Ai meno giovani il Libano ricorda un paese prospero e ricco (“Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo” cantava Rino Gaetano nel 1975) poi devastato da una guerra atavica. Sempre i meno giovani ricorderanno quella che forse è stata la prima missione di pace dell’esercito italiano (quella con il generale Angioni, tanto per capirci).
Per i più giovani invece Libano vuol dire Hezbollah, bombardamenti, macerie.

Al sommelier invece il Libano evoca un vino mitico, da bere almeno una volta nella vita.

Era il 1930 quando il ventenne Gaston Hochar (la cui famiglia di origine francese arrivò in Libano nel XII secolo), affascinato dalla storia plurimillenaria della viticoltura libanese e dopo un’esperienza a Bordeaux, fondò Chateau Musar. I risultati furono subito notevoli, ma fu il primogenito di Gaston, Serge, a dare l’impulso decisivo. Uscito dalla scuola di Emile Paynaud a Bordeaux, Serge perfezionò i vini con l’ambizioso proposito di farli conoscere al mondo intero. Obiettivo centrato, senza mai smettere di crescere e migliorare, anche durante il periodo della guerra civile, che tormentò il paese dal 1975 al 1990.

In Libano, come Hochar sapeva bene, la vite ha trovato da millenni un habitat ideale, soprattutto nella Valle della Bekaa, vicino alla città di Baalbek. Nonostante il caldo, è l’altitudine dei vigneti (tra i 1000 e i 1400 metri sul livello del mare) a rendere possibile una viticoltura di qualità, sostenuta da suoli dove al calcare si mischiano anche i sassi.

Il rosso è un taglio bordolese atipico. Atipico nel senso che dei tre vitigni utilizzati uno solo – il cabernet sauvignon – è originario di Bordeaux, mentre gli altri due – carignan e cinsault – hanno la loro origine nella valle del Rodano. Da vigne di oltre 40’anni con rese commoventi (35 ettolitri per ettaro), le uve fermentano in vasche di cemento (materiale che sta ritornando di moda) e dopo sei mesi sono poste in barrique per un anno (solo per i malati: si tratta di legni francesi provenienti dalla foresta di Nevers). Di nuovo cemento per 12 mesi e poi 4 anni di bottiglia prima di essere messo in commercio.

Il bianco è invece ottenuto da due vitigni originari delle montagne libanesi, l’obaideh e il merwah, che recenti studi vogliono forse imparentati rispettivamente con lo chardonnay e il sémillon. Vigne a 1400 metri di altitudine e rese ancora più basse rispetto al rosso (tra i 10 e i 20 ettolitri/ettaro), mentre la fermentazione avviene direttamente in barrique (per i malati di prima: sempre Nevers) dove il vino riposa 9 mesi prima di essere imbottigliato e tenuto in cantina 6 anni (sì, avete letto bene, sei anni) prima di essere commercializzato.

Ho assaggiato più volte di vini di Hochar, quasi sempre con almeno 10 anni sulle spalle.
Il rosso è più discontinuo, con bottiglie strepitose alternate ad altre più ostiche ed evolute, dove il tempo (e magari il tappo) non ha lavorato granché bene, togliendo finezza ed eleganza. Mi è capitato anche di dovere spiegare e, credetemi, non è stata impresa facile. Indipendentemente dallo stato di forma, rimangono comunque bottiglie dalla forte e ben identificabile personalità. Ed è già abbastanza.

MUSAR 01Il bianco invece non mi ha mai tradito.
Sarà perché ho un debole per i bianchi evoluti, sarà perché si tratta di un grande vino che si arricchisce col tempo, mi ha sempre dato enormi soddisfazioni. Per fare un paragone (non li amo, ma in certi casi aiutano) è un vino che ricorda certi bianchi della Graves, e in più di un’occasione mi ha fatto tornare in mente l’Y, il bianco secco di Yquem. In entrambi i casi troviamo il sémillon, cosa che mi fa pensare che la similitudine non sia proprio campata in aria.

L’ultimo che ho bevuto è stato un 2003.
Vendemmiato a ottobre, imbottigliato a settembre 2004 e messo in commercio nel 2009. Il merwah è presente in percentuale maggiore, a compensare la sua assenza nel millesimo 2002, quando una grandinata compromise il vigneto.
Giallo dorato, sì, ma non ancora evoluto, a suggerire un vino sicuramente più giovane. Impressione che si conferma anche al naso, dove qualche lieve accenno ancora legato al passaggio in legno non nasconde profumi più freschi di mela cotogna, pera kaiser, miele, agrume dolce. Il tutto sotteso da una seducente mineralità e da una progressione e una profondità sensazionali. Poi lo bevi – non freddissimo, per carità, 14/15° vanno bene – e ti sorprende ancora per la sua giovinezza, fatta di freschezza acida amplificata da una salinità che il minerale del naso lasciava presagire. Lungo, appagante, buono. E il fatto che al palato ritornino il miele, la mela e gli agrumi pare quasi secondario.
Ultima segnalazione per la percentuale di alcol: un 12% che sta a dimostrare una volta di più che non è quello il parametro per valutare la longevità di un vino.

Libro in abbinamento.
Mediterraneo, storia, cultura, classici senza tempo. Queste le parole che mi sono venute in mente quando ho pensato a un abbinamento. È stato quasi automatico arrivare a un classico come l’Eneide, e soprattutto a un episodio specifico, quello di Didone (che pur avendo fondato Cartagine era di origine fenicia, per cui il continuum geografico con il Libano è sistemato) ed Enea. Difficile? Forse. Ma un po’ di sano esercizio mentale, nella lettura così come nell’approccio al vino, regala sorprese inaspettate e trasforma in godimento ciò che a prima vista può apparire noioso.