Al termine del post che ho dedicato a I Melrose, avevo promesso (o minacciato) di parlare del vino che i protagonisti della saga scritta da Edward St Aubyn consumano con grande abbondanza.

Se gli inglesi non spiccano come produttori di vino (con alcune notevoli eccezioni) sono e sono sempre stati grandi consumatori e soprattutto grandi conoscitori e divulgatori. I nomi di Hugh Johnson e di Jancis Robinson vi dicono qualcosa?

E l’alta borghesia raccontata nei romanzi di St Aubyn non fa eccezione: il vino – assieme a gin e whisky – accompagna spesso e volentieri le loro giornate, tutte ad alto volume alcolico.
Nel caso specifico il vino è tutto francese. Champagne, Borgogna (se ti cucinano un cosciotto di agnello vuoi non scendere nella cantina della tua casa di campagna a prendere una bottiglia di Romanée-Conti?), Bordeaux, Chablis.
E, contrariamente alla gran parte degli scrittori, il nostro dimostra anche una certa competenza, e le bottiglie non sono mai nominate – e scelte – a caso. Anzi.

A completare il tutto ci sono un paio di brani che vi riporto. Esempio di come, quando convivono un grande talento e una grande competenza, il vino acquisti ancora maggior fascino.
Entrambi sono estratti dal secondo libro della quadrilogia, Cattive notizie, e vedono Patrick – il protagonista – cenare da solo in un ristorante di New York bevendo, dopo una serie di immancabili Martini, due vini. (Solo per la cronaca: la cena si chiude con un bicchiere di Marc de Champagne ad accompagnare il dessert. Altra finezza non da poco.)

Il primo è un Corton-Charlemagne.
“Il gusto del vino gli spalancò le labbra in un sorriso di apprezzamento, come un uomo che abbia appena avvistato la sua innamorata in fondo a una banchina piena di gente. Sollevò di nuovo il bicchiere, si concesse un lungo sorso di quel vino giallo paglierino e lo trattenne nella bocca per qualche secondo prima di lasciarlo scendere in gola. Sì: funzionava ancora. Certe cose non ti tradivano mai. Chiuse gli occhi e il sapore lo invase come un’allucinazione. Se il vino fosse stato più modesto si sarebbe ritrovato seppellito in un sentore di frutta, ma i grappoli d’uva che immaginò erano misericordiosamente artificiali, come un paio di orecchini con un’enorme perla gialla. Vide davanti a sé i lunghi tralci nervosi della vite che lo trascinavano nel terreno ricco e rossastro. Tracce di ferro, pietra, terra e pioggia gli sfrecciarono lungo il palato, stuzzicandolo dolcemente come stelle cadenti. Tutte sensazioni a lungo rinchiuse dentro una bottiglia e che ora gli si svolgevano davanti agli occhi, come un prezioso quadro rubato. Certe cose non ti tradivano mai. Avrebbe quasi voluto piangere.”

Il secondo è un Bordeaux – per essere precisi un Saint Julien – del Chateau Ducru-Beaucaillou.
“Bastò il profumo a scatenare un’altra allucinazione visiva: il lucore del granito. Ragnatele. Scantinati gotici. (…) Patrick fissò il suo bicchiere. Il vino rosso aveva decisamente cominciato a fare effetto. Peccato che l’avesse bevuto già tutto. Sì, lo sentiva, l’effetto, come un pugno che si aprisse lentamente. E nel palmo trovava… che cosa? Un rubino? Un grappolo d’uva? Una pietra? Forse tutte quelle similitudini ruotavano intorno alla stessa idea, mascherandola appena per dare l’impressione di uno scambio appena riuscito.”

Ok, quel “giallo paglierino” forse è un po’ poco per un Corton-Charlemagne (colpa di St Aubyn o del traduttore? Oppure della mia paranoia da sommelier?)
In un mondo come quello del vino dove tutti paiono autorizzati a dire tutto, non posso che apprezzare in fatto che le emozioni, i ricordi, le similitudini (cito) che si trovano degustando o bevendo un vino siano rese con una vivezza e una precisione che confermano grande conoscenza e grande cultura. E magari una non indifferente abitudine alle (ottime) bottiglie.
Tutto questo in una persona il cui mestiere è fare lo scrittore. C’è da riflettere.