“… e non ha mai criticato un film senza prima vederlo”
(Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico)

 

Lo confesso: sono un maledettissimo snob.
Uno di quelli che quando gli parli di un film ti dicono di aver letto il libro e spesso e – soprattutto – volentieri proclamano la superiorità delle parole sulle immagini. (Poi c’è Kubrick e poi c’è Apocalipse Now!, ma quella è un’altra storia.)
Ma, come il fratello figlio unico di Rino Gaetano, prima di parlare di un film e prima di giudicarlo lo guardo.

E proprio di film tratti da romanzi voglio parlare, complici due libri letti da poco.
Anche se sembrano casuali, le letture hanno un filo logico cha magari sulle prime può sfuggire. Oppure siamo noi che troviamo connessioni e analogie.
È quello che mi è successo, a pochi giorni di distanza, con due romanzi da cui è stato tratto un film. Ma con una differenza, decisamente sostanziale: in un caso avevo già visto il film, nell’altro la lettura mi ha spinto alla visione.

I più bravi di voi leggendo i l titolo di questo post avranno forse indovinato di quali libri (o film) si tratta. Sono Blade Runner, film che vidi la prima volta una trentina d’anni or sono ma che ogni tanto mi capita di rivedere e Fight Club, che ho visto pochi giorno or sono.
Oltre al fatto – se vogliamo insignificante – che il sottoscritto abbia letto i due romanzi da cui sono stati tratte le pellicole a breve distanza di tempo, ritengo che sia i film sia i libri siano accomunati da un tema di fondo.

BLADE RUNNER 03Ma andiamo con calma e parliamo delle pecore.
Dimenticate quel grandissimo film che è Blade Runner. Il libro da cui è stato ispirato – e il verbo è scelto non a  caso – è Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Dopo poche pagine si capisce il significato del titolo: che io mi ero sempre chiesto cosa c’entrassero le pecore elettriche con gli androidi e soprattutto con Harrison Ford.) di Philip K. Dick che merita e permette un discorso molto più ampio.
Dick era un lucido visionario, che ha sempre cercato di trasferire nei suoi mondi futuri quello a cui avrebbe condotto la società in cui si trovava a vivere, e le avventure del cacciatore di androidi Rick Deckard sono solo un pretesto per affrontare tematiche ben più ampie e universali.
Se la società e il mondo futuri acquistano tinte fosche – complice anche l’incubo nucleare che ai tempi incombeva pesantemente –, i personaggi del romanzo devono affrontare problemi universali: gli affetti, l’amore, i rapporti interpersonali, l’emarginazione, la malvagità, l’invidia, la ricerca della felicità o di qualche suo succedaneo. E poi, argomento che il film ignora del tutto, c’è la religione, mai come in questo caso vero e proprio oppio (che poi è anche un anestetico) dei popoli.

FIGHT CLUB 04Anche in Fight Club è la trasformazione – in peggio – della società a informare il romanzo. Qui non siamo nel futuro, ma in un mondo decisamente presente e reale che mi ha ricordato i mai troppo deprecati anni ‘80, non degradato ma sicuramente involuto, dove tutto è ridotto a un prodotto e dove la personalità è annichilita e deve ricorrere a pallidi succedanei per cercare di emergere. E allora si ritorna alla fisicità, alla lotta senza altro fine che il misurarsi cin se stessi prima ancora che con gli altri per poi sfociare in atti di ribellione e di lotta al sistema che forse hanno ispirato, senza raggiungerne gli estremi, molti gruppi antagonisti.
Nulla di particolarmente nuovo, quasi tutto già letto.
Ma è lo stile la vera forza del romanzo: teso, diretto, spesso crudo. Anche qui le tinte sono fosche, anche qui sono i rapporti umani a far emergere quelle urgenze che animavano i personaggi di Dick.
Libro che quelli bravi definirebbero visionario, oppure apologia della moderna società. Libro, a mio modesto parere, scritto con grande maestria e tecnica sopraffina.
Libro che mi ha fatto venire voglia di vedere il film.

Appunto, i film.

Entrambi, a mio parere, riescono a ricreare l’atmosfera e il pathos dei libri e a restituirne lo spirito e – perdonate la parolaccia – il messaggio. Ma con una differenza sostanziale.

Per realizzare Blade Runner Ridely Scott si è solamente ispirato al testo di Dick, procedendo poi per una sua strada, con molte concessioni e soprattutto con molte omissioni, visto che ampie parti del libro non sono state minimamente prese in considerazione. Ma, a meno di essere dei fanatici dell’ortodossia (e anche carenti in fatto di immaginazione), non si può non ammettere che si tratti di una gran film, che per visionarietà e clima ossessivo (ricordate la pioggia, onnipresente?) non è inferiore al romanzo.

BLADE RUNNER 02

Fight Club di David Fincher è invece strettamente aderente al testo, anche nei dialoghi e a volte in maniera quasi imbarazzante, tanto da farmi pensare che lo sceneggiatore non si sia sforzato molto nel buttare giù il copione. Ha però il grandissimo merito di evitare le derive pulp o splatter in cui l’aderenza al testo potrebbe fare cadere, tanto che le scene più crude sono più evocate che esplicitate. E poi la coppia Brad Pitt/Edward Norton è ottimamente assortita e azzeccatissima nel rappresentare la doppia personalità del protagonista. (Elena Bonham Carter, poi, è splendida e bellissima, ma questa è un’altra storia).

FIGHT CLUB 02

Vino in abbinamento.
I protagonisti di entrambi i romanzi hanno altro a cui pensare che degustare il vino. Ma a un certo punto in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? appare una bottiglia di vino. Preziosissima – nel futuro descritto da Dick il vino non esiste più – e per questo prelevata nientemeno che da una cassetta di sicurezza. Si tratta “solo” di uno Chablis, che temo venga bevuto pure caldo e nei bicchieri sbagliati (e qui esce prepotente il sommelier che è in me). Ci si aspettava forse qualcosa di più, ma lo spunto per l’abbinamento è invitante, anche se forse banale. Quale vino della vostra cantina (reale ma anche dei vostri sogni) vorreste salvare nel caso il mondo vada a rotoli? Domanda difficile. Io ci provo e mi espongo. Barolo Monfortino Riserva, magari nella strepitosa annata 1971.