“Arnèis: un bianco asciutto ancora famoso verso la fine del secolo scorso ma oggi introvabile: e che, in ogni modo, non avevo mai incontrato.”
(Mario Soldati, Vino al vino)

Chi mi conosce sa che tra le tante mia manie c’è anche quella di bere i vini bianchi con (almeno) qualche anno di invecchiamento.
Trovo che, così come accade per i rossi, anche i vini bianchi abbiano bisogno di un po’ ti tempo per affinarsi ed essere pronti per poter dare il meglio.
E non parlo solo dei bianchi che da sempre sono apprezzati per la loro capacità di invecchiare – e di migliorare nel tempo – come ad esempio gli chardonnay di Borgogna o i grandi riesling tedeschi.
Parlo anche di vini semplici, di quelli che a ottobre la gente vuole già bere l’ultima vendemmia.

Ho la fortuna di poter riassaggiare nel tempo alcuni vini: la memoria ma anche gli appunti mi permettono di ricordare impressioni e sensazioni. Il confronto è quasi inevitabile, e spesso regala piacevoli sorprese.

Recentemente mi è successo di riassaggiare due Arneis che avevo recensito nel 2012, entrambi della vendemmia 2011.
Si tratta di bottiglie prodotte da due piccole aziende che non fanno di questo vino la loro bandiera, tanto da dedicare la quasi totalità della produzione a vini rossi.
Entrambi i vini sono fanno della semplicità e delle piacevolezza di beva le loro caratteristiche principali, anche se ricordo che uno dei due mi sorprese per una precisa e netta nota di pasta di mandorle appena messo sotto il naso.

(Piccolo inciso. Vi sarete chiesti perché non ho ancora fatto il nome dei due vini. Magari deluderò qualcuno, ma non lo farò neanche adesso. Non perché non voglia o abbia paura di espormi. Ma l’argomento del post è più generale e quindi trovo non abbia senso fare nomi. Se poi morite dalla curiosità e non riuscite più a vivere senza sapere di che vini si tratta, scrivetemi in privato e vi dirò tutto.)

Degustandoli la prima volta, quando i vini erano entrati da poco in bottiglia, avevo apprezzato la semplice piacevolezza del naso, dove emergevano le note floreali e fruttate tipiche del vitigno. Ero invece rimasto un po’ perplesso al momento di berli: a entrambi mancava una sorta di compostezza, di ordine. Non sapevano bene cosa fare da grandi, e le varie componenti facevano a gomitate per emergere.
Normale, normalissimo. Non si può pretendere che un vino da poco messo in bottiglia possa esprimere il massimo del suo potenziale, anche se si tratta di un vino semplice e concepito per essere consumato nell’immediato.

Il riassaggio è stato decisamente più appagante. Il profilo olfattivo non ha subito grossi stravolgimenti, anche se i due anni di cantina hanno smussato qualche angolo e conferito un pizzico di complessità ed eleganza a entrambi i vini, evidenziando anche qualche piacevole accenno minerale. Ma il miglioramento veramente significativo l’ho potuto apprezzare una volta messi in bocca. Sparite tute le spigolosità adolescenziali, i due Arneis si sono fatti adulti e consapevoli. Consapevoli di poter appagare chi li beve con la loro fresca e semplice piacevolezza, che i due anni passati in bottiglia e nella mia cantina non hanno assolutamente scalfito.

Ok, ma adesso torniamo sulla terra.
Chi produce vino deve – giustamente – campare, e non può permettersi di tenersi sul groppone (ovvero in cantina) un’annata di vino bianco per far contenti i malati come me. Ed è quindi giusto che possa monetizzare prima possibile il frutto di un anno di lavoro, magari concentrando gli sforzi su altri vini che necessitano di maggio tempo prima di essere commercializzati.
Qui la palla credo debba passare completamente a chi il vino lo comunica: sia esso chi il vino lo propone e vende (in enoteca o al ristorante) sia a chi di vino parla o scrive.
Il messaggio è relativamente semplice: aspettare. In un mondo dove molti – troppi – soloni predicano il consapevole, l’etico, lo slow, basterebbe veramente poco per cambiare i gusti.
E le cose.