“[…] è un vino massiccio, enorme, densamente colorato, che esala un bouquet di ribes nero maturo a cui si mischiano aromi di asfalto caldo, da salsa di soia e di legno vanigliato. Viscoso, ricco, molto pieno e concentrato al palato, pieno di tannini soffici, questo […] solidamente strutturato, estroverso, di un’intensità al limite della decadenza.”
(Robert Parker, Guida dei Vini di Bordeaux)

“Linfa pura, linfa nuova, linfa che è aroma. Che scorre viola in questo bicchiere, inintaccata, illibata, vestita d’un profumo che del frutto di bosco e del polline del fiore porgono le più dolci e clorofillose frequenze olfattive. Vertici di fragranza, uvosità e florealità fruttosa che davvero di rado s’odono così cristallini effondersi da entità edibili di sì mirabile viola. Una ghirlanda di profumo in cui il lampone e la fragola insertano, al lor massimo livello d’intensità e suadenza effusiva, la forza d’aroma geranica d’una rosa il cui petalo, appena dischiuso, è ancor di carnoso turgore.”
(Luca Maroni)

C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
cadeva la neve.
Issa (1763-1828)

 

Mi sono spesso domandato quale fosse il modo migliore di raccontare un vino. Ho anche giocato sulla cosa pochi giorni or sono (chi se lo fosse perso può recuperare qui) in maniera forse un po’ troppo intellettuale e snob.

Ma proprio scrivendo quel pezzo mi sono reso conto di quale, secondo me, è la forma definitiva per raccontare il vino.

Sostanzialmente – generalizzo, che ci sono sempre le eccezioni – al mondo esistono due scuole per parlare di vino: quella anglosassone e quella latina (che poi vuol dire sostanzialmente francese e italiana). La prima si fa notare per il suo pragmatismo: informazioni precise, a volte quasi scarne, linguaggio chiaro, nessun volo di fantasia. Fantasia che invece quasi sempre pervade gli scritti dei degustatori latini, spesso più impegnati nel fare letteratura (o tentare di farlo) che nel trasmettere informazioni.

Poi c’è l’haiku.

HAIKU 01L’haiku è una componimento poetico tipico della letteratura giapponese. Si compone di tre soli versi di diciassette sillabe, che seguono lo schema 5/7/5. Le sue origini sono incerte, ma pare derivare dal waka, genere di poesia classica giapponese poi rinominata tanka – ovvero “poesia breve”. Fu Masaoka Shiki, che, alla fine del XIX secolo, inventò il termine, ricorrendo alla crasi dei termini haikai no ku (“verso di un poema a carattere scherzoso). Ma il suo sviluppo formale e tematico risale al periodo Edo (1600-1868), quando numerosi poeti ricorsero a questo genere per descrivere la natura e i suoi effetti sulla vita dell’uomo. E proprio per la sua immediatezza e semplicità (semplicità solo apparente) l’haiku divenne una forma di poesia popolare, diffusa presso tutte le classi sociali.
Nessun titolo, temi semplici, nessun fronzolo e assenza di retorica. Queste le caratteristiche dell’haiku, composizione che richiede un’estrema sintesi per fissare i particolari salienti dell’evento che si vuole descrivere.
E in un paese come il Giappone dove la nuovo forma di letteratura è rappresentata dal keitai, ovvero racconti brevi da leggersi sul telefono cellulare in treno o in metropolitana, si capisce come il dono della sintesi e del rigore sia particolarmente apprezzato, oltre che nel DNA di quella cultura.

Ecco, l’haiku è la forma perfetta – anzi, definitiva, lo scrivevo poco sopra – per spiegare un vino.
Perché?
Per almeno due motivi.

Il primo è che l’haiku è il perfetto compromesso tra la fantasia latina e il rigore anglosassone. Si tratta di una poesia, e cosa c’è di più stimolante per la fantasia di questa forma di letteratura? Ma si tratta di una poesia con le regole ben precise di cui ho parlato prima, che sommate alla brevità costringono lo scrittore a essere estremamente attento nella scelta delle parole.
E qui ecco il secondo motivo per cui l’haiku è perfetto. La sua estrema brevità richiede non solo il rigore di cui sopra, ma soprattutto necessita di un’estrema e approfondita conoscenza e comprensione dell’argomento – in questo caso il vino – da descrivere. Lo scrittore-degustatore deve entrare a fondo nel bicchiere per coglierne tutti gli aspetti e le sfumature. E occorre concentrarsi sì sui dettagli, ma avere una visione d’insieme netta e precisa.

HAIKU 03Pensateci bene.
Raccontare la degustazione di un vino per iscritto è cosa difficilissima. Per un’unica e semplice ragione. Si parla a qualcuno che per la maggior parte delle volte non ha quel vino nel bicchiere davanti a se. (E, anche se lo avesse, non avrà più lo stesso vino: perché avrà una bottiglia diversa; perché adopererà un diverso bicchiere – può sembrare discorso da maniaco, ma il bicchiere conta tantissimo –; perché saranno passati mesi se non anni e il vino si sarà evoluto (o involuto). Mi fermo, che le ragioni sono già tante: prima o poi dedicherò un post all’argomento.) E quindi occorre trasmettere a chi legge le informazioni essenziali del vino, evitando inutili descrizioni di profumi o altre sensazioni precluse al lettore.

Provocazione? Forse.
Ma è innegabile che un maggior rigore e soprattutto una maggior serietà sarebbero auspicabili per poter comunicare con efficacia il vino e, anche, tutto quello che gli sta attorno.