Mio fratello è figlio unico

Come il fratello di Rino Gaetano, che “non ha mai criticato un film
senza prima vederlo” io non parlo di un vino senza prima averlo bevuto.

Sono ormai anni che pratico e predico un principio: il vino prima va assaggiato e giudicato e solo dopo, se proprio si vuole, si può indagare su come viene prodotto. Principio purtroppo rinnegato dai più, che preferiscono bere seguendo (stupidi) preconcetti.

Visto che anche i produttori di vino in brik avevano puntato sul biologico, ho deciso di assaggiare uno di questi vini; per cui – vergognandomi un po’, lo confesso – ho acquistato una confezione di San Crispino: per la precisione un IGP Terre Siciliane, ottenuto da uve catarratto e inzolia, 12% di alcol, certificato biologico. Per non esagerare e anche per non sprecare il vino, mi sono limitato alla confezione da 250 cl che, per completezza di cronaca, ho pagato 86 centesimi di euro.

 

(Apro qui una breve parentesi, che potete tranquillamente saltare se sapete già cosa è il vino biologico. Il vino biologico è stato definito dal regolamento Europeo 203/2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2012. Tra le tante regole elencate, le principali prevedono di coltivare l’uva senza l’uso di sostanze chimiche di sintesi e di organismi geneticamente modificati; in cantina sono vietate alcune pratiche che potrebbero alterare la natura del vino, come per esempio osmosi, dealcolizzazione, trattamenti termici. C’è poi una limitazione all’utilizzo di anidride solforosa, che non può superare i 100 mg/l per i vini rossi e i 150 mg/l per i bianchi. Tutto questo deve essere poi certificato da un ente autorizzato.)

Prima di raccontarvi il vino, occorre però fare una premessa.

I vini in brik, spesso demonizzati e derisi da molti addetti ai lavori, hanno una loro ben precisa fascia di mercato. Fascia che non è rappresentata solo dai clochard che cercano l’oblio in vini dal basso prezzo; il vino in brik, per la sua praticità e per il suo costo limitato, è acquistato da chi nel vino cerca ancora non tanto il piacere bensì un alimento, capace di apportare calorie e – perché no – quel minimo di ebbrezza che rende certi lavori pesanti più sopportabili. Ed ecco che, consci del loro successo e soprattutto ben informati su quale sia il loro consumatore tipo, le aziende hanno diversificato i loro prodotti, arrivando anche a cavalcare l’onda del biologico, uscito da tempo dalla nicchia iniziale e ormai presente in massa anche sugli scaffali della grande distribuzione.

Ma veniamo al vino.

Non è la prima volta che assaggio questa tipologia: questo mi colpisce per il colore, un paglierino decisamente più intenso della media, molto probabilmente dovuto alla provenienza “calda” delle uve. Ho poi usato due bicchieri, uno molto capiente per esigenze fotografiche e uno più piccolo e più adatto a un vino bianco semplice. Non ci sono state però grandi differenze: in entrambi i calici profumi tenui di fiori e frutta, e un piacevole finale erbaceo. Per essere più che corretto ho anche atteso qualche minuto, ma il vino non ha concesso nulla di più. Ma è al palato che esce il vero punto debole: sicuramente non sgradevole, anzi piacevole e rinfrescante, specialmente in una calda serata estiva. Ma praticamente senza nessun gusto e nessuna persistenza.

Per non farmi mancare nulla ho anche provato a versarlo in un normale bicchiere senza stelo – condizione in cui ritengo venga bevuto nella stragrande maggioranza dei casi – senza però rilevare sostanziali differenze.

Va detto però che si tratta di un vino tecnicamente ineccepibile, senza nessun tipo di difetti. (Così forse sfatiamo una volta per tutte il falso mito che si tratti di vinacci puzzolenti.)

Qualche anno fa avevo già fatto un assaggio simile, confrontando una dozzina di campioni. Devo ammettere che la qualità è cresciuta: il vino assaggiato è decisamente più preciso e pulito, ma soprattutto non presenta quel sentore di cotto dovuto alla pastorizzazione. Che la certificazione Bio sia servita a qualcosa?

Divertimento? Provocazione?

Credo che chi si occupa di vino debba cercare di avere una conoscenza più ampia possibile di cosa offre il mercato, ovviamente essendo poi libero di scegliere cosa bere nella sua vita privata o cosa proporre alla sua clientela.

Ma il Sommelier deve anche e soprattutto essere un divulgatore e fare cultura del vino. E per fare ciò deve avere ben chiaro il perché un certo tipo di pubblico fa delle scelte quando acquista il vino. Tolta quella fascia di pubblico che purtroppo è costretta a bere vino da pochi soldi, c’è sicuramente una fetta più ampia di pubblico che ha solamente bisogno di scoprire che oltre al brik c’è altro: decisamente più appagante e spesso non così costoso come si possa immaginare.

Quindi scendiamo dai piedistalli – spesso anche poco solidi – e buttiamo via ogni snobismo: c’è un pubblico che ci aspetta e che possiamo istruire e soprattutto far divertire.

Farina o pistole?

Ricordate gli assalti ai supermercati all’inizio del lockdown? Con pasta, farina e lievito a riempire i carrelli degli italiani, timorosi di rimanere con dispensa e stomaco vuoti. D’altronde, se tra le icone del nostro cinema troviamo Alberto Sordi e Totò che si ingozzano di spaghetti una qualche ragione storica ci dovrà pure essere.

Ricordate invece cosa è stato preso d’assalto negli Stati Uniti? Bravi: le armerie. E se tutti sappiamo che negli USA è possibile acquistare un’arma con la stessa facilità con cui da noi si compra un etto di prosciutto, la cosa ci stupisce sempre: forse perché non riusciamo a capire la ragione per cui anziché di farina gli statunitensi preferiscano rifornirsi di colt o fucili automatici.

La lettura de Il figlio, opera seconda di Philipp Meyer pubblicata nel 2013, sicuramente può aiutare a comprendere questo fenomeno.

Immaginate una sorta di Cent’anni di solitudine dove il realismo magico di García Márquez perde tutta la sua magia per diventare cruda realtà. I Buendía qui si chiamano McCullough e vivono in Texas, e anche qui la saga si dipana per più generazioni, con un provvidenziale albero genealogico a inizio libro ad aiutare.

Quella dei McCullough è una storia di violenza, sempre cruenta e spesso gratuita, unico modo per risolvere ogni problema e abbattere ogni ostacolo gli si pari davanti. A partire dal capostipite Eli, rapito in giovane età dagli indiani, per arrivare a Jeanne Anne. L’unico che cerca – invano – di porre fine alla legge delle armi è Peter, il figlio di Eli: ma dalla sua biblioteca piena di classici poco può fare arginare un fiume di sangue che pare inarrestabile.

Violenza, sfruttamento – neri, messicani, pellerossa: non si fanno molte distinzioni – legge del più forte e ricorso alle armi. Secondo Meyer sono questi i principi fondanti di una nazione spesso avventatamente presa a modello. Perché il sogno americano è sì avere un’opportunità: che tutti possano detenere e – perché no – usare un’arma.

Vino in abbinamento. Non si beve vino in questo romanzo e, vista la generale approssimazione con cui viene trattato l’argomento da molti scrittori, la cosa non mi spiace affatto. Per controbattere a tutta la violenza che pervade le pagine occorre un vino caldo, rassicurante, quasi materno. Un vino che ci faccia sentire sicuri a casa. Un vino che, nonostante le differenti annate riconosci sempre. Ognuno di noi ne ha almeno uno. E uno dei miei è sicuramente il Vorberg della Cantina di Terlano.

L’importante è finire?

Non sono il tipo che ama i lietofine o le conclusioni ricche di sorprese e colpi di scena. Ma dopo ben 880 (sì, ottocentottanta!) pagine di romanzo, che ti tengono inchiodato alla carta e ti fanno andare a letto tardi, è lecito aspettarsi per lo meno un finale all’altezza di tutto ciò che è stato scritto prima.

Invece il finale di Underworld, romanzo fiume di Don DeLillo, non dico che rovini completamente tutto ciò che si è letto in precedenza, ma sicuramente mi ha lasciato con un po’ amaro in bocca.

Allora perché ce ne parli, potreste giustamente chiedermi?

Innanzitutto perché è un libro scritto benissimo: per tutte le 880 pagine. Spesso mi sono ritrovato a rileggere la stessa frase per più di due volte, per il semplice piacere di assaporare l’incisiva scorrevolezza della scrittura: un po’ come quando ascolti in loop un brano musicale o non ti stanchi di assaggiare e riassaggiare un vino.

L’altro motivo per leggere Underworld è perché rappresenta uno spaccato vero dell’America. Non quella imbellettata e finta di molto cinema, ma quella dura e dolente che si ritrova per esempio nei romanzi di Steinbeck: dove il sogno americano se non è incubo è per lo meno un sonno molto agitato.

In un arco temporale di 50’anni c’è il baseball, che è inizio e pretesto, c’è la guerra fredda e l’incubo nucleare, ci sono Edgar J. Hoover e Frank Sinatra, c’è l’arte contemporanea, c’è la povertà dei quartieri che circondano l’isola felice di Manhattan, c’è il problema dello smaltimento dei rifiuti, ci sono New York e la provincia. Il tutto in un vorticoso flashback che confonde, ammalia, e stupisce.

Il libro è del 1997, ma è decisamente attuale, se non altro per soddisfare il disperato bisogno di una realtà che spesso ci viene camuffata e che ci sfugge.

Vino in abbinamento.

Il bravo sommelier sa che ci sono due regole per l’abbinamento perfetto: la concordanza e la contrapposizione. In questo caso la prima vorrebbe un vino rosso corposo, ricco, opulento; la seconda un bianco fresco, spigoloso, quasi tagliente. Due nomi? Il Merlot Howell Mountain di Beringer e il Riesling Treppchen Kabinett di Dr. Loosen.

Chiacchiere di vino

Qualche giorno fa, parlando dei nuovi modi di raccontare il vino in questo periodo di isolamento forzato (leggi qui), dicevo che anche io mi ci ero cimentato.

Inizialmente l’ho fatto da solo, ma da un mesetto ho anche la controparte: un’amica con la quale abbiamo iniziato a proporre un appuntamento fisso settimanale dedicato a una chiacchierata sul vino. Lei si chiama Sara Santucci e, tra le tante cose che fa, è il volto di Beauty Advisor TV (la trovate qui).

Il nostro appuntamento si chiama Wine Party: abbiamo scelto una formula semplice e leggera, adatta a tutti, esperti e soprattutto neofiti. La scusa è quella di parlare di un vino, invitando i partecipanti a condividere la loro bottiglia, possibilmente della stessa tipologia. Si tratta di un semplice pretesto per socializzare virtualmente, per dare informazioni sul vino che settimanalmente assaggiamo, accompagnate da consigli pratici sul come apprezzare a meglio quello che beviamo, lasciando il giusto spazio alle domande e alle curiosità di chi ci segue.

Perché, nonostante il tanto parlare di vino, lo si fa quasi sempre a livello “alto”, per pochi addetti ai lavori, tralasciando quasi sempre le informazioni basilari. Noi cerchiamo di dare quelle, con professionalità e sorriso sulle labbra.

Se volete unirvi a noi, ci trovate tutti i venerdì alle 19.15 (ma stiamo pensando di spostarci a breve la domenica) sulla mia pagina Facebook (eccola qui). E non dimenticate la bottiglia!

Di acqua, ma non solo

“I miei libri sono la mia biografia. Della serie: le vite dei grandi uomini.”
(Ėduard Limonov)

 

Prendete Gabriele D’Annunzio, toglietegli un bel po’ di talento, fatelo nascere a Dzeržinsk – nella Russia centrale – nel 1943 e otterrete Ėduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov.

Sicuramente più famoso per la biografia scritta nel 1912 da Emmanuel Carrère che per i propri meriti artistici, Limonov è stato un personaggio indubbiamente affascinante; di quel fascino un po’ perverso che esercitano le personalità contraddittorie. Perché Limonov, oltre a essere scrittore (ne parleremo a breve) ha avuto una vita che a dire movimentata è dir poco. Vi lascio il divertimento di scoprirlo da soli, per ora vi basti sapere che il suo pseudonimo significa sì “limone”, ma è anche un richiamo a “limonka”, termine gergale russo che identifica la bomba a mano.

 

Qui ci interessa lo scrittore, che fornisce un’eccellente prova di se nel “Libro dell’acqua”. Scritto nel 2004, è una raccolta di memorie che hanno come filo conduttore appunto l’acqua. Mari, fiumi, laghi, fontane, bagni turchi fanno da scenario alle mirabolanti avventure del nostro (ricordate D’Annunzio?) che si gloria delle sue imprese guerresche e sessuali, da maschio alfa stracarico di testosterone. Ma, superato un iniziale fastidio e dopo essersi resi conto che al nostro piace un po’ esagerare, come lo spaccone che ogni bar che si rispetti può e deve vantare, quello che colpisce il lettore è lo stile della prosa di Limonov. Una prosa secca, diretta, efficace, scevra da ogni fronzolo e dritta all’essenziale. (Ecco, qui il paragone con D’Annunzio non regge più). Limonov tratteggia con poche e preci se parole personaggi e situazioni, senza per questo far perdere fascino alla sua prosa.  Due esempi, scelti tra i tanti: “Poi siamo partiti per Pietroburgo, dove pioveva.” “Ho bevuto vodka per amarla di più e più a lungo.”

E il vino?

Detto che il nostro preferisce la vodka e le uniche concessioni a qualcosa le riserva allo Champagne, è lo stile che mi ha colpito, per la sua sintetica precisione. La stessa precisione senza fronzoli che ormai sto ricercando (leggi qui) e che spererei di trovare al posto di inutili verbosità dannunzinane.