Qualcuno mi ha fatto notare che sino ad ora su questo blog si è sempre parlato di vini di alto e altissimo livello. Vini non proprio alla portata di tutti.
Ma il lettoresommelier è democratico. E soprattutto è curioso.
Per cui ha deciso di dedicare questo post (a cui magari ne seguiranno altri) a quello che è un fenomeno ormai consolidato, quello dei vini in brik.
Nonostante nel 2013 le vendite siano calate del 9,4%, soprattutto a fronte di un aumento medio dei prezzo pari al 20,5% ma anche grazie al fenomeno dei bag in box e del vino sfuso, gli scaffali della grande distribuzione e i carrelli dei loro clienti sono ancora pieni di Tavernello e compagnia.
Volevo quindi capire cosa finiva sulle tavole degli italiani, al di là dei pregiudizi e di una facile ironia. E capire, di conseguenza, che vino beve una considerevole parte di chi abita nella terra del vino.
Per cui, sfidando il pericolo di essere riconosciuto (avevo anche pensato a un travestimento) ho girato per supermercati alla caccia di tutti i vini – per ora quelli bianchi – della tipologia, vergognandomi non poco (se puoi nascondere un giornaletto porno in una copia del Financial Times o dell’Herald Tribune non puoi travasare il Tavernello in una bottiglia di Montrachet!) per le occhiate di cassiere e clienti: che a scaricare dal carrello e mettere sul nastro della cassa 4 o 5 brik differenti non è che si faccia proprio una bella figura.
E poi li ho degustati. Rigorosamente alla cieca. Nel bicchiere giusto – già, qual è il bicchiere giusto? Strano che alla Riedel non ci abbiano ancora pensato! – e alla giusta temperatura.

TAV 06Confesso: ero indeciso se fare un commento per ogni vino oppure limitarmi a dare impressioni generali.
Alla fine ho deciso di commentare ogni bottiglia (ops, cartone!). L’ho fatto brevemente perché c’è veramente poco da dire. E ho anche evitato di dare punteggi: non mi è parso proprio il caso. Se volete risparmiarvi la lettura – tutto sommato noiosa e ripetitiva – e saltare direttamente alle chiose finali fatelo senza problema: vi perdete poco e io non mi offendo.

Ecco comunque cosa è venuto fuori. In rigoroso ordine alfabetico.

Albestro Simply 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,49 (1 l)
Giallo paglierino. Naso non pulitissimo e appena qualche cenno fruttato. L’acidità è contenuta, ma in bocca il vino risulta corto e senza gusto, tranne una spiccata nota amara nel finale.

Beltino 11% Prodotto da Cantine Monti, Valle Tanaro (AT) – € 1,19 (1 l)
Verdolino chiarissimo. Appena versato e messo sotto il naso emerge un’evidente puzzetta. Un po’ di frutta polposa surmatura e note fastidiose di gomma. In bocca va leggermente meglio, con sempre troppa acidità e nessuna persistenza. Sul cartone è consigliato di servirlo in caraffa, ma dubito che serva a migliorare la situazione.

Brindate 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,15 (1 l)
Paglierino. Note di zolfo e poi puzze che fanno pensare a una scarsa pulizia durante i travasi. Acidità quasi fastidiosa e basta. È l’unico senza una vera e propria chiusura, per cui occorre ancora aprire il contenitore con le forbici.

Castellino 11% Confezionato da C.R.V. S.c.a., Forlì – € 1,89 (1 l)
Paglierino carico. Naso un po’ meno piatto, ance se non c’è l’eleganza dei “profumi di primavera” promessa dalla confezione: fiori bianchi quasi appassiti (gelsomino, magnolia), note erbacee, frutta acerba. In bocca è decisamente sgradevole e slegato, dominato dall’eccessiva acidità.

La Vignetta 10,5% Prodotto da Casa Vinicola Caldirola, confezionato da IT-AT 216 – € 1,79 (1 l)
Paglierino. Anche qui note che fanno pensare a un travaso o un imbottigliamento (sic) non accurato. Esordisce con un non proprio piacevole profumo di zucchine bollita. Con l’ossigenazione si pulisce un po’ e spicca per note di ananas surmaturo. Sorso corto, anche qui monopolizzato dall’acidità.

Sancrispino 10,5% Prodotto da Cantine Ronco, confezionato da G.C. Soc. Coop. Agr., Lugo (RA) – € 1,49 (1 l)
Il giallo paglierino è carico e intenso. Naso evoluto e quasi cotto: frutta esotica e pesca matura. Anche un tocco di vaniglia: che siano stati usati i chips? In bocca è quasi inesistente e si fa notare solo per la fastidiosa acidità.

Tavernello 11% Confezionato da CAVIRO, Forlì – € 1,69 (1 l)
Paglierino. Subito una sgradevole nota vegetale, poi fresco di fiori e frutta (agrumi, susina gialla). Acidità e poco corpo. Finale amarognolo tendente all’amaro. La confezione dice che è bevuto da 4 milioni di famiglie italiane. Io mi sentirò sempre e solo a mio agio con una minoranza (cit.)

Tino 10,5% Confezionato da CA.VI.M. S.r.l., Ovada (cantina a Costigliole d’Asti) – € 1,15 (1 l)
Tanto per cambiare giallo paglierino. Anche qua esordio di zucchine bollite. Poi un leggero accenno minerale, che ricorda la magnesia, un tenue erbaceo e nulla più. Acidità e finale amaro.

Vino bianco COOP 11% Confezionato da CIERREVI S.c.a., Faenza (RA) – € 1,38 (1 l)
Giallo paglierino. Uno dei pochi senza sbavature, anche se l’olfatto è tenue. Erbaceo, frutta e una leggera nota di pasta di mandorle. All’acidità si affianca una buona sapidità. Corto e senza struttura.

Vino bianco CONAD 10,5% Confezionato da Gruppo CEVICO, Lugo (RA) – € 1,25 (1 l)
Paglierino. Naso anonimo anche se corretto e senza difetti, con leggeri cenni fruttati e vegetali. Acido. Appena sapido. Corto. Finale amarognolo.

Vino bianco CRAI 10,5% Confezionato da SECOM S.p.a., Ravenna – € 1,45 (1 l)
Solito paglierino. Naso con note di smalto e vegetali. Il fruttato promesso dalla confezione è una chimera. In bocca presenta un maggior equilibrio, anche se l’acidità è sempre troppo spiccata.

Tiriamo le somme.
Innanzitutto non è stata affatto una degustazione facile, anzi. Vero che si trattava di vini semplici, ma proprio per questo difficili da interpretare e descrivere, soprattutto per la carenza di stimoli sensoriali e per una certa somiglianza generalizzata tra etichetta ed etichetta.
Ci sono però alcune note comuni, al di là della semplicità organolettica.
L’olfatto, quando non era compromesso da evidenti difetti – che sinceramente non mi sarei aspettato – presentava quasi sempre una nota di cotto, segno che molto probabilmente i vini vengono sottoposti a pastorizzazione per permetterne la conservazione. A questo si aggiungevano quasi ovunque note legate a un abbondante uso di solfiti, campanella d’allarme per un mal di testa praticamente assicurato ne caso se ne consumi qualche bicchiere di troppo (rischio che personalmente non credo correrei).
Il sorso era poi sempre – sempre! – disequilibrato, dominato com’era da una spiccata tendenza acida. Che si tratti di aziende che privilegiano la quantità alla qualità è scontato, ma qui mi sa che si tratta anche di uve vendemmiate non ancora mature.

Ho poi fatto ancora una prova, una sorta di perversione/malattia che ho e che solitamente riservo ai grandi vini. Ma ho voluto fare un’eccezione per non apparire troppo cattivo. Ho lasciato tre dei vini nel bicchiere per tutta la notte, per vedere se e quale fosse la loro evoluzione. Le cose non sono peggiorate, ma non sono neanche migliorate, con i vini che hanno mantenuto una coerenza quasi monolitica con l’assaggio della sera.

Per concludere, vini anonimi, pensati e prodotti per soddisfare la sete e il bisogno di alcol. Vini che, soprattutto per la loro spiccata acidità – e tenete ben presente che sono uno che l’acidità la cerca – non userei neanche per cucinare.

E sono pronto a scommettere – nonostante quello che si è scritto e letto in altre sedi – che in una degustazione alla cieca tra uno di questi vini e un vino di media qualità (diciamo una bottiglia tra gli 8 e i 10 euro), la stragrande maggioranza degli intervistati, anche se non esperti e bevitori occasionali, riconoscerebbe senza fatica il prodotto di qualità.

E desso dite pure che i sommelier sono snob e se non bevono vini da almeno 50 euro non sono soddisfatti!
Ma soprattutto procuratemi un buon avvocato, che si attendono querele!

TAV 13