Marc Schlosser – il protagonista di Villetta con piscina, romando dell’olandese Herman Koch – è uno stronzo.
Ma non uno stronzo qualunque, di quelli che si affibbiano in un attimo di rabbia all’automobilista che ti taglia la strada o all’arbitro che non ha fischiato un rigore alla tua squadra del cuore. Marc Schlosser è uno s-t-r-o-n-z-o, pronunciato enfatizzando la “t” e la “r” e la “z”, detto con il cervello e non con la pancia. Ed è anche un vigliacco, una persona spregevole, di quelle che eviteresti come la peste.
Eppure.
Eppure alla fine, leggendo Villetta con piscina ti trovi a parteggiare con lui, a prendere le sue difese, a considerare stronze le persone che lo circondano.

VILLETTA CON PISCINA 01Marc Schlosser è medico, e se il romanzo fosse ambientato in Italia anziché nel Paesi Bassi, sarebbe un medico di base (il vecchio medico della mutua di albertosordiana memoria). Insomma, più che un medico il nostro è un burocrate, che si limita ad annoiarsi fingendo di prestare ascolto ai suoi pazienti e che dopo un lasso di tempo che reputa ragionevole ma sempre troppo breve compila ricette per esami o medicinali.

Poi succede che Schlosser, con moglie e le due figlie, venga invitato per le vacanze da un suo paziente, un fascinoso attore che fa dell’essere un incallito donnaiolo (si usa ancora questa parola?) e dell’ambiguità la sua caratteristica peculiare. E succede che la maggior delle due figlie venga violentata sulla spiaggia, e che il paziente di Schlosser sia il maggior sospettato, seppur senza nessuna prova a suo carico.
Non vi racconto altro, ma vi dico solo che il medico, impegnato a ricostruire faticosamente la vita della figlia, viene meno al giuramento di Ippocrate (si chiamerà così anche in Olanda?) e si merita lo “stronzo” che gli ho appioppato all’inizio di questo mio post.

La forza di questo romanzo – a mio parere – è quella di scendere in profondità nel personaggio principale, esplorandone tutti gli anfratti, anche quelli più scuri. E lo fa con precisione quasi chirurgica, indagando sia nell’inedia che lo porta a vivacchiare nel suo studio medico, sia l’angoscia vissuta dopo il dramma della figlia. E ce lo presenta sotto una luce quasi benigna, quasi che tutto quello che ha passato possa giustificare la nefandezza che ha commesso.
E lo fa così bene da farcelo trovare irresistibilmente simpatico.

Vino in abbinamento.
Me la sono andata a cercare. Che è maledettamente rischioso abbinare un vino dopo aver parlato di un romanzo che ha per protagonista uno stronzo. Metto subito le mani avanti (lo so, sono un pavido) e dichiaro che non esistono vini stronzi. Esistono vini cattivi (ancora tanti, troppi), vini ruffiani, vini che ti fanno incazzare. Ma non esistono vini stronzi. Perché, nonostante tutto, la maggior parte di chi produce vino lo fa con il cuore e con la passione, e se non tutti hanno la fortuna di nascere in territori particolarmente vocati, tutti cercano di trarre il meglio dalla terra che hanno sotto i piedi. (Adesso oltre che pavido sono pure buonista, peggio di Fabiofazio!). Ok, sto divagando, tergiversando, perdendo tempo alla ricerca di un’ispirazione o quantomeno di una via d’uscita… Se non esiste un vino stronzo, esistono però dei vitigni stronzi. Vitigni che hanno bisogno di particolari condizioni ambientali, che vanno curati e coccolati, che fanno i capricci alla minima avversità, che se non li pianti dove vogliono loro te lo sogni che danno qualche risultato. I nomi? Nebbiolo, pinot nero, riesling… Che poi rappresentano la nobiltà dei vitigni. Quindi accompagnate la lettura con un grande Borgogna o Barolo o vino della Mosella. Va faranno innamorare e vi dimenticherete di quanto sono stronzi.