Non scrivo più

Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.
(Raymond Carver)

 

Qualche giorno fa Andrea Matteini pubblicava un post (leggi qui) in cui, con grande onestà intellettuale condita da un pizzico di ironia, dichiarava che non avrebbe più scritto di vino e si sarebbe limitato a venderlo.

Chapeau ad Andrea, dunque, e grazie per lo spunto sicuramente stimolante: se qualche settimana fa mi e vi chiedevo “di cosa parliamo quando parliamo di vino” (leggi qui) ora sono a domandarmi “perché scrivo di vino”?

La prima riposta è che ne scrivo come naturale conseguenza del fatto che principalmente ne parlo. L’espressione orale e quella scritta sono sorelle ed entrambe soggette a regole ben precise. Ma se la parlata può permettersi qualche licenza e a volte anche qualche imprecisione, la scrittura deve essere sempre attenta, rigorosa e precisa.

Parlando di vino sono spesso costretto a seguire la struttura piuttosto rigida dettata dalla didattica; la scrittura rappresenta invece una sorta di sfogo, di libertà, seppur anch’essa costretta in uno schema. Schema che per me è diventato piuttosto rigido, visto che da qualche tempo utilizzo spesso l’haiku (leggi qui) come mezzo per raccontare il vino.

Andrea nel suo pezzo, poi, afferma che chi scrive deve avere dei lettori.

Giusto, giustissimo.
Ma i lettori vanno anche cercati e conquistati, altrimenti verrebbe a mancare una spinta fondamentale alla scrittura. E, in una società dove la parola scritta sta perdendo sempre più terreno rispetto all’immagine, dove il pubblico ha sempre più fretta e si annoia dopo poche righe, soprattutto se queste appaiono sullo schermo di uno smartphone o sul video di un pc, tornare a un mezzo d’espressione che ormai pare antico e desueto diventa anche una sorta di lotta alla sopravvivenza.

Quindi scrittura anche come forma di resistenza: tentativo di raccontare, emozionare, soprattutto comunicare in modo chiaro, elegante, perché no appassionante. Cercando di ricordare che il protagonista non è schi scrive, ma ciò di cui si scrive: rispettandolo così come va rispettato il lettore.

Sperando che gli archeologi del futuro possano ancora imbattersi in pagine – cartacee o elettroniche – di bella scrittura e non solo in immagini o emoticons.

Concludo con una famosa pagina dei diari di Beppe Fenoglio. Uno che “faceva il mestiere” ma che sentiva il bisogno giustificarsene.

«Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convinzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma.
Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.
Scrivo whit a deep distrust and a deeper faith.»

Tondelliana

Ci sono libri che devono essere letti in un preciso periodo della propria vita: né troppo presto né, soprattutto, troppo tardi.

Io ho letto da poco, e troppo tardi, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

Uscito nel 1980 destando non poco scalpore, il libro fu oggetto di un sequestro quando era giunto alla terza ristampa e di un successivo processo per oscenità, che vide però l’assoluzione dell’autore. (Una curiosità, se l’edizione Feltrinelli è quella originale, Bompiani ne ha pubblicata una edulcorata.)

Un libro che per gli argomenti trattati – droga, sesso, omosessualità – e soprattutto per un linguaggio sicuramente innovativo, volutamente crudo e solo apparentemente sciatto, ha rappresentato un punto di rottura, seguito da discepoli ed epigoni.

Il mio problema è che ho letto Altri libertini a cinquant’anni suonati e a quarant’anni dalla sua pubblicazione: siamo entrambi troppo vecchi perché io possa trovare nel romanzo di Tondelli quella provocante freschezza che sicuramente aveva e che magari ancora può avere agli occhi di un ventenne.

Non volevo però fermarmi a un solo libro tondelliano, così ho letto anche Rimini, romanzo uscito nel 1985.
Qui sembra di trovarsi di fronte a un altro scrittore, molto più attento alla tecnica e sicuramente più classico nella narrazione. Narrazione che anticipa certi malvezzi della politica emersi poi qualche anno dopo – ricordate Mani Pulite? – ma che a lettura terminata mi ha lasciato un senso di incompiutezza e di occasione mancata.

Riconosco ad Altri libertini il merito di aver affrontato argomenti scomodi e di averlo fatto con un linguaggio nuovo e provocatorio. Rimini invece mi è parso un bell’esercizio di stile, forse anche un modo per affrancarsi da una scrittura “sporca”, ma sicuramente non indimenticabile.

Vino in abbinamento.
Ci sono vini che se avessi bevuto solo quindici anni fa avrei trovato buonissimi, quasi irresistibili. Vini che avrebbero colpito il mio palato da giovane e inesperto sommelier con la loro esuberante opulenza. Uno di questi sarebbe stato sicuramente Il Bruciato della Tenuta Guado al Tasso. Un classico taglio bolgherese di cabernet sauvignon, merlot e syrah. Un vino ottimo, tecnicamente ineccepibile anche considerando che ne vengono prodotte quasi 900mila bottiglie all’anno. Ma un vino che oggi non riuscirei proprio a bere.

 

Bottiglie nel tempo

Il solo modo di trovare una cosa è non cercarla. Occorre che quella cosa cerchi voi e vi trovi. Dunque il poeta è essenzialmente passivo, riceve, ringrazia, poi fa del suo meglio per ridurre tutto questo in parole.
(Jorge Luis Borges)

 

Sarà che sto invecchiando e sto diventando più saggio.
Oppure sarà che non riesco a tenere più certi ritmi di bevute.
Fatto sta che non riesco più ad affrontare batterie sterminate di vini; preferisco poche bottiglie, e soprattutto cerco di capire come cambiano ed evolvono dopo qualche giorno.

Non è solo un esercizio lezioso e fine a se stesso, ma permette di capire se un vino può sfidare ossigeno e tempo; e può riservare aspetti inaspettati.
Un piccolo lusso che tutti dovrebbero concedersi.

Non finire la bottiglia quindi; ma conservare un po’ di vino, tappare, mettere in frigorifero (anche se è un rosso non si offenderà) e dopo un paio di giorni vedere cosa è successo.
E, molto spesso, avere delle belle sorprese.
Perché molti vini non solo si conservano perfettamente, ma addirittura migliorano: regalando profumi e sensazioni che all’inizio non erano stati capaci – o non avevano voluto? – di concedere.

Mi è successo recentemente con una bottiglia rara e preziosa come il Clos La Néore 2013 di Edmond Vatan: in due giorni è passato dall’essere opulentemente smaccato al divenire un capolavoro di sottile e tagliente raffinatezza.
Ma accade spesso, sia con vini importanti e magari con un po’ di anni in cantina sulle spalle, sia con vini più semplici. Anche con gli spumanti.

Ormai siamo abituati a volere, e spesso ottenere, tutto subito; a cercare il risultato ad ogni costo; a non lasciare il tempo alle cose.
Al vino questo non piace.

Ci vogliono mesi affinché l’uva maturi e lo faccia bene; altri mesi perché l’acino diventi misto e poi vino; mesi se non anni perché il vino possa andare in bottiglia; anni di riposo in cantina.

Il vino, che è cosa viva, dopo essere stato svegliato piuttosto rudemente non può e non vuole esprimere il massimo delle sue potenzialità. Deve ambientarsi, capire dove si trova, passare dal vetro della bottiglia al cristallo del calice, stiracchiarsi un po’, respirare a pieni polmoni.
Poi, e solo poi, inizia a entrare in forma, a esprimere quelli che sono il suo vero potenziale e la sua vera natura. A regalare a chi ha saputo aspettarlo soddisfazioni ed emozioni.

Pensateci, la prossima volta che aprite una bottiglia.

Cristal? Biodinamico!

Ciò che qui bisogna comprendere è che il vivente non è che una somma di frequenze o di ritmi, è un mondo vibratorio.
(Nicolas Joly)

 

È stata da poco presentata la nuova annata di Cristal, la 2012.

Cristal è uno Champagne che non ha bisogno di presentazioni: prodotto a partire dal 1876 dalla maison Roederer, è una delle etichette iconiche non solo della denominazione ma del mondo del vino in assoluto, da sempre simbolo di lusso ed eleganza.

La 2012 – riporto dal sito dell’azienda – è stata un’annata difficile ma ottima, caratterizzata da basse rese e un ottimo livello di maturazione.

Ma non è questa l’informazione importante. Il millesimo 2012 passerà alla storia perché è il primo in cui la maison ha operato in regime biodinamico, segnando una vera e propria rivoluzione.

Il progetto è partito parecchi anni or sono, visto che la conversione in biodinamica richiede tempi lunghi, non fosse altro per il fatto che – la faccio breve, ripromettendomi di tornare sull’argomento in un prossimo post – occorre ripulire il terreno dalle sostanze nocive accumulate durante gli anni.

In Champagne, soprattutto per un’azienda di grosse dimensioni, questo percorso è reso ancora più difficile dal fatto che le uve provengono da tante vigne differenti, mettendo il produttore di fronte a una frammentazione difficile da gestire.

E anche se la maison non usa la parola “biodinamica”, preferendo parlare di “una nuova viticoltura che unisce l’Uomo e la Natura” si tratta di un evento epocale: un modo di concepire e fare vino quasi sempre caratterizzante un piccolo produttore artigianale, che invade un mondo dove regnano (o bisognerebbe dire regnavano?) business e tecnologia. Oltretutto in una regione come la Champagne, spesso e volentieri associata a una viticoltura di stampo prettamente industriale e dominata da aziende di grosse dimensioni.

Gli spunti, come capite, sono innumerevoli.

Mi soffermo però su un fatto: essendo il Cristal 2012 un vino realizzato in biodinamica, entra di diritto in quella grande – e indefinita – categoria dei vini “naturali”.

Vini che spesso e volentieri fanno storcere il naso a tanti professori, veri o presunti, che non perdono occasione per deriderli e sottolinearne i presunti difetti.

Aspetto quindi al varco qualcuno che affermi che il Cristal puzza…

p.s.: nessuna bottiglia di Cristal è stata (purtroppo) aperta per scrivere questo post.

Prosecco rosé

Premessa

Ormai da anni il Prosecco è diventato un fenomeno.
È di questi giorni la notizia che la produzione 2020 ha superato i 500 milioni di bottiglie. Più di mezzo miliardo: detto così fa sicuramente più effetto.

Ma la vera novità dell’anno appena trascorso è il debutto della versione rosata: dal 31 luglio scorso è stata infatti ammessa anche la denominazione Prosecco Rosé, annunciata anche da una campagna pubblicitaria che proprio in questi giorni coinvolge stampe e televisione.

Sebbene se ne parli – e se ne beva – molto, mi sono accorto che c’è grande confusione su questo vino: non solo tra i semplici consumatori, ma anche tra gli addetti ai lavori. Provo quindi a fare un po’ di chiarezza.
(Se sapete tutto sul Prosecco saltate i prossimi paragrafi e andate subito alle conclusioni.)

I dettagli

Innanzitutto esistono due denominazioni, una DOCG e una DOC.
Perché? Perché, per tutelare il nome Prosecco e per difenderlo dai tentativi di imitazione che il successo ha inevitabilmente scatenato, si è deciso di estendere l’area di produzione dalle originarie colline di Valdobbiadene (in provincia di Treviso) a tutto il Friuli-Venezia Giulia, visto che proprio vicino a Trieste esiste un piccolo paesino che si chiama Prosecco.

Abbiamo quindi due disciplinari, che presentano differenze sostanziali.

Il primo è quello relativo alla DOCG Conegliano-Valdobbiadene Prosecco.
Sono identificate 3 denominazioni: Conegliano Valdobbiadene Prosecco, Conegliano Valdobbiadene Prosecco frizzante, Conegliano Valdobbiadene Prosecco spumante. Alle versioni “spumante” possono essere aggiunte le menzioni “sui lieviti”, “superiore”, Rive” e “superiore di Cartizze”.
L’area di produzione è ristretta ed è limitata a soli 15 comuni.
I vitigni ammessi sono la glera, che deve essere utilizzata per almeno l’85%, a cui può essere aggiunto un 15% di verdiso, bianchetta trevigiana, perera e glera lunga. Solo se presenti storicamente nei vigneti sono ammessi pinot bianco, chardonnay, pinot grigio e pinot nero (gli ultimi due vinificati in bianco).
Le rese, cioè la quantità di uva che si può produrre, per ettaro sono fissate in 13,50 tonnellate per il Conegliano-Valdobbiadene Prosecco. Scendono a 13 e 12 tonnellate per ettaro rispettivamente per la menzione “Rive” e per quella “Superiore di Cartizze”.

Il secondo disciplinare riguarda la DOC Prosecco, e prevede 4 denominazioni: Prosecco, Prosecco spumante, Prosecco spumante rosé e Prosecco frizzante.
L’area di produzione è decisamente estesa, e comprende le province di Belluno, Padova, Treviso, Venezia e Vicenza in Veneto (mancano solo Rovigo e Verona) e quelle di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine in Friuli-Venezia Giulia (che sarebbe come dire tutto il territorio regionale!)
Anche per quanto riguarda i vitigni ammessi le maglie sono decisamente più larghe. Oltre al solito minimo dell’85% di glera, sono ammessi verdiso, bianchetta trevigiana, perera, glera lunga, chardonnay, pinot bianco, pinot grigio, pinot nero. Per la versione “rosé” la percentuale di glera può variare tra l’85% e il 90%, mentre la restante parte deve essere utilizzato il pinot nero, questa volta però vinificato in rosso.
Le rese per ettaro sono fissate a 18 tonnellate/ettaro per la glera, 13,5 tonnellate per il pinot nero.

E mi fermo qui, lasciando ai lettori più volenterosi la lettura dei disciplinari completi.

Conclusioni

Quindi sotto lo stesso nome convivono due denominazioni ben distinte.
Ed è proprio questo il problema.
Perché il consumatore medio – e non solo lui – non ha gli strumenti per distinguere tra le due.
(Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, il consumatore medio chiama Prosecco qualsiasi vino con le bollicine, sia esso Champagne o Franciacorta o quello-che-volete-voi.)

Capite bene che i due Prosecco presentano profonde differenze: storiche, territoriali, metodologiche.

Se guardiamo alla DOCG, siamo di fronte a un prodotto legato non solo a un territorio ben definito e con particolarità uniche, come ad esempio colline dalle forti pendenze, ma anche alle sue tradizioni, a un “saper fare” radicato da secoli, a una tradizione che ha saputo sfruttare le caratteristiche di vitigno e territorio.

La DOC è invece frutto di un’invenzione, un escamotage per salvaguardare la denominazione: soluzione che a mio parere è stata però peggiore del presunto male a cui voleva mettere rimedio, anche se i numeri sono tutti a favore di questa linea.

E la nuova versione rosé non fa che confermare il distacco da tradizione e territorio. Viene utilizzato un vitigno – il pinot nero – che sebbene presente in zona non si può certo considerare tradizionale; così come non è tradizione vinificarlo in rosso per poi aggiungerlo alla glera.

Insomma, è stato inventato un prodotto nuovo che sicuramente va incontro al mercato e che molto probabilmente accrescerà il successo del Prosecco.

Ma di quale Prosecco?

Esercizi di stile

Dopo il post relativo al parlare di vino (leggi qui) ho deciso di ripubblicare questo, scritto qualche anno fa. È un post a cui tengo molto, una provocazione che può aiutare a continuare a riflettere sul come raccontare il vino.

Nel 1947 Raymond Queneau scrisse un libro destinato a lasciare un segno, tanto da far sì che il titolo divenisse frase di utilizzo comune.
Esercizi di stile nasce da un’idea tanto semplice quando geniale: raccontare un episodio banale di vita quotidiana (un uomo incontrato su un mezzo pubblico e rivisto due ore dopo davanti a una stazione) in 99 modi differenti, giocando con la lingua e utilizzando una babele di figure retoriche, stili letterari, costruzioni sintattiche, giochi di parole…

Ovviamente ne caldeggio la lettura: per chi mastica poco il francese c’è l’ottima traduzione italiana di Umberto Eco, che conserva il testo a fronte. Ma non è del libro che voglio parlare.

In un blog che parla di vino e letteratura, Esercizi di stile è un formidabile spunto per giocare un po’, ma anche per riflettere su cosa e soprattutto come si scrive di vino.
Per cui – presuntuosamente autoreferenziale – ho preso la descrizione di un vino che scrissi qualche tempo fa (non perdete tempo a cercarla, non è quella la cosa importante) e mi sono messo a giocare.

Si tratta di un work in progress e le versioni sono molte di meno delle 99 di Queneau. Vogliono essere una provocazione e un punto di partenza per giocare e discutere, soprattutto sul come si parla di vino. E, in alcuni casi, anche un omaggio ad alcuni scrittori che amo particolarmente.

Quindi, se volete aggiungere ulteriori versioni a quelle che troverete di seguito, siete i benvenuti!

L’originale
Rubino dalle sfumature porpora. Naso deciso ed elegante che ben esprime il varietale del vitigno. Frutta dolce e polposa si intreccia a note speziate e a una mineralità di fondo che non cede mai. Leggere note tostate completano la tavolozza evidenziando liquirizia e una sfumatura di incenso. Il palato è ricco, molto saporito e di grande linearità, con una bella sapidità a integrare un’acidità da manuale. Chiude caldo e con precisi ritorni fruttati. Macerazione in acciaio, malolattica e affinamento in barrique e tonneau. Carré di agnello al timo.

Scheda Ais
Limpido, rosso rubino con sfumature porpora, consistente. Intenso, complesso, eccellente, fruttato, speziato, tostato, minerale, etereo. Secco, caldo, morbido, fresco, poco tannico, sapido, di corpo, equilibrato, intenso, persistente, fine. Pronto, armonico. 92.

 Antonio Albanese
È rosso.

James Joyce
Se solo me ne avesse lasciato un sorso di quel vinello foresto che si è scolato con le costolette di agnello e che brillava rubino nei bicchieri che mi aveva regalato la zia Dolores quando stavamo a Gibilterra e Poldy era ancora quell’uomo deciso ed elegante che mi ha fatto innamorare e che a tutti gli appuntamenti si presentava con un mazzo di fiori e sempre dico sempre della frutta dolce e polposa i cui effluvi si mescolavano alla sua pelle che sapeva di pepe e incenso e pietra bagnata e ricordo quell’alito che rinfrescava con pastiglie di liquirizia per nascondermi che aveva fumato ma io lo baciavo e li ricordo quei baci e la sua lingua calda e salata che mi esplorava tutta la bocca e sentivo il suo sapore misto di acciughe e fiori di campo.

Edonistico
È buono!

Alessandro Baricco
Era sempre rosso in viso.
Un rosso quasi rubino, con delle sfumature porpora a conferirgli un’insolita giovinezza.
Ma era il profilo a renderlo interessante.
Quel naso deciso.
Elegante.
Così tipico della sua razza che non potevi sbagliarti.
Sulle gote la pelle lucida come metallo che pareva una pesca matura e succosa.
La scia del suo dopobarba. Incenso. Vetiver. Aghi di pino.
La sua voce calda.
Il suo modo di parlare. Sempre diretto. Sprezzante. Tagliente.
E quel modo di tagliare l’agnello. E poi di mangiarlo.
Inconfondibile.

Anagrammi
Deambulata freni porro pus urlo. Dipendendo elemosine noi rieleggereste sbatacchiavate ville. Eccellereste infezioni paracadutata posto stipo adenoidi fulminee ho ne nei raccomandata. Eleggerà lo otto scampanellavate un tetto zonzo idealizzando iniqui veri adescata fermi un suino. Deraglerei otto pistilli polo raccomandata rioni abdicata nel pulsino iene lui madida tracannata urge. Accucciando definirei hotel riporti trust. Camiciaia noi affaticare eminente coerenza equini non traballata uomo. Araldica grillo monte.

Haiku/1
Freddo rubino
Variata tavolozza
Agnello cotto

Haiku/2
Pietra bagnata
Sorso fatto spirito
Calda freschezza

Haiku/3
Bel varietale
Polposa liquirizia
Barrique e tonneau

Luca Maroni (non posso proprio esimermi!)
Rubino è abito visivo esemplare della sua concentrazione totale. Incommensurabile nella potenza in dolcezza della confettica albicocca sua. Confettica giacché di dolcezza esondante del pari della suadentissima glassa del confetto in Sulmona. Capolavoro assoluto di viticoltura cremosa, polposa, di potenza e viscosità definitivamente, compiutamente imperiosa. Natura e uomo qui inscindibilmente, frutto speziosamente, clorofillosamente avvinti. Non una macchia, un’alterazione, una pausa od un neo nell’emissione, non un vizio od un aspetto perfettibile nell’effusione, con la risultante che è una performance sensoriale di perfetta souplesse olfattiva e palatale. Uno fra i vini più ricchi equilibrati e nitidi che ho mai avuto l’onore di incontrare. Pura clorofilla di nerissima uva e del più candido rovere d’elevazione che ci sia. Con il suo distillato di ricchissimo frutto che ha la dolcezza del burro di cacao e la polposità sublime della purea della polpa delle more. Un capolavoro anzitutto viticolo, quindi enologico, con un filologico, tecnico rispetto di codesta stupenda forza della natura.

Wine Spectator
Bursting with sweet cherry and blackberry, licorice and spice flavors. Ripe, dense, balanced, full bodied red, show the structure to age. Best from 2015 through 2020.

Lipogramma in “a”
Rubino con toni vermiglio. Profumo deciso e distinto che ben esprime il genere del vitigno. Frutti dolci e polposi si uniscono con note pungenti e pietrose che non cedono per niente. Leggere note fumose rifiniscono il dipinto mettendo in luce stecco nero e soffi di incenso. Il sorso è ricco, molto gustoso e rettilineo, con un belle note di cloruro di sodio che sostengono un brusco libresco. Chiude cocente e con precisi ritorni del frutto. Unione di bucce ed essenze in inox, riduzione del brusco fisso e riposo in botti di 225 e 500 litri. Lombo di montone con timo.

Lipogramma in “e”
Rubino con sfumatura porpora. Naso risoluto, raffinato: un paradigma. Frutta amorosa, polposa, abbraccia profumi di fragranza unita a una rocciosità di fondo mai doma. Sottili soffi tostati chiudono la tavolozza dando risalto a liquirizia con una sfumatura di olio aromatico. Il palato si dimostra ricco, molto saporito, di ampia uniformità, con una magnifica sapidità a dar supporto a un’acidità didascalica. Chiusura calda, con giusti ritorni fruttati. Contatto buccia/polpa in acciaio, fa la malolattica poi affina in botti da 225 o 500 litri. Costata di cucciolo ovino al timo.

Lipogramma in “i”
Rosso gemma dalle sfumature porpora. Naso tosto ed elegante che ben racconta la razza dell’uva. Frutta dolce e polposa è fusa a note drogate e sassose che perdurano salde. Leggere note tostate completano la tavolozza regalando tubero scuro e una sfumatura sacra. La bocca è opulenta, molto gustosa e presenta grande coerenza, con una bella nota salata a sostenere una freschezza da manuale. Occlude caldo e con un netto retrogusto fruttato. Macera nel metallo, perde la nota fresca e matura nel legno angusto e tonneau. Carré dell’agnello all’arbusto odoroso.

Lipogramma in “o”
Pietra vermiglia dalle sfumature cardinalizie. Fragranza decisa ed elegante che ben esprime il varietale dell’uva. Frutta amabile e densa si intreccia a richiami speziati e a una mineralità di base scevra da cedimenti. Leggeri cenni bruciati a chiudere la palette, mette in evidenza liquirizia e una sfumatura di spezia sacra. La tessitura gustativa è ricca, estremamente stuzzicante e di grande linearità, presenta una bella sapidità a integrare un’acidità da manuale. Chiude bruciante e dai precisi rimandi fruttati. Macera in vasche metalliche, perde acidità e affina in barrique e tini da 500 litri. Carré di bebè di ariete alla spezia lamiacea.

Lipogramma in “u”
Rosso pietra dai riflessi porpora. Naso deciso ed elegante che ben esprime il varietale del vitigno. Ovarie delle angiosperme dolce e polpose si intrecciano con note speziate e con la mineralità di fondo che non cede mai. Leggere note tostate completano la tavolozza evidenziando radice nera e soffi di incenso. Il palato è ricco, molto saporito e di grande linearità, con la bella sapidità a integrare l’acidità paradigmatica. Termina caldo e con precisi ritorni di ovario delle angiosperme. Macerazione in acciaio, malolattica e affinamento in botti piccole e da 500 litri. Carré di agnello al timo.

Istruzioni per degustare il vino (omaggio a Julio Cortázar)
Procuratevi le seguenti cose: una bottiglia, un cavatappi, un bicchiere. E degli amici, che è triste bere il vino da soli.
Tenendo ben salda la bottiglia e utilizzando il cavatappi, apritela e versatene un po’ del contenuto nel bicchiere. Non troppo, però, diciamo sufficiente a riempirne la quarta o la quinta parte.
Impugnate ben saldo il bicchiere e guardate il vino: la limpidezza, le sfumature di colore. Poi ruotatelo leggermente, osservate le lacrime e gli archetti che si formano sulle pareti e valutate la consistenza del vino.
Ora avvicinate il calice al naso e inspirate. Poi allontanatelo, fatelo ruotare (poco, per carità, non è una lavatrice) e riavvicinatelo alle narici. Ripetete l’operazione più volte a intervalli regolari e annotare i profumi che percepite.
È arrivato il momento di assaggiare il vino. Prendetene un piccolo sorso, fatelo vagare per il vostro cavo orale, quasi a perdersi, e poi deglutitelo. Percepirete lo zucchero (ammesso ci sia), l’alcol, la morbidezza, l’acidità, il tannino e la sapidità. Poi valutatene la persistenza e la qualità.
Mettete tutto assieme e date un giudizio complessivo e, se proprio dovete, anche un voto.
Poi dimenticate tutto quello scritto sopra e godetevelo.

Di cosa parliamo quando parliamo di vino

“Uno può vivere tutta la vita osservando le regole e poi a un certo punto non conta più un accidente.”
(Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore)

 

Chi mi conosce sa che amo i racconti.
Li amo perché nella loro apparente semplicità riescono a condensare storie, emozioni, caratteri.
Mi è venuto in mente il titolo della raccolta più famosa di Raymond Carver, un maestro del genere, quando ho iniziato a scrivere questo post.

Da più di dieci anni parlo di vino e insegno a degustarlo; utilizzando la didattica Ais, con la quale mi sono formato.
E non la rinnego, anzi. È quella che mi hai insegnato a riconoscere, apprezzare, raccontare il vino. È quella che pratico quando faccio lezione e che ormai automaticamente e quasi inconsciamente uso per capire un vino.
Ma è bello, e soprattutto utile, confrontarsi con altre visioni: ragione per cui continuo a leggere, approfondire, curiosare.
Per osservare come gli altri parlano di vino.

Negli ultimi mesi ho intensificato le letture per conoscere e capire come gli altri vedono e raccontano il vino: ne parlerò prossimamente, ora il punto è un altro.
Perché mi sono ormai reso conto che molto spesso quando raccontiamo il vino non è del vino che parliamo.

Dico sempre ai miei allievi che sono due le cose da chiedersi prima di iniziare a parlare di vino: innanzitutto a chi si sta parlando e, solo dopo, cosa si ha nel calice.

Invece molto spesso il protagonista della degustazione il degustatore: che trasforma quello che dovrebbe essere un momento formativo in uno show personale, dove inculcare le proprie idee e spesso per far emergere le proprie doti istrioniche, vere o presunte.
Con ciò non intendo dire che chi parla di vino debba essere un asettico ripetitore di nozioni – ci sono anche quelli, ma cadiamo in altre patologie – bensì che spesso e volentieri il vino da protagonista diventa comprimario.

Quindi, di cosa parliamo quando parliamo di vino?

Anche senza volerlo, parliamo di noi stessi. Ogni vino che degustiamo passa anche attraverso il filtro delle nostre esperienze, dei nostri gusti, dei mezzi culturali che utilizziamo per parlarne. È il nostro stile che, ribadisco, deve essere al servizio del racconto e non esserne il protagonista.

Parliamo a volte del territorio, di dove il vino nasce, del clima e della composizione del terreno, dell’andamento delle differenti annate. Correndo il rischio di apparire più geologi o meteorologi: e il baratro del tecnicismo è lì, a pochi passi.

O possiamo raccontare vitamortemiracoli del produttore, talvolta sfociando nell’agiografia.  Perché se è vero che un vino riflette la personalità di chi lo produce, questa non deve prevalere. Così come non deve essere eccessiva l’aneddotica, che al nostro pubblico sapere che abbiamo cenato con questo o quel produttore aprendo chissà quali mirabolanti bottiglie non è che interessi poi molto.

O magari indugiamo in paragoni e iperboli – ora vanno molto di moda quelli aerospaziali o “esplosivi” – che anziché esaltare le caratteristiche del vino lo uniformano e appiattiscono.

Oppure – orrore! – ripetiamo una trita filastrocca fatta di “si presenta”, “lacrime e archetti”, “secco-caldo-morbido” e via discorrendo che renderebbe noioso anche il più seducente degli Champagne.

Ancora, sfoggiamo un’erudizione che anziché essere al servizio del racconto diventa sterile sfoggio di cultura: arrivando a confondere, se non ad annoiare, chi ascolta.

Riassumendo.

Parliamo di tante cose, a volte troppe. E corriamo il rischio di far sparire il vino dietro le tante, troppe parole dettate dal nostro ego, dalla nostra voglia di apparire o – ed è purtroppo la maggioranza dei casi – l’incapacità di parlare di vino.

Tornando a Carver, il bravo comunicatore del vino dovrebbe imparare a nascondersi tra le parole, quasi ad annullarsi. E lasciare che sia il linguaggio chiaro e solo apparentemente semplice a farri tramite tra il vino e chi ha voglia di capirlo e apprezzarlo.

Champagne discount

“Lo Champagne aiuta la meraviglia.”
(George Sand)

 

Il mio amico Carlo per lavoro calcola i prezzi.
E quando ci troviamo a condividere qualche bottiglia facciamo un gioco: chiederci quanto saremmo stati disposti a pagarla.
Perché il vino è poesia, storia, cultura. Ma è anche lavoro e impresa e chi lo produce (ma anche chi lo vende o lo racconta) ci deve campare.

Ho pensato a Carlo e al nostro gioco quando ho assaggiato una vino salito agli onori della cronache dei social qualche settimana fa, quando un’instagrammer ha lanciato la provocazione. Provocazione raccolta da molti e che faccio, seppur in ritardo, mia.

Il vino in questione è uno Champagne, che sugli scaffali della LIDL era in offerta a 10 euro e 99 centesimi. Un prezzo decisamente allettante, che ha indotto molti all’acquisto. (Per onor di cronaca la bottiglia generalmente viene venduta a 16 euro e spicci).

Lo Champagne si chiama Comte de Senneval ed è prodotto dalla Maison Burtin, azienda del gruppo Lanson. Tecnicamente Burtin è un MA, cioè una Marque Auxiliare (o d’Acheteur), un’azienda che si fa produrre il vino da terzi e poi lo commercializza col proprio marchio, spesso nella grande distribuzione.
Fatto questo che giustifica il prezzo decisamente competitivo e allettante.

L’etichetta, oltre a dirci che si tratta di un brut con il 12.5% di alcol, non fornisce troppe indicazioni: manca la data di sboccatura, fondamentale per capire se stiamo acquistando uno Champagne ancora vivo e fresco oppure un prodotto che è rimasto troppo tempo nei magazzini o – peggio ancora – sullo scaffale, e che il supermercato ha necessità di vendere quanto prima. Un “1803” in retroetichetta potrebbe far pensare al marzo 2018, ma non ne ho certezza.

Ma l’hai assaggiato? sento che chiedono i miei lettori.
Certamente, e non mi è piaciuto.

Il colore non era invitante: privo di luminosità nonostante una buona presenza di bollicine, e tendente a un paglierino scuro, possibile indicatore di una leggera ossidazione.
Avvicinando il calice al naso sono stato letteralmente aggredito da una pungenza eccessiva che me l’ha immediatamente fatto allontanare. Superato questo impatto poco da segnalare: una leggera ossidazione, un po’ di frutta e stop.
L’assaggio conferma le note ossidate ricorda una limonata gasata lasciata però all’aria per giorni.
Sarò snob e ho anche la fortuna di essere ben abituato, ma non sono riuscito a finire neanche il calice.

Quali sono le conclusioni che si possono trarre da questa esperienza?

La prima.
Un neofita, attratto dal prezzo, si troverà di fronte a un vino che non rappresenta affatto il territorio e la tradizione dello Champagne; e ne rimarrà sicuramente deluso. (Cosa che avviene anche con certi Barolo o Brunello spesso svenduti sugli scaffali di supermercati o autogrill).

La seconda.
Con gli stessi 11 euro, sempre nella grande distribuzione e spesso anche in offerta, si possono acquistare dei discreti Franciacorta, Trento o – perché no – un Cava, anche di produttori blasonati. Avendo l’opportunità di bere dei vini che rappresentano sicuramente di più la storia e il luogo dove vengono prodotti.
E magari scatterà quel pizzico di curiosità che farà avvicinare il consumatore poco esperto a etichette più importanti.

Banalità

“Tu inventa quello che ti va
Vedrai che a loro a loro basterà
Tanto alla fine resta la
Banalità, banalità”
(Daniele Silvestri, Banalità)

 

Tra i tanti volti noti scomparsi nel 2020 c’è stato Philippe Daverio, grande esperto d’arte, grande comunicatore e anche grande appassionato di enogastronomia. La definizione di dandy gli sarebbe calzata a pennello: per il suo saper vivere e per il suo anticonformismo, evidenziato da un abbigliamento che sapeva sfoggiare con grande disinvoltura nonostante un fisico non proprio slanciato. Perché il dandy è chi, nonostante uno stile di vita eccentrico e sopra le righe, non appare mai ridicolo ma riesce anzi ad assurgere a modello.

Visto che nulla accade per caso, quasi contemporaneamente alla scomparsa di Daverio mia sorella, attratta dalla recensione apparsa sul supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore, mi regala un libro scritto da Giovanni Giaccone e che si intitola Dandismo alcolico (sottotitolo Meditazioni sul bere consapevole).

Il titolo mi piace, la recensione è entusiasta, l’edizione curata: non mi resta che leggerlo, carico di aspettative.

Aspettative che rimangono deluse dopo poche pagine. Scrittura sciatta, punteggiatura e virgolette buttate a casaccio, editing inesistente. E i contenuti? Una sequela di banalità da discorsi in cosa alla posta. Banalità che non vengono salvate neanche dalle tante – troppe – citazioni di Gino Veronelli e Mario Soldati.

Insomma, un tentativo di semplice divulgazione che si trasforma in triste approssimazione.

E il dandy? Il dandy, per sua natura, non si abbassa al volgo, semmai col suo esempio cerca di innalzarlo. E lo fa con ricercata eleganza, curando il particolare ma sempre attento alla sostanza, senza la quale tutta la sua sofisticata impalcatura crollerebbe miseramente.

Oscar Wilde, il prototipo del dandy, disse una volta “Ho lavorato tutta la mattina alla bozza di uno dei miei poemi, e ho tolto una virgola. Al pomeriggio l’ho rimessa.” Senza arrivare a questo estremismo provocatorio, è una frase che chiunque abbia velleità di scrittura dovrebbe avere impressa nella memoria. Altrimenti non c’è dandismo che tenga.

Vino in abbinamento.
Il dandy non ha bisogno di ostentare ciò che beve, perché ha classe a sufficienza per elevare (quasi) tutto ciò che porta alle labbra. E allora anche un vino giovane e fresco potrà portare godimento. Il segreto, che il vero dandy e il vero sommelier dovrebbero conoscere è berlo al momento e soprattutto con la compagnia giusta.

I Magnifici Dieci

Non mi sono mai cimentato in classifiche, anche se confesso che le leggo sempre: mi divertono e rappresentano spesso un ottimo spunto di riflessione e discussione.

Ma c’è sempre una prima volta e in quest’anno strano ci ho provato: riprendo quindi le pubblicazioni sul blog proprio con l’elenco ragionato(?) dei migliori 10 vini che ho bevuto nel 2020.

So che non vedete l’ora di sapere quali sono, ma prima una piccola precisazione. Ho scritto “bevuti” e non “assaggiati”: la differenza non è così sottile e anche se non comporterebbe uno stravolgimento dell’elenco, sicuramente lo modificherebbe.

E ora eccoli, i magnifici 10, in rigoroso ordine alfabetico: è già stato difficile selezionarli: metterli anche in ordine di preferenza sarebbe stata impresa fuori dalla mia portata.

Ar.Pe.Pe – Valtellina Superiore Sassella Riserva Rocce Rosse 2001
Il colore che ti fa rimanere incantato a fissare il calice.
Il naso che sussurra ma lo fa interminabilmente: sempre e solo cose belle.
Il sorso che vibra, seduce e ti accompagna per ore.

Cantina Terlano – Alto Adige Terlano Vorberg Riserva 2002
Il miglior vino bianco italiano, in forma smagliante.
Serve aggiungere altro?

Cascina Val del Prete – Roero Vigna di Lino 2015
Elegante. Sapido. Equilibrato. Dissetante.
La paradigmatica essenza del Roero.

Marco De Bartoli – Terre Siciliane IGT Grillo 2014
Il tramonto sul mare racchiuso in bottiglia.

Haderburg – Alto Adige Metodo Classico Hausmannhof Brut Riserva 2009
I paragoni si potrebbero sprecare, e anche importanti.
L’oro predomina, e non solo nel colore.
Un fresco incendio dei sensi.

Le Piane – Boca 2006
Vino sfarzosamente poliedrico, che sorprende di minuto in minuto, di ora in ora, di giorno in giorno.
E non esagero: uno dei pochi vini che non teme di sfidare il tempo a bottiglia aperta.

Masi – Vino da Tavola Bianco Campociesa 1970
Una reliquia.
Un recioto che ha conservato intatte forza ed eleganza, impreziosite da una fascinosa patina fané.

Poderi Colla – Langhe Bricco del Drago 2005
Il territorio declinato in tutte le sue forme possibili.
È un dolcetto, ma non ditelo a nessuno.

Produttori del Barbaresco – Barbaresco Montestefano Riserva 2008
Considero Montestefano il cru più tipico di Barbaresco: questa bottiglia ne è l’essenza più profonda.
La terra che si fa frutto e calore.

Zidarich – Venezia Giulia IGT Vitovska “V Collection” 2009
Da un paesaggio dominato dalla roccia un vino che pare esserne una spremuta.
Vibra, ristora, rinfresca.
Il godimento che si fa conforto.

Post Scriptum polemico: tra questi vini alcuni potrebbero essere definiti “naturali”. Sarebbe bello, ovviamente alla cieca, che qualche professore vero o presunto sapesse indicare quali.