Ho conosciuto Ferdinando Zanusso in una fredda giornata di pioggia.
La telefonata del giorno prima non prometteva nulla di buono. Alla mia richiesta di poter visitare la sua azienda (si chiama I Clivi: segnatevi questo nome e la prima volta che vi capita di trovarlo in qualche fiera fermatevi) era stato sbrigativo al limite dello scostante, accondiscendendo poi a soddisfare la mia richiesta.
Il giorno dopo le cose erano cambiate. Mentre vagavamo, ormai perduti, tra le colline di Corno di Rosazzo, una sua telefonata mi aveva letteralmente guidato alla sua azienda: gesto di estremo riguardo e estrema cortesia, che mi ha fatto pensare che l’impressione del giorno prima fosse errata.
Seduti su una panca e sotto una tettoia – continuava a piovere e faceva freddo – non è stato facile rompere il ghiaccio. Zanusso – capelli e barba bianchi da patriarca, glaciali occhi azzurri – si impone già fisicamente e non è di certo un chiacchierone, almeno al primo impatto. Poi la conversazione si è spostata sul Barolo e ha iniziato a ingranare, fluendo sempre più libera e sciolta. Si è parlato di vino e vini, di bottiglie bevute, di viaggi, di esperienze. E poi delle sue vigne e dei suoi vini.
Dopo più di un’ora la domanda “ma voi volete anche assaggiare qualcosa” è parsa provvidenziale, ma non come una seconda: “li assaggiamo qui o volete entrare in casa”. (L’ho già scritto che pioveva e che faceva freddo?)
La terza domanda – volevamo assaggiare le annate giovani o tornare un po’ più indietro – ha definitivamente sciolto il poco ghiaccio che restava.

Da quella visita – era il 2011 – sono tornato arricchito umanamente e professionalmente, ma anche con qualche bottiglia.
E qualche sera fa è arrivata un’ottima occasione per aprirne una. La bottiglia che vi voglio raccontare.

DSC_0049Il vino si chiama Brazan e per la legge è un Collio Goriziano D.O.C., la vendemmia è il 2005, il vitigno è friulano (che in quell’anno si poteva ancora chiamare tocai).
Ebbene sì, un altro bianco “vecchio”. Che stia diventando monomaniaco?
Due veloci note tecniche: viti di oltre 70’anni (bellissime: non è un termine tecnico ma chissenefrega) in località San Lorenzo a Brazzano di Cormons con rese commoventi di 30 quintali/ettaro, vinificazione in acciaio con soli lieviti indigeni, fermentazione malolattica spontanea, maturazione sulle fecce e nessuna filtratura, 13.5% di alcol.

Nel bicchiere brillava di vivissimi lampi dorati, che non rivelavano assolutamente i quasi 10 anni di età. Il naso si presentava austero e introverso, un po’ come Zanusso, ma appena entrati in sintonia – che ci sono vini che vanno capiti e aspettati più di altri – iniziava a raccontare. Vi risparmio il trito elenco di profumi, che tanto non avete il bicchiere davanti. Se invece avete la fortuna di averlo vi toglierei il divertimento di andarli a scoprire immergendovi nelle eleganti profondità in cui vi porterebbe un’incredibile progressione. In bocca invece era subito vivo, composto nonostante un’acidità scalpitante e una gustosa sapidità. Ma, sebbene vestiti di morbido e raffinato tweed, c’erano sono anche muscoli e solidità, e una persistenza da fuoriclasse.

Libro in abbinamento
Il vero sommelier è un essere goirovago, sempre alla ricerca di nuovi vini oppure di ritorno verso la personale terra promessa. Il viaggio non è sempre facile, tra delusioni e incidenti di percorso. Ho ripensato a questo mentre scendevo in cantina a prendere il Brazan, a quella giornata di pioggia battente sperso sul Collio prima di approdare al porto sicuro de I Clivi. E da qui il salto a Ulisse è stato facile, ma non l’Ulisse di Omero e dell’Odissea, bensì alla sua incarnazione più moderna, quel Leopold Bloom che il 16 giugno 1904 percorre le strade di Dublino (e qui ritorna anche la pioggia) alla ricerca non solo dei rognoni per la colazione ma anche e soprattutto di un’essenza che dia senso alla giornata e alla vita. E mi immagino un James Joyce ramingo non solo per le strade di Trieste ma anche per il Collio a cercare l’ispirazione per il suo Ulisse.