Alcune riflessioni dopo la visione in anteprima del documentario di Jonathan Nossiter: “Resistenza Naturale”

«Il vino non si fa schiacciando l’uva e facendolo fermentare. Parlare di vino vero come quel vino dove non si interviene è pura utopia». Sono queste le dichiarazioni dell’enologo Riccardo Cotarella, uno dei più famosi consulenti di aziende vitivinicole in Italia e all’estero, intervistato nel 2004 dalla trasmissione televisiva “Report”.
Nello stesso anno usciva anche Mondovino, primo documentario di Jonathan Nossiter sul mondo del vino in cui si ponevano le basi per un discorso molto ampio sulla globalizzazione del prodotto vitivinicolo, l’uniformazione dei gusti e quindi dei sapori, le decisioni di pochi a discapito delle biodiversità.
L’enologo ha il compito di costruire il vino: un po’ di lieviti di qua, un altro po’ di enzimi di là. Risultato? Il vino non è più un prodotto della terra, ma una costruzione dell’uomo.
Questa è una diatriba che va avanti da anni, tra chi crede che il vino possa essere migliorato dalla chimica e dalla scienza e chi invece chiama queste presunte migliorie: “alterazioni”.
Cosa c’è solitamente dentro la maggior parte dei vini, soprattutto quelli a basso costo, che beviamo?
Uva, certo, e poi tante altre sostanze: lieviti selezionati aggiunti a quelli già presenti nelle uve che vengo usati per favorire la fermentazione, gomma arabica per ammorbidire il gusto, mosto concentrato rettificato per aumentare la gradazione alcolica, solfiti per evitare ossidazioni e rendere il vino più stabile, chiarificanti al carbone per perfezionare il colore; per non parlare dei trattamenti fatti sulla pianta e sul terreno come diserbanti chimici, insetticidi e fungicidi.
A distanza di 10 anni dal suo primo documentario sul vino, Nossiter ritorna sullo stesso argomento con un nuovo film: “Resistenza Naturale” (guarda qui il trailer), con un approccio se possibile ancora più radicale e schierato. Il merito di Nossiter – che non è un giornalista ma un regista e dunque sollevato dalla responsabilità di dover sentire tutte le campane – secondo me sta proprio nel porre le basi per un discorso molto più ampio e articolato e di cui il vino è solo un rappresentante.
NOSSITER Questa volta i protagonisti del documentario non sono i grandi produttori, le grandi multinazionali del vino, ma quattro piccoli viticoltori che lottano per il riconoscimento del lavoro artigianale, semplice, autentico, ma dissidente. Sono Corrado Dottori, marchigiano, della cantina “La Distesa”, Giovanna Tiezzi di Pacina, in Toscana, Elena Pantaleoni dell’azienda agricola emiliana “La Stoppa” e il più agguerrito di tutti: Stefano Bellotti, che produce vini nel basso Piemonte ai confini con la Liguria nella sua “Cascina degli Ulivi”.Resistenza Naturale, a mio parere, è un’evoluzione di Mondovino. Anche questa volta il regista va a trovare i produttori nelle loro case e nelle loro terre, per poi riunirli a uno stesso tavolo. Il risultato è una piacevole chiacchierata a cui lo spettatore assiste un po’ come se a quel pranzo fosse stato invitato anche lui: un invito a un pensiero diverso, slegato dal mondo globalizzato e standardizzato.
Qui non si parla di biologico, per il quale bisogna richiedere (e pagare) una certificazione, ma siamo un passo oltre, o meglio un passo indietro: il naturale.
I vini naturali non sono riproducibili su grande scala, hanno una lenta evoluzione, richiedono ancora più tempo e dedizione con il rischio che non sempre usciranno perfetti.
A questo proposito noto un altro filo conduttore che unisce Mondovino e Resistenza Naturale: sono i cani sui quali lo sguardo del regista spesso si sofferma, perché i cani accompagnano l’agricoltore nella vita di lavoro in campagna, sono portatori di sicurezza e tranquillità, ricordano che il tempo storico può e dovrebbe coincidere con il tempo biologico. L’attività agricola non è più lontana dalla situazione politica, sociale ed economica che viviamo ed è un bene ricordarlo. Anzi, molto parte da lì. Sono cani di contadini illuminati, contadini che vivono il loro tempo rispettandolo, riconoscenti della storia del territorio a cui appartengono e, soprattutto, fedeli alla terra: «L’agricoltura è lecita se noi ricostruiamo ogni giorno l’equilibrio naturale che abbiamo rotto facendo agricoltura», afferma Stefano Bellotti.
Per naturale dunque si intende libero? Forse. Ma sicuramente costretto ancora nella nicchia, perché i colori e i profumi di un vino naturale sono diversi da quelli imposti dai disciplinari. Un esempio emblematico sono i disciplinari che regolano Verdicchio delle Marche e Cortese di Gavi che prevedono parametri molto simili per due vitigni e vini completamente diversi! Non a caso tutti e quattro i produttori sono fuori dalle denominazioni di origine DOC e DOCG.
Tra i dissidenti del vino c’è però un altro convitato che solo apparentemente può sembrare un intruso: si chiama Gian Luca Farinelli della cineteca di Bologna. Farinelli restaura pellicole di film che sono il caposaldo della nostra cultura cinematografica, ma che in pochi ormai conoscono.
Il passato, invece, non dovrebbe essere dimenticato e tanto meno non dovrebbe costituire un ostacolo, ma un esempio. Ed è qui che si compie l’unione tra i due mondi: il dramma del contadino che non riesce a esprimere la sua disobbedienza civile contro l’impero di Bruxelles è lo stesso di un restauratore di pellicole che lotta per mantenere un piccolo cinema d’essai.
Nossiter allora inserisce nel suo documentario spezzoni di altri film che a loro modo raccontano altri tipi di Resistenza come quella al fascismo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, oppure al potere nel “Marchese del Grillo” di Mario Monicelli o al mito del denaro nella “Febbre dell’oro” di Charlie Chaplin. Tra questi intermezzi anche due interviste tratte da “Chi legge” di Mario Soldati e dai “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini, che andarono alla ricerca dell’Italia contadina che proprio da quegli anni in poi sarebbe andata via via scomparendo.
È così che allora il cinema diventa uno degli strumenti più adatti a raccontare la realtà.

Prima e dopo la proiezione al pubblico presente in sala sono stati offerti in degustazione due vini della Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti.
Il cinema è un luogo inusuale e simpatico per una degustazione, anche se forse non tra i più adatti, ma non voglio certamente entrare nel ruolo della sommelier bacchettona!
Il primo era il Filagnotti (un Cortese 100%, mi sfugge l’annata) di Tessarolo, zona del Gavi. Fermentato e affinato in botti di acacia da 25 hl per 11 mesi sur lies. Colore giallo dorato, profumi intensi, fruttati, floreali e minerali e un gusto altrettanto pronunciato e robusto con un finale di mandorla.
Il secondo, dopo la proiezione, era il Dolcetto Nibiô del 2006, uve provenienti dal vigneto Montemarino: appena oltre gli Appennini, infatti, c’è Genova. Nonostante abbia otto anni è un vino appena pronto. Le luci soffuse del cinema non mi hanno permesso di valutare con esattezza il colore, che poteva essere rosso rubino. Il profumo fruttato e floreale e al gusto ancora tannico ma elegante. Un grande dolcetto da invecchiamento.

Dopo essere stato presentato anche al Festival di Berlino 2014, Resistenza Naturale esce nelle sale italiane oggi, giovedì 29 maggio.

Andate a vederlo, se non vi aprirà un mondo al massimo vi darà gli strumenti per fare delle scelte da cui non ci si può tirare indietro perché in mezzo agli scaffali del supermercato ci passiamo tutti.

Anita Franzon