Capita spesso che mi vengano chiesti pareri o consigli sul vino. Oppure che io segnali ad amici e colleghi bevute particolarmente interessanti. La mia amica Laura fa lo stesso con i libri. Spesso i suoi messaggi e le sue mail arrivano per segnalarmi i romanzi che più l’hanno colpita (e che io devo assolutamente leggere).

È quello che è capitato con I Melrose, ponderoso volume di oltre 700 pagine scritto da Edward St Aubyn. Il tomo raccoglie i quattro romanzi che compongono la di saga di Patrick Melrose – il protagonista, ultimo nato di un’importante e nobile famiglia inglese – accompagnandolo dall’infanzia sino all’età adulta. Nel primo – Non importa (Never Mind) – capiamo perché Patrick diventerà quello degli episodi successivi: c’è Freud, c’è Edipo, ma soprattutto c’è tanta crudeltà. Il secondo – Cattive notizie (Bad News) – è un allucinato viaggio di due giorni dove Patrick, ormai ventenne, vola a New York per recuperare le ceneri del padre e per perdersi ancora di più in droga e dissipazioni. (Qui St Aubyn dimostra di aver letto Joyce, e anche più di una volta). Speranza (Some Hope), il terzo episodio, racconta un ricevimento in una villa della campagna inglese, dove l’upper class si ritrova per celebrare il compleanno di un suo rappresentante. Il romanzo che chiude il volume – Latte materno (Mother’s Milk) – è il più lungo e articolato, comprendendo un arco temporale di alcuni anni: qui il protagonista si trova alle prese con la paternità ma soprattutto con varie declinazioni di maternità.

MELROSE 02 Sebbene le trame non facciano dell’originalità il loro punto di forza, il libro è formidabile, esplosivo e spietato. La vicenda personale di Patrick può essere ascritta nel filone del romanzo di formazione, e già qui gli spunti sono innumerevoli, specialmente negli ultimi due romanzi. Per abitudine non sottolineo i libri, ma se lo facessi avrei consumato almeno una matita. E poi c’è una impietosa e corrosiva descrizione dell’alta società inglese (alta società a cui l’autore appartiene), con tutti i suoi vezzi e i suoi vizi: l’atavico – e impareggiabile – snobismo, l’orgoglio di non avere mai dovuto lavorare (sic!), il disprezzo per tutti gli altri e per ciò che rivela un qualsiasi barlume di modernità, un cinismo che definire spietato è dire poco. Il tutto condito da massicce dosi di ipocrisia. Credo che bastino i dialoghi degli invitati al party descritto nel terzo romanzo per far espellere St Aubyn da tutti i migliori (?) circoli britannici e per far capire che la nobiltà non è assolutamente questione di nascita.

Ma, a mio parere, è soprattutto la scrittura il vero valore di questo libro. Sempre incisiva, quando non corrosiva, ha il raro pregio di adattarsi alle situazioni narrate, facendo raggiungere al lettore una sorta di empatia con il protagonista. E raramente ho letto dialoghi così precisi e verosimili. Altra particolarità che caratterizza e secondo me qualifica lo stile di St Aubyn è la quasi totale mancanza di quelle descrizioni che praticamente tutti gli scrittori utilizzano come pausa al fine di accrescere la tensione (se non, peggio, come riempitivo). Qui succede tutto senza soluzione di continuità, ma non per questo la tensione narrativa viene meno. Anzi, il lettore è quasi catapultato in un vortice nel quale sente il bisogno di addentrarsi sempre più a fondo. Questo, e una formidabile scorrevolezza, hanno fatto sì che io finissi il tomo in soli 5 giorni.

Insomma, per usare la parole di Laura: leggete I Melrose! Subito!

p.s.: c’è un quinto romanzo, che chiude la saga. È da poco uscito in Italia e nonostante la traduzione del titolo – l’originale At Last è diventato Lieto fine – non mi invogli troppo alla lettura, farò questo sacrificio per voi!

p.p.s.: dimenticavo. Ne I Melrose c’è anche parecchio vino, ma di questo parlerò un’altra volta.