È di pochi giorni or sono la notizia (leggete qui) che la spesa media mensile delle famiglie italiane per l’acqua minerale ha raggiunto quella per il vino, attestandosi sui 12 euro.

Le considerazioni che si possono fare sono molte, ché sono numeri che colpiscono. O, almeno, che hanno colpito il lettoresommelier.

La prima – ma non è una novità – è che in Italia si spende una fortuna per l’acqua minerale. Colpa del mercato? Delle ossessionanti campagne pubblicitarie? Di una rete idrica al limite dell’obsolescenza che permette di usufruire in misura limitata dell’acqua che esce dai rubinetti?
Di certo l’offerta di acqua sugli scaffali di un qualsiasi supermercato è eccessiva, segno che domanda e offerta sono notevoli, indotte o reali che siano. E sono decisamente troppe le tonnellate di plastica – e i camion – che si muovono su e giù per l’Italia, dove praticamente ogni regione ha almeno una fonte ma dove il chilometro zero (in questo caso più che auspicabile) pare un’utopia.
Ma è altrettanto certo che in molti casi la semplice acqua del rubinetto è più che buona. Chi scrive è da anni che beve solo l’acqua pubblica, e non solo perché non ha voglia di sciropparsi tre piani di scale a piedi carico come un cammello!

Ma la cosa che tengo a sottolineare è la spesa decisamente esigua per il vino.
Con alcune doverose premesse.

So di essere un privilegiato. Perché ho (almeno per adesso) la fortuna di potermi permettere di spendere cifre relativamente elevate per acquistare una bottiglia di vino. Perché spesso mi è capitato di assaggiare grandi vini senza dover sborsare un quattrino. Perché (perdonate la presunzione) ho i mezzi e soprattutto l’esperienza per poter apprezzare certi vini.
E so che il discorso che sto per fare, soprattutto in un periodo come questo, può risultare antipatico e persino fuori luogo.

Detto questo, credo sia vitale ragionare su questo dato. Anche considerando che la parola vino in Italia dovrebbe significare qualcosa. Almeno è quanto lascia pensare la prolificazione di persone più o meno qualificate che parlano e molto spesso sparlano di vino in TV, sulla carta stampata o sul web.
Ma se i risultati sono questi, c’è poco da stare allegri, ché forse il paese del vino – almeno di quello consumato – è altrove.

Facciamo due conti della serva. Supponiamo che ogni famiglia si conceda una bottiglia di vino alla settimana, magari la domenica. Vuol dire quattro bottiglie al mese, con una spesa media di 3 euro a flacone: il costo di una bottiglia di basso livello sugli scaffali della grande distribuzione. (Se ne trovano anche a meno, senza tenere conto dei vini in brik, ma non esageriamo).
Un po’ pochino, quanto meno se parliamo di vino di qualità.
(Senza contare che ci sono persone come i sottoscritto che alzano non di poco la media, e per i quali il prezzo medio per bottiglia supera – anche di molto – i 12 euro.)

Tralasciando le pur giuste considerazioni etiche ed economiche imposte dall’attuale congiuntura, si impone una riflessione.
Cosa si beve nel paese del vino? Ci si riempie la bocca con la qualità del vino italiano (che esiste ed è innegabile), ma questa qualità pare destinata a una ristretta élite. Tutto il resto consuma vino che, seppur bevibile, ha poco in comune con la qualità e che sicuramente non giova all’immagine dell’italica vitivinicultura.
Attenzione però. Non è detto che occorra spendere cifre astronomiche per bere bene. Ci sono ottimi vini che si portano via anche con meno di 10 euro. Ma sotto una certa cifra mi pare improbabile che il contenuto di una bottiglia – che vuota e con solo tappo ed etichetta viene a costare almeno un euro – possa essere di qualità.

Ma soprattutto di impone un’altra riflessione. Dei quasi 45 milioni di ettolitri di vino prodotti in Italia nel 2013, dato che ci ha permesso di superare la Francia e che ha riempito di orgoglio i tanti soloni che infestano i media, quanti rappresentano effettivamente un prodotto di qualità? Non sarebbe più appropriato – e serio – parlare di fatturato per valutare l’effettivo valore del vino prodotto in un paese?
Allora sì che avremmo dei dati validi. E magari anche delle sorprese.
Perché i numeri, così come le parole, sono importanti.