È forse il vitigno più conosciuto – e bevuto – del mondo. Non c’è regione del pianeta dove non sia coltivato: tanti i produttori che ne vantano almeno un’etichetta nel loro catalogo.
Declinato in stili diversi, interprete del territorio o succube della tecnica enologica, lo chardonnay è un simbolo –quasi un’icona – del bere bianco. La sua ascesa è stata così forte, specialmente nel nuovo mondo, da generare – nel 1995, per opera di Frank Prial – un movimento antagonista denominato ABC : Anything but Chardonnay.
L’uva chardonnay è quanto di più versatile si possa trovare, tanto da poter essere vinificata in molte maniere differenti : dai vini freschi e fruttati da bere giovani ai grandi bianchi da invecchiamento, sino alle eleganti versioni di Champagne blanc de blancs.
Nonostante la sua diffusione planetaria, la sua terra d’origine e soprattutto di eccellenza rimane la Borgogna, da cui arrivano superbi bianchi in grado di sfidare il tempo.

Ma ci sono altre regioni dove lo chardonnay da ottimi risultati: alcune famose e altre un po’ più nascoste, o per le dimensioni ridotte o per un loro sorta di timidezza che fa sì che solo pochi curiosi appassionati arrivino a conoscerne i vini.
Una di queste è sicuramente lo Jura, una piccola striscia di terra posizionata tra la Borgogna e la Svizzera. Lo chardonnay è la varietà più coltivata, ma ottimi risultati si ottengono anche da un’altra varietà a bacca bianca, il savagnin. Le montagne dominano il territorio, ma non hanno offerto sufficiente protezione contro le malattie della vite, che hanno rischiato di cancellare questo territorio dalla mappa delle regioni vinicole francesi.

Uno dei principali vigneron della zona, che ha creduto fortemente nel suo potenziale e ha contribuito a farla conoscere, è Stéphane Tissot, che dopo un’esperienza in Australia e 5 anni di studio in Borgogna è arrivato alla scelta di abbracciare la filosofia del minimo intervento in vigna, giungendo alla certificazione biodinamica nel 2004.
Proprio del 2004 è il vino che ho avuto la fortuna di bere qualche giorno fa: Le Bruyères, dal nome di uno dei cru più vocati della zona.

(Parentesi riservata esclusivamente ai maniaci del vino, e solo a loro, gli altri la saltino tranquillamente. Si tratta di uno chardonnay in purezza da vigne piantate tra il 1938 e il 1973 condotte in regime biodinamico. Sono 0,95 gli ettari, tutti esposti in pieno sud, e nell’annata in questione hanno prodotto 5.400 bottiglie. L’uva arriva in cantina e viene pressata in maniera soffice, per poi condurre una fermentazione spontanea e una maturazione sui lieviti in botti da 228 litri, nuove per il 20%. Prima di essere imbottigliato il vino subisce una leggera filtrazione, e i solfiti non superano i 40 mg/litro.)

TISSOTColore bellissimo, con l’oro che inizia a farsi strada con lampi luminosissimi, a dichiarare sì l’età, ma anche un notevole stato di grazia. Inizialmente il naso è spiazzante, con ricordi che quelli bravi chiamerebbero empireumatico, ma che ricordano nettamente e più prosaicamente il ragù di carne e la mortadella. Dopo questo sbandamento, però, la strada si fa dritta e precisa, con rimandi quasi dolci di fiori e frutta, un’affascinante effluvio di assenzio. Ma soprattutto con una nota minerale – lo so, molti non credono a questa storia del minerale, vi prometto che prima o poi ci scrivo su qualcosa – che porta a immaginare la roccia delle montagne che circondano la zona. Ma la vera sorpresa la si ha quando si beve il vino. Il sapore ricco, quasi sontuoso, è quasi squarciato da una rasoiata di freschezza, quasi che il vino non fosse stato imbottigliato da pochi mesi anziché da 10 anni.
Un vino che sorprende non solo per la sua ricchezza, ma soprattutto per eleganza e vivacità. E per la capacità di interpretare e raccontare un territorio, reggendo la scena come un mattatore di razza.
Abbinato a un risotto alla bottarga, ha retto alla grande la sfida, mostrando una persistenza non comune.

Libro in abbinamento.
Ci sono libri che passano in assoluto silenzio per anni, magari condannando l’autore a una vita di stenti e soprattutto di triste anonimato. Finchè qualcuno – più illuminato o più attento – non li legge e decide di regalare anche agli altri le emozioni provate. Casi ce ne sono tanti, pensate banalmente al successo di Camilleri e del suo Montalbano, che ha atteso oltre 15 anni prima di essere tirato fuori dal cassetto di qualche editore non troppo attento o lungimirante. Ma ci sono anche libri che girano in maniera quasi carbonara tra pochi appassionati, che si consumano vista e dita tra bancarelle polverose per rintracciare qualche copia sfuggita all’impietosità del macero. Un esempio? Cronaca Di San Gabriel di Julio Ramón Ribeyro. L’edizione italiana risale al 1975, e se vorrete e riuscirete a trovarla vi regalerà belle sorprese, a cominciare da un incipit fulminante.