Nulla accade per caso. Neanche il trovarsi in mano un libro che acquista ancora maggior significato se letto in un momento particolare.

La cena degli addii della giapponese Ito Ogawa è comparso tra le offerte di Amazon poco tempo fa, attirando la mia attenzione (La cosa succede pericolosamente spesso, tanto che Mr Bezos dovrebbe decidersi a nominarmi nel CdA della società, visto i numerosi euro – ma anche dollari – che gli ho lasciato!).

CENA DEGLI ADDIIMa torniamo al libro. Sono otto racconti che parlano di separazioni (divorzi, partenze, morti, suicidi), tutte accomunate da ricordi legati al cibo.
È un libro che si legge in fretta, veloce e scorrevole. Le situazioni sono più suggerite che esplicitate, in una sorta di atmosfera rarefatta che ricorda più la poesia che la prosa.
Ma è un libro che nella sua apparente semplicità e facilità di lettura nasconde una grande profondità, forse ancora più avvertibile se si è almeno un po’ avvezzi alla cultura e alla psicologia giapponese.
E, nonostante l’argomento trattato sia decisamente pesante, il tutto e soffuso da una sorta di levità, di leggerezza del pensiero e dell’anima che tolgono – almeno parzialmente – quel senso di angoscia opprimente che in altri caso potrebbe assalire il lettore.

E poi c’è il cibo, coprotagonista di tutti i racconti. Cibo che riporta la mente a momenti passati, a stati d’animo felici e meno felici. Cibo che ricorda persone care che non ci sono più.
Perché tutti noi – pensateci, pensateci bene – abbiamo almeno un ricordo legato a un piatto o a un vino. Magari un piatto semplice (io penso sempre al sugo di pomodoro di mia nonna) che però scatena ricordi, sensazioni, brividi, anche lacrime.

Vino in abbinamento.
Come ripeto spesso, molti scrittori contemporanei infilano qualche bottiglia qua e là nelle loro opere, convinti sia un tocco in più. Peccato che molto spesso dimostrino una scarsa conoscenza del mondo enologico e incorrano in colossali strafalcioni. Non è così per Ito Ogawa, che in uno dei suoi racconti fa bere ai protagonisti un vino non proprio ordinario, lo Champagne Rosé di Jacques Selosse. Ennesima dimostrazione che i giapponesi, tra i nuovi consumatori di vino, sono quelli più preparati. Quindi non mi sforzo e accolgo la suggestione della scrittrice giapponese. Che uno Champagne non si rifiuta mai.