class canadese – e anche per esternare la mia contentezza, fu questa la prima cosa che dissi loro a colazione, accolto con una fredda indifferenza che ancora adesso mi fa dubitare del fatto che sapessero chi fosse Alice Munro. Vero che eravamo nel francofono Québec e che la nostra è originaria e vive nell’anglofono Ontario, ma pur sempre di gloria nazionale si tratta. (Ché se invece dici di conoscere Wayne Gretzky – monumento dell’hockey su ghiaccio – tutti si illuminano e ti sorridono.)

Ma il premio Nobel è anche, almeno quello per la Letteratura, un gran bel pretesto per fare soldi. Tanto che in Einaudi non si sono lasciati scappare l’occasione e sono partite le ristampe delle opere della Munro, tutte corredate dall’immancabile fascetta (detesto le fascette sui libri, una volta o l’altra ve ne parlerò) che recita “Premio Nobel per la Letteratura 2013”.
Non tutti i mali però vengono per nuocere, ché in Einaudi hanno pensato di dare alle stampe le opere complete della nostra, comprese quelle ancora non tradotte.
Uno dei primi volumi ad uscire è stato Chi ti credi di essere?, scritto nel 1977. (Una curiosità: mentre il titolo originale dell’edizione canadese è Who Do You Think You Are?, quello dell’edizione statunitense è The Beggar Maid. Stories of Flo and Rose, decisamente meno riuscito.)

ALICE MUNRO 01Alice Munro scrive racconti – genere che amo particolarmente – e anche questo libro non sfugge alla regola, seppur con qualche eccezione. Perché i dieci racconti, sebbene esaustivi, autonomi e fruibili anche letti singolarmente, hanno una medesima protagonista (la Rose del titolo americano) la cui vita è fotografata nell’arco di alcuni decenni della sua vita, tanto da poter quasi definire questo libro una sorta di romanzo, seppur eterodosso.

Prima di questo libro avevo letto Grandi speranze di Dickens (tranquilli: non mi è piaciuto e quindi ve lo risparmio!) sorta di romanzo di crescita e formazione, se vogliamo però assimilabile come argomento almeno ai primi racconti di Chi ti credi di essere?. Anche qui le speranze della protagonista sono tante: l’amore, il successo, l’emancipazione.
Ma che differenza! Se quello di Dickens è una sorta di prevedibile feuilleton, La Munro – con scrittura precisa, netta, chirurgica – non sta certo a cincischiare e, complice la forma del racconto, sicuramente più immediata, mette a nudo le debolezze di Rose, donna zavorrata non solo da un’infanzia e da un’adolescenza tutt’altro che serene, ma da un’incapacità di prendere in mano la propria vita e il proprio destino, lasciandosi trascinare se non sommergersi dagli eventi. Che forse – o quantomeno spesso – e quello che accade a tutti noi.

Il libro giusto per chi vuole iniziare a conoscere il Nobel giusto.

Vino in abbinamento.
Tra i tanti pregi della Munro c’è anche quello di evitare di impelagarsi con il vino. Non che i protagonisti dei suoi racconti non bevano, anzi. Ma, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, la scrittrice canadese evita di entrare nel dettaglio e si mantiene sul vago, parlando genericamente di “vino” ed evitando descrizioni e abbinamenti fantasiosi se non improbabili. Non so se e con cosa abbia festeggiato la notizia del Nobel. A me piace pensare l’abbia fatto con uno spumante canadese, ovviamente dell’Ontario. Per esempio lo Spark Blanc de Blancs 2010 della Tawse Winery: un metodo classico fruttatissimo, secco, diretto e preciso. Come la scrittura del premio Nobel.