Lo confesso.
Sino a pochi giorni or sono non avevo la benché minima idea di chi fosse Donna Tartt, scrittrice americana di cui è stato da poco pubblicato in Italia il terzo romanzo, Il cardellino. In un paese come l’Italia, sempre tiepido quando si parla di libri, la notizia ha avuto una certa rilevanza (con articoli su quotidiani e riviste) soprattutto perché la nostra non si può certo definire un’autrice prolifica, vantando solo tre libri pubblicati in oltre vent’anni di carriera.

DONNA TARTTMa a colpirmi è stata una foto della Tartt: una donna che dimostra meno dei suoi cinquant’anni, con indosso una camicia azzurra di taglio maschile portata sotto una sorta di improbabile kimono. Ma soprattutto con due occhi verdi intensi e penetranti, che devono più all’inquietudine che suggeriscono che al colore alla loro bellezza.

Quasi contemporaneamente mi arriva il solito consiglio, che però non riguarda Il cardellino bensì la prima opera della Tartt, scritta nel 1992. Il titolo originale – The secret history – sarà apparso banale ai signori della Rizzoli, inducendoli a tradurlo con un non esaltante e altrettanto banale (almeno per il sottoscritto) Dio di illusioni.
Ma io mi fido del consiglio – che fa anche tanto snob non leggere quello di cui parlano tutti, ma qualcosa si alternativo – e mi accaparro il libro. (Ok, è la versione digitale, ma fa lo stesso. E poi degli ebook mi riprometto di parlarne presto.)

La trama può essere banalizzata in poche parole: ve la risparmio – leggetevi uno dei risvolti di copertina più facili da scrivere che editor abbia mai affrontato – e vi dico solamente che si parla di universitari ventenni, di studio, di formazione, di esperienze, di Grecia e di greco.
C’è anche un morto, ma i colpevoli sono dichiarati già nella prima pagina, e sebbene a tratti il romanzo possa assumere i connotati e la tensione di un noir, non è affatto quello il genere a cui ascriverlo.
Ed è – forse – proprio la difficoltà a incasellarlo in una categoria uno dei punti di la forza dell’opera, che vive e sta in piedi proprio grazie a una tecnica e una visionarietà (ricordate gli inquietanti occhi verdi?) affatto ordinarie.
DIO DI ILLUSIONI 03Le pagine sono parecchie, la tensione non molla, le luce sul comodino rimane accesa sino a tarda notte. Pare che l’autrice tragga soddisfazione nel tenerti sulle spine, che la tua impazienza dia nuova linfa alla scrittura e alla pagine.
La Tartt deve avere letto molto, partendo dai classici greci che sottendono alla trama del romanzo per arrivare ai russi spesso citati, passando per un’infinità di opere, che vengono lasciate intravedere – quasi pudicamente, lasciando libero il lettore di coglierle e di procedere a una sorta di lettura parallela – durante il dipanarsi della narrazione.

A questo punto mi toccherà essere un po’ meno snob e leggere anche Il cardellino. E poi mettermi ad aspettare altri dieci anni, per vedere dove si poseranno quegli inquietanti occhi verdi.

Vino in abbinamento.
Anche la Tartt non sfugge alla regola del giovin scrittore, che almeno una bottiglia di vino nel suo romanzo ce la deve piazzare. Ma le si può perdonare il peccato di gioventù, ché a 28 anni non è mica da tutti scrivere un romanzo del genere. Prendo proprio l’esordio come pretesto per l’abbinamento, suggerendo un vino che con la sua prima vendemmia – era il 1973 – rivoluzionò l’enologia statunitense (che poi vuol dire prevalentemente California) aggiudicandosi – seppur di pochissimo – la sfida con i colossi di Bordeaux in quello che divenne famoso come Judement de Paris. Siamo in Napa Valley, il vitigno è il cabernet sauvignon, l’azienda Stag’s Leap Wine Cellars.