“Corton-Charlemagne is opulence still but aristocratic and restrained rather that open and showy.”
(Remington Norman MW)

Se ne parla tanto – anche troppo – ma si beve poco. È il Corton-Charlemagne, uno dei vini bianchi che costituiscono l’élite borgognona (e quindi mondiale).

Ho avuito la fortuna di partecipare, la scorsa settimana, a una degustazione organizzata dall’Ais Torino, in cui sono stati proposti in assaggio 9 vini.
Non sto a raccontarvi nulla sulla zona, le vigne, i produttori, la barba di Carlo Magno e vado subito al sodo. Alle impressioni sui singoli vini (solo poche righe, state tranquilli!) e soprattutto a quelle generali.

Domaine Dubreuil-Fontaine, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Giallo paglierino illuminato da qualche lampo dorato, ad annunciare giovinezza ma anche carattere. Subito floreale, poi una bella progressione regala pungenze di pepe e spezie dolci, agrumi, frutta secca e note di pietra calda, In bocca dominano l’acidità e la nota sapida.

Philippe Pacalet, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Paglierino con timidi accenni dorati. Il naso è fatto per épater: dolcezze di frutta esotica, miele, torroncino, fiori gialli carnosi, zolfo. Il frutto torna deciso in bocca. L’esuberanza è a stento contenuta da acidità e sapidità. Il finale è secco e asciutto, quasi da rosso.

Domaine Henri Boillot, Corton-Charlemagne Grand Cru 2011
Anche qui paglierino con lampi dorati. Apre vegetale e non precisissimo, poi si accomoda su note floreali e di nocciola, torrone, cipria, pietra bagnata. Il sorso è di misurata eleganza e regala un’ottima persistenza.

Domaine Henri Boillot, Corton-Charlemagne Grand Cru 2009
I due anni in più si fanno sentire, con il paglierino che cede sempre maggior spazio al dorato. Subito tostato e burroso, ma con i minuti arrivano le spezie, i fiori, la frutta dolce. Le note minerali si fanno ancora più evidenti in una bocca avvolgente, ricca e già in equilibrio.

Luis Latour, Corton-Charlemagne Grand Cru 2008
Il dorato si fa più evidente, seppur non molto luminoso. Naso subito segnato da note ossidative e di burro rancido. Se si ha pazienza e lo si dimentica un’oretta, il profilo cambia, e non di poco: balsamico, terroso, speziato e sotteso da belle note minerali. Ricco, quasi masticabile, con la vena sapida a sostenere un’acidità in calare.

Domaine Antonin Guyon, Corton-Charlemagne Grand Cru 2003
Giallo dorato per un olfatto inizialmente introverso. Pochi rotazioni del bicchiere e si ritrovano note tostate non elegantissime. Poi frutta e fiori, zafferano, caramella al miele, pepe. In bocca dimentica la timidezza iniziale e arriva potente e caldo. Un vero paradigma del (torrido) millesimo.

Joseph Drouhin, Corton-Charlemagne Grand Cru 2003 (in magnum)
Sempre 2003, ma assaggio completamente differente. Un elegante impianto minerale che sussurra più che parlare. Frutta dolce, rosa, erbe aromatiche, sottobosco. In bocca acidità e salinità sono senza compromessi, a sostenere un sorso lungo e soprattutto equilibrato.

Domaine Chandon de Briailles, Corton-Charlemagne Grand Cru 2000 (in magnum)
Il dorato è tenue e un po’ opaco. Naso stre-pi-to-so, reso ancora più affascinante dalla leggera nota ossidata. Miele (propoli), humus, tartufo, frutta secca. In bocca pare non finire più, sottolineato da un equilibrio da manuale e da una leggere astringenza finale. Per quel che può valere quello che mi è piaciuto di più.

Domaine Bonneau du Martray, Corton-Charlemagne Grand Cru 1998
Si saranno mica sbagliati a servirlo? È giovanissimo! Sembra imbottigliato ieri, anche solo guardandolo. Naso sottile, verticale. Si concede con solenne lentezza ricamando trame elegantissime: spezia, magnesia, agrume, zenzero. In bocca è sontuoso ma misurato: tutto è al suo posto, impreziosito anche in questo caso da una leggera nota tannica.

CORTON 01

Quando ho l’opportunità di degustare un campione rappresentativo, sia di una zona sia di un singolo produttore, mi piace trovare un filo conduttore, una sorta di filosofia che accomuna i vini assaggiati. Purtroppo non accade spesso, specialmente quando si tratta di vini provenienti dalla stessa zona ma fatti da aziende diverse: teste e mani differenti producono vini dissimili, dove le specificità del territorio sono offuscate dalle tecniche di cantina.
Con il Corton-Charlemagne questo non è successo. Merito del terroir? Merito dei vigneron? O merito di entrambi?
Direi che si tratta di una felice combinazioni fra le due cose, una sorta di empatia che si relazizza quando il produttore arriva a conoscere la terra dove alleva le sue viti, interpretandone i segni, cogliendone le sfumature. Acquisendo – grazie anche a quelli che l’hanno preceduto – quella sensibilità che spesso permettere di rendere grandi annate che sulla carta paiono disgraziate. E forse per alcuni è merito anche di quello che scrivo nel post scriptum (perché i “piesse” a volte nascondono le più grandi verità).

E quali sono queste caratteristiche?
Si tratta di vini pacati, che non hanno bisogno di urlare per farsi notare, ma che fanno dell’eleganza e di un contegno al limite dell’altezzoso la loro cifra stilistica. Vini che non fanno niente per compiacere il degustatore, ma che fanno sì che sia chi si approccia a loro a doverseli meritare.
Ma una volta conquistati sono vini che regalano sensazioni che pochi altri riescono a eguagliare. Eleganza ma anche lunghissime persistenze. Una mineralità di fondo a caratterizzare l’impronta olfattiva e quella gustativa. Una bocca inizialmente dominata dalla sferzata data dall’acidità ma soprattutto dalla sapidità, ma poi equilibrata, lunga, in talun casi quasi grassa e masticabile, sempre appagante.

Ma sono soprattutto vini “restrained”. Caratteristica che ci piacerebbe ritrovare in alcune persone, che i vini li degustano ma che dai vini non imparano nulla.

p.s.: alcuni dei vini in degustazione sono prodotti secondo i principi della biodinamica, alcuni da parecchi anni. Sarebbe staro bello – e molto, molto interessante – che al pubblico non venisse detto quali erano i vini “incriminati”. Perché tutti i vini erano impeccabili dal punti di vista organolettico. A dimostrazione che prima di demonizzare la biodinamica occorrerebbe conoscerla. E non solo per sentito dire.