Una delle cose che amo di più del vino è che, degustandolo, riesci a tornare indietro nel tempo. Ad anni in cui eri bambino o in cui non eri ancora nato. È sempre un’emozione aprire (e poi bere) una bottiglia quasi tua coetanea o addirittura più vecchia di te.

Ho avuto la fortuna di farlo già parecchie volte, e l’ulteriore fortuna di farlo alcune volte con il 1971, annata che è unanimemente considerata tra le migliori dello scorso secolo per i vini di Langa e soprattutto per il Barolo.
E due dei miei 1971 erano stati il Monfortino, quindi la massima espressione del Barolo in una delle migliori annate di sempre.

Per non apparire noioso e monomaniaco ho cambiato – anche se non troppo – la tipologia. Questa volta è toccato a un Barbaresco, prodotto da un’azienda che ha fatto però la storia del Barolo e che si contraddistingue per una disponibilità ancora ampia di vecchi millesimi. Borgogno è – nonostante tutto e nonostante il recente restyling più che discutibile di molte etichette – ancora sinonimo di tradizione, e anche le sue annate più recenti non fanno che confermarlo.

La mia bottiglia era un Barbaresco 1971 che arrivava da una cantina privata. Non avevo alcuna certezza sul suo stato di conservazione, ma sono stato fortunato ed è stato sicuramente bravo chi l’ha conservata per tanto tempo. Nonostante il tappo sia andato in mille pezzi, nonostante sia stato trattato con mille cautele e utilizzando il cavatappi a lama, a un primo assaggio il vino pareva a posto. Quindi decanto e lo lascio li, a riprendere confidenza con il mondo esterno e con l’ossigeno.

BORGOGNO 01Il colore è più che rassicurante, ancora bellissimo e a metà strada tra il granato e l’aranciato. Ma soprattutto ancora luminosissimo.

Il naso ha tutta l’austerità che ci si aspetta da un vino ormai entrato negli “anta” e soprattutto da un Barbaresco.
Si sente la scorza d’arancia bruciata, il mallo della noce, la violetta dimenticata tra le pagine polverose di un libro, il legno intriso di incenso di una vecchia sacrestia, gli aghi di pino ormai secchi di un bosco a novembre.
Non poteva mancare una nota di goudron (che poi sarebbe il catrame, ma il francese rende tutto più poetico), quasi d’obbligo in vini di questo tipo.

Tranquilli, poi l’ho anche bevuto!
Impressionante per la freschezza – anche se il colore così vivace qualcosa lasciava presagire – che quasi schiaffeggia il palato. Palato che poi viene accarezzato dalla sottilissima trama di un tannino che ormai è poco più di un ricordo.
Ancora più impressionante per la facilità di beva e anche per la velocità con cui finisce la bottiglia.

Un vino antico, quasi arcaico. Venerabile.

Per i patiti dell’abbinamento gastronomico posso dire che si tratta di un vino che può essere bevuto tranquillamente da solo, chiacchierando con un amico, ascoltando un disco o leggendo un libro. Io l’ho accompagnato a un Bettelmatt, e non me ne sono affatto pentito.

Libro in abbinamento.
È sicuramente più semplice – almeno per me – abbinare un vino a un libro. Anche perché è mia convinzione che un vino possa accompagnare qualsiasi libro, mentre non si può dire lo stesso per il contrario. Pensando a questo Barbaresco, alla sua austerità e alla sua complessità mi è venuta in mente la scrittura tutt’altro che semplice – cerebrale, perdonatemi la parolaccia – di Virgina Woolf e del suo Gita al faro.