Di acqua e di vino

 

Quelli che scrivono con chiarezza hanno dei lettori, quelli che scrivono in modo ambiguo hanno dei commentatori.
Albert Camus

 

Oltre che di Fedez, in questi giorni si è parlato molto del fatto che la Comunità Europea concedesse la possibilità di aggiungere acqua al vino. E come sempre accade – per lo meno quando si parla di vino, non so se lo stesso valga per Fedez – in giro c’è tanta, troppa, confusione. Anche perché ad occuparsi della notizia sono spesso giornalisti non specializzati.

Cosa è successo?
È successo che in sede di commissione europea si sta studiando l’opportunità di permettere ai produttori di dealcolizzare il vino: sia per ridurre i volumi alcolici sempre più alti che le temperature elevate comportano, sia per offrire al consumatore un prodotto più “light”.

Non entro nel merito della questione: questa non è la sede e non ne ho le competenze. Vi invito però a leggere il commento di Michele Serra su “L’amaca” dell’8 maggio scorso (lo trovate su questa pagina Facebook ).

La cosa che mi preme sottolineare è che nessuno, né in sede europea né in Italia, ha mai parlato di allungare il vino con l’acqua.
Ma, misteri del giornalismo non specializzato e ricerca del sensazionalismo, l’orrore del vino annacquato ha invaso il mondo del vino, suscitando reazioni più o meno sdegnate, dibattiti e anche gli inevitabili meme.
Tanto rumore per nulla, direbbe il Poeta: da Bruxelles e dal Ministero delle Politiche Agricole sono subito arrivate le smentite (ovviamente riportate con molto meno clamore della prima notizia) e soprattutto la precisazione che nessuno ha mai parlato di aggiungere acqua al vino.

Spero vivamente – pia illusione, la mia – che gli estensori di questi articoli finalmente si documentino: verranno tra l’altro a conoscenza del fatto che già adesso il vino è composto per almeno l’85% di acqua.

L’apparenza non inganna

 

L’eleganza è quella qualità del comportamento che trasforma la massima qualità dell’essere in apparire.
Jean-Paul Sartre

 

Il Roero è una terra a cui sono particolarmente legato; per ragioni di sangue, visto che i miei nonni materni erano originari di questa zona.
E, proprio per ragioni di appartenenza, ho avuto modo di viverlo, soprattutto in gioventù, quando almeno un mese delle vacanze scolastiche passava tra le rocche, i castagneti e le (allora poche) vigne.

Perché la vite, presente da sempre in quest’area, non è mai stata monocultura come in altre zone, condividendo spazi e paesaggi con frutteti e boschi.

Il Roero si trova sulla sinistra idrografica del fiume Tanaro (che lo separa dalle Langhe) e la pianura di Carmagnola, in un territorio dal suolo prevalentemente sabbioso: qui sino a 2 milioni di anni fa c’era il mare, e i fossili che ancora adesso si trovano nelle vigne ne sono dimostrazione lampante. Ma tutta la zona presenta una complessità geologica molto maggiore, passando dal gesso all’argilla per arrivare alle marne.

Se a questo aggiungiamo un clima unico, caratterizzato dalla quasi totale assenza di riserve idriche, dalla poca piovosità e da forti escursioni termiche, si capisce bene che ci trova di fronte a un territorio dalle caratteristiche praticamente irripetibili.

Così come è quasi unica la presenza di due vitigni, uno a bacca bianca e uno a bacca nera, che sanno esprimere entrambi vini di elegante personalità: arneis e nebbiolo.

Ottenuta la DOC nel 1985 e la DOCG nel 2005, l’ultima rivoluzione normativa roerina è datata 2017: oltre a essere state introdotte 135 Menzioni Geografiche (terza zona in Italia dopo Barbaresco e Barolo) è stata data la possibilità di non menzionare la parola Arneis per indicare il Roero bianco – scelta molto coraggiosa – e, sempre per la versione in bianco, l’introduzione della menzione “Riserva”, atta a raccontare e valorizzare il potenziale evolutivo dell’uva arneis.

Per comunicare tutto questo il Consorzio di Tutela del Roero ha deciso di creare quattro etichette che andranno a vestire le bottiglie istituzionali: il Roero bianco, il Roero e le due versioni Riserva.

 

Presentate a inizio 2021, sono state rilanciate lo scorso 22 aprile durante un webinar dal titolo “Roero DOCG: arte, territorio e cultura”.

Opera dell’artista Feny Parasole, originaria di Bra e nota a livello internazionale, e realizzate dallo studio torinese Labelcinque, le quattro etichette richiamano sia la vite, con il tralcio stilizzato delle versioni Riserva, ma soprattutto il territorio: c’è il bianco del terreno, l’azzurro dell’antico mare, il giallo e il rosso dei vini.

Ma oltre che evocative le etichette a parer mio sono molto belle, eleganti e leggiadre: come molti dei vini prodotti nella zona.

E se il loro scopo è quello di attirare l’attenzione e soprattutto essere ricordate, direi che l’obiettivo è stato centrato in pieno.

Della fatica di vivere

 

Il problema è stato: troppo gin, troppo fumo, troppe cagate di tutti i tipi. Così mi preparo un cocktail e mi accendo una sigaretta.
John Cheever

 

Confesso di avere un debole per i racconti.
Mi affascina la completezza che riescono a esprimere in poche pagine, la loro sintesi che non tralascia però nessun particolare.

John Cheever è stato un grande scrittore, soprattutto di racconti. Opere in cui racconta, con una sorta di benevola spietatezza, la borghesia americana di provincia.

Di Cheever ho da poco terminato di leggere i suoi diari, pubblicati in Italia col titolo Una specie di solitudine (l’originale inglese si intitola più prosaicamente The journals of John Cheever).
È stata una lunga lettura, durata alcuni anni: non tanto per le 500 pagine del volume, ma perché si tratta di un libro estremamente denso e doloroso, difficile da leggere non per lo stile sempre preciso seppur venato di grande lirismo, ma per i temi che tratta.

In questi diari Cheever si mette completamente a nudo, raccontando le sue debolezze, i suoi tanti momenti di crisi e sofferenza, i pochi giorni felici. I temi sono spesso scabrosi, soprattutto se si considera che i diari vennero scritti tra la fine degli anni ’40 e il 1982: alcolismo, impotenza, omosessualità, frustrazione.

Cheever li affronta con lucidità, con una visione che passa dalla sofferenza interiore a una chirurgica analisi esterna. Il tutto con una scrittura sempre al servizio della chiarezza e mai compiaciuta, seppure di grande potenza evocativa.

Ci ho messo tanto tempo per leggerlo, dicevo.
Non solo per il dolore che a volte impediva di proseguire la pagina, ma soprattutto per le riflessioni che ogni singola pagina impone.
Riflessioni che alla fine ci fanno scoprire che non siamo né migliori né peggiori degli altri. Ma che abbiamo tutti dei demoni che ci abitano.
E che forse raccontarli serve: se non a farli fuggire, almeno a esorcizzarli.

Vino in abbinamento
Come la lettura, anche la scelta del vino è stata lunga e sofferta. Il vino è gioia, condivisione, spensieratezza: aggettivi che stridono se affiancati al libro di Cheever. Ho deciso quindi di prendere un’altra strada, di scegliere un vino che potesse accompagnare la lettura anche per molti giorni, addirittura mesi. E ho scelto un Madeira, che per le sue caratteristiche può durare nel tempo anche a bottiglia aperta per lunghi periodi, accompagnando senza cedimenti la lettura.

I vini che non capisco

 

Se ti droghi ti capisco, perché il mondo fa schifo. Se non lo fai ti ammiro, perché sei in grado di combatterlo.
Jim Morrison

 

Ho la fortuna di poter assaggiare tanti vini. E anche la presunzione di essere ormai in grado di giudicare quando un vino è fatto bene e quando non lo è.
Ma ci sono dei vini che, seppur fatti bene – anche molto bene – non riesco a capire e ad apprezzare.

Sono vini che ho incrociato spesso e che, come sempre faccio, ho giudicato senza pregiudizi. Spesso, anzi, mi è capitato di degustarli alla cieca.
Sono vini unanimemente osannati da critica e pubblico: le classiche bottiglie che mettono tutti d’accordo.
Sono vini che non si possono neanche inquadrare in una precisa categoria, perché si va dal bianco al rosso, dal nord al sud, dal grande produttore e piccolo artigiano, dal vino convenzionale a quello “naturale”.

Faccio tre esempi, omettendo il nome: non per mancanza di coraggio ma per una sorta di etica personale. Se poi non potete vivere senza sapere quali sono, scrivetemi e (forse) vi risponderò.

Il primo è l’essenza del vino contadino: un rosso il cui nome evoca il mito e l’artigianalità. Poche e costose bottiglie, difficili da trovare e venerate quasi come reliquie.
Ne avrò assaggiate una decina: annate diverse, da quelle più datate a quelle più recenti. E non ho mai trovato un vino pulito, preciso, coinvolgente. Sempre qualche difetto, più o meno evidente. Anche aspettando con religiosa pazienza qualche ora o addirittura qualche giorno. Sfortuna? Può essere. Nel dubbio riproverò.

Il secondo è sempre un rosso, figlio di un territorio stretto tra mare e montagna. Chi lo produce è stato pioniere del biologico prima e del biodinamico poi, con grande rispetto della terra e dell’uva. Il vino è caldo, ricco, denso. Troppo per il mio gusto, che non disdegna le emozioni forti ma che rifugge i frappè alcolici. Che la confettura la preferisco spalmata sul pane e non colata in un bicchiere.

Il terzo è un vino che piace proprio a tutti: perché è fatto per piacere a tutti. Uno dei passiti italiani più celebrati. Un vino che ti seduce appena lo avvicini al naso, che ti promette sorsi e sorsi di assoluto godimento. Ma, appena lo assaggio, mi induce a cercare altro: troppa materia, troppo alcol, troppa glicerina. Quella che non è troppa, e che anzi manca, è la freschezza, che lo renderebbe sì bevibile all’infinito.

Gusto personale? Certo.
Snobismo? Forse.
Ma anche una ricerca altrettanto personale che dopo anni di assaggi mi ha portato a privilegiare, oltre alla pulizia, una piacevolezza fatta di bevibilità ed equilibrio, di leggiadria e sapore.
E che rifugge da una certa omologazione che, su piani molteplici e differenti, spesso infetta molti produttori.

Alla ricerca della felicità

 

Densamente spopolata è la felicità.
(CSI, Bolormaa)

 

Tra i tanti allievi che hanno accompagnato i miei ormai dodici anni di docenza Ais, qualcuno è rimasto impresso più di altri.

Uno di questi spiccava non solo per il suo abbigliamento elegantemente fuori dagli schemi e per la gentilezza nei modi, ma anche per una sorta di inquietudine che traspariva dai sui occhi.

Anche se con lunghe pause, sono sempre rimasto in contatto con Paolo Bonesso durante i suoi numerosi girovagare per il mondo.
Ultimamente, grazie a una comune amica, ho avuto modo di rivederlo e di condividere con lui qualche bottiglia. E ho scoperto che ha al suo attivo ben due romanzi.
Il secondo si intitola Le felicità nascoste e ha come sottotitolo Memorie involontarie di un bevitore di vino.

La sinossi del romanzo è semplice: un uomo giunto al suo centesimo compleanno rievoca, grazie a delle bottiglie di vino, episodi e persone del suo passato.

Ma il libro è decisamente più ricco e denso del mio scarno riassunto.

Innanzitutto è doveroso precisare che non parla di vino, ma che il vino è un semplice pretesto, visto che si sarebbe potuto tranquillamente ricorrere a una canzone, a un film, al colore di un tramonto, alla forma di una foglia.

Il libro è denso e doloroso, con un respiro a tratti profondo e disteso e a tratti veloce e quasi affannoso.
I personaggi che lo popolano – alcuni scavati nel profondo, altri solo abbozzati – riescono comunque tutti vivi e ci troviamo a vivere e soffrire con loro, quasi li avessimo conosciuti anche noi. E Paolo li accompagna con una scrittura sempre precisa, a volte secca e quasi scarna, a volte più ricca e poetica.

Ma soprattutto Paolo racconta se stesso, le sue emozioni, le sue (tante) malinconie, i suoi rimpianti e i suoi istanti felici. E questo suo mettersi a nudo, oltre a essere coraggioso, è impreziosito dalla prosa, emozionata ma sempre controllata.

Il vino, da pretesto narrativo, a fine lettura diventa quasi necessario per cercare consolazione e oblio. E magari per aiutare anche noi a ricordare.

Vino in abbinamento
Che vino abbinare a un libro che ha il vino come filo conduttore? Sicuramente un vino della memoria, un vino che ci porta alla mente il passato o delle consuetudini ancora vive, una sorta di madeleine alcolica. Io non scelgo un vino bensì un vermouth: il Punt e Mes che mia nonna mi offriva immancabilmente – e sempre meno diluito con acqua man mano che crescevo – ogni volta che andavo a trovarla.

Steven Spurrier, il visionario che cambiò la storia del vino

 

Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia.
(Erasmo da Rotterdam)

 

Ci sono pochi uomini che possono vantare di aver cambiato la storia del vino. Uno di questi è sicuramente Steven Spurrier, che ci ha lasciati esattamente un mese fa, lo scorso 9 marzo.

Nato a Cambridge nel 1941, dopo essersi laureato alla London School of Economics e nel 1965 entra nel mondo del vino come apprendista presso il più antico mercante di vino londinese.
Nel 1970 si trasferisce a Parigi, dove rileva una piccola enoteca. La sua Les Caves de la Madeleine è subito innovativa: ai clienti vengono proposti i vini in degustazione prima del loro acquisto.
Nel 1973 fonda L’Academie du Vin, la prima “scuola del vino” privata in Francia.
Nel 1988 torna nel Regno Unito, occupandosi di consulenze e scrivendo di vino, come editor di Decanter e come autore di numerosi testi divulgativi, attività che ha proseguito sino alla sua scomparsa.
Dal 2001 produce anche spumante nel Dorset, con l’etichetta Bride Valley.

Ma la storia di Steven Spurrier è indissolubilmente legata a una data: 24 maggio 1976.
Quel giorno, passato alla storia come Le jugement de Paris, vide sfidarsi in una degustazione alla cieca 6 cabernet e 6 chardonnay californiani contro 4 Bordeaux e 4 Borgogna bianchi. A prevalere furono due vini californiani: il cabernet Stag’s Leap Wine Cellar e lo chardonnay Chateau Montelena.
Ma la vera vincitrice fu la viticoltura californiana, che da quell’evento prese lo slancio per una crescita letteralmente esponenziale e da quel giorno in poi la storia e la geografia del vino non furono più le stesse.

Basterebbe un evento di questa portata per giustificare una carriera: ma tutta la vita professionale di Spurrier è stata segnata da una forza visionaria con pochi uguali.

Se a soli 35 anni, in un mondo come quello del vino con forte tendenza alla gerontocrazia, aveva concepito e realizzato un evento di portata unica ed enorme, anche prima Spurrier non aveva scherzato. Oggi le degustazioni in enoteca oggi la norma, ma non lo erano di sicuro nel 1970, così come negli stessi anni insegnare il vino era ancora attività decisamente elitaria e riservata ai professionisti della ristorazione.

Occorrevano coraggio, visione, determinazione e una buona dose di sfrontatezza per sovvertire il sistema – ricordatevi cosa successe a Parigi e poi in Europa nel 1968 – e Spurrier ha incarnato tutte queste qualità, incarnando la figura del perfetto divulgatore di vino, scendendo dal piedistallo e cercando di portarlo al pubblico, sempre con grande professionalità.

E forse il pacato signore dal guardaroba elegantemente démodé che in questi giorni è comparso in ogni sito che parla di vino, più che un ricco e gaudente borghese deve essere visto come un lucido rivoluzionario.

Celebriamolo dunque, con la speranza che un po’ della sua lucida visionarietà torni a illuminare un mondo che pare stancamente avvolgersi sempre più in se stesso.

Take it easy

Il vino rende più facile la vita di tutti i giorni, meno affrettata, con meno tensioni e più tolleranza.
(Benjamin Franklin)

 

Lo scorso ottobre, ringraziando per il conferimento del riconoscimento come Miglior Viticoltore Italiano 2020, Walter Massa ha dedicato il premio “(…) a tre strutture fantastiche italiane che fanno bere il vino buono. Sto parlando di Ronco, San Crispino e Tavernello che sono più costosi di tanti vini venduti in bottiglie di vetro in tappo di finto sughero. Ringrazio l’1,80 euro che c’è sullo scaffale al supermercato in Italia che fa bere il vino a tutti, contro l’1,70 euro di tanti vini italiani muniti di fascetta, DOCG e DOC. È vergognoso che ci siano bottiglie di vetro a meno di 2 euro l’una.”

Quella di Walter Massa era una lucida provocazione, volta a far riflettere su quello che il mercato offre, soprattutto nei canali della grande distribuzione.

Chi mi segue sa che non è la prima volta (leggi qui) che parlo dei vini in brik, spesso ingiustamente trascurati, per eccesso di snobismo, dagli addetti ai lavori.

Così, per 1 euro e 35 centesimi (approfittando di ben 20 cent di sconto) mi sono procurato l’ultima versione del Tavernello, quella con l’indicazione del millesimo in etichetta.
E l’ho assaggiato.

Prima di parlare del vino occorre spendere due parole sul packaging.
Il brik, rispetto alla bottiglia, presenta un enorme vantaggio in termini di comunicazione. C’è molto più spazio: per scrivere, per raccontare, per informare.
E i signori della Caviro sono stati decisamente bravi a sfruttare l’occasione. Sebbene il lato principale non brilli per originalità e design, le altre tre facce sono un ottimo esempio di comunicazione: chiara, moderna e ben fatta; un preciso racconto della forza e dell’impegno ecologico dell’azienda.

E il vino?
Il vino – annata 2020 – è piacevole e fresco, con le note floreali che prevalgono su quelle fruttate. L’assaggio non presenta nessuna asperità e lo si beve senza pensarci troppo su: un tannino appena accennato, una piacevole freschezza. Lo deglutisci e te lo sei dimenticato, ma non disdegni un altro sorso.

Un prodotto più che dignitoso: perfetto per una grigliata estiva con gli amici, dove l’ultimo dei pensieri deve essere il vino e utilizzare un bicchiere di carta anziché un calice di cristallo non è una bestemmia.
Ma anche abbinato a due fette di salame e a delle chiacchiere piacevoli lo si finisce in un amen: un gregario fedele che porta le borracce e che ti scorta sicuro sino alla fine.

Chiaro che se si cerca un minimo di identità, di espressione di vitigno o territorio, non è il vino che fa al caso nostro.
Ma per poco più di un euro credo che non si possa bere meglio.

Botticino: i vini del marmo

Povera gente! L’Arte non è sbriciolare la propria anima; è di marmo o no, la Venere di Milo?
(Paul Verlaine, Épilogue)

 

Percorrendo l’autostrada A4 in direzione Venezia, poco dopo l’uscita di Brescia alla sinistra del viaggiatore compaiono delle imponenti cave di marmo. Siamo a Botticino, nome che dice poco ai più ma che rappresenta un’autentica eccellenza.

Col marmo di queste cave, tutelato dalla denominazione Botticino Classico, sono stati costruiti non solo molti importanti edifici della vicina Brescia, ma anche l’Altare della Patria a Roma, il Teatro alla Scala a Milano, la Grand Central Terminal e il basamento della Statua della Libertà a New York.

Anche qui, come in tutta la Pianura Padana, nel Mesozoico (tra i 250 e i 65 milioni di anni fa) c’era un mare lagunare. Il processo di sedimentazione e cristallizzazione dei fanghi calcarei presenti sul fondo di questo mare portò, tra i 190 e i 60 milioni di anni or sono, alla formazione di un giacimento di pietra calcarea.
Ma l’unicità del marmo di Botticino è la sua varietà cromatica, dovuta alla presenza di materiale organico e inorganico nella base di carbonato e calcare. (Se vi interessa, il nome scientifico è micrite.)
È invece fondamentale sottolineare che l’estrema compattezza di questo marmo lo rende particolarmente adatto all’utilizzo in esterno, dove coniuga bellezza e resistenza.

Ma Botticino vuol dire anche vino, con una Denominazione d’Origine ben precisa istituita nel 1968.

Barbera, schiava gentile, marzemino e sangiovese sono i vitigni che vengono utilizzati; il Botticino oltre che nel comune omonimo può essere prodotto anche in parte dei comuni di Brescia e Rezzato. L’immissione sul mercato può avvenire dal 1° giugno dell’anno successivo alla vendemmia, mentre per la Riserva occorre attendere due anni.

Il vino con il marmo condivide il territorio e nel marmo affonda letteralmente le sue radici, visto che sotto una cinquantina di centimetri di marne e argille troviamo le prime venature, che conferiscono una precisa impronta alle bottiglie che vengono prodotti nella zona.

L’altra caratteristica del territorio è il microclima, decisamente mediterraneo. La vallata è protetta dalle prealpi bresciane, che evitando l’avvicinarsi dei temporali estivi ma consentono una ventilazione ideale per lo sviluppo aromatico e la sanità delle uve.

In questo contesto opera l’azienda Noventa (qui il link al loro sito), che dagli anni ’70 ha recuperato l’antica tradizione vitivinicola della zona, assecondando i ritmi e le esigenze di natura e territorio.

Ho avuto l’opportunità di assaggiare due vini, che vi racconto brevemente.

L’Aura, di cui ho bevuto il millesimo 2019, è il primo rosato a base schiava gentile prodotto a Botticino, riprendendo la tradizione dei secoli scorsi che sfruttava la generosità dei grappoli molto grossi di questo vitigno.
Dopo essere state diraspate, le uve rimangono a contatto con le bucce per un’ora. Particolare curioso, il vino riposa per tutto l’inverno in contenitori d’acciaio posti all’esterno della cantina, affinché il gelo lo renda naturalmente stabile.
Il rosa è tenue e luminosissimo, il naso vede come attori principali la frutta e la pietrosa mineralità del territorio. Il bicchiere si svuota pericolosamente grazie alla saporita sapidità. Anche dopo un paio di giorni a bottiglia aperta il vino ha mantenuto freschezza e bevibilità, segno che un approccio naturale non va a compromettere la stabilità del prodotto.

Il Pià de la Tesa 2017 è invece un classico uvaggio di barbera, sangiovese, marzemino e schiava gentile (35, 35, 20 e 10, se vi interessano le percentuali precise). La vigna è esposta a sudest, riceve i raggi del sole tutto il giorno ed è circondata dalle cave di marmo. I grappoli sono selezionati, diraspati, e fermentati a temperatura controllata per 10 giorni con follature e rimontaggi delicati. La fermentazione malolattica avviene in vecchie botti di rovere da 10 hl, in cui il vino affina poi per circa 18 mesi; ancora 6 mesi di bottiglia e poi è pronto per essere messo in commercio.
Elegante e preciso sono i due aggettivi che meglio lo definiscono. Al naso sfilano prima la frutta, ancora ricca e vivace, poi spezie e una nota minerale di grande personalità. Vino perfettamente equilibrato, confortante e dal bel finale sapido. Anche in questo caso ho riassaggiato la bottiglia dopo un paio di giorni, ritrovandovi intatta l’esuberanza fruttata e accresciuta la complessità.

Una bella scoperta, insomma. Che dimostra che possono esistere territori vocati e tipici anche fuori dalle zone più note e blasonate. Territori che hanno solo bisogno di lavoro e passione per esprimere le loro potenzialità.

Quando i numeri non contano

“Carneade! Chi era costui?”
A qualcuno sarà tornata in mente la frase di Don Abbondio che apre l’ottavo capitolo dei Promessi Sposi, lo scorso 27 febbraio, quando l’Istituto dei Masters of Wine ha annunciato il nome del primo italiano a potersi fregiare del titolo: Gabriele Gorelli.

(Apro una breve parentesi per dire a chi non lo sapesse cos’è The Institute of Masters of Wine. È la più autorevole organizzazione che si occupa di vino, nata nel Regno Unito più di settant’anni fa – il primo esame fu nel 1953 – e che da allora ha riconosciuto solo 493 membri; a riprova della difficile selezione che occorre superare per entrare a farne parte.)

Ma Gabriele Gorelli, che ora può fregiarsi delle due lettere MW dopo il proprio cognome, è tutt’altro che un carneade.

Classe 1984, originario di Montalcino – per una volta un profeta in patria –, da sempre si occupa di vino: non solo gestendo la più piccola cantina ilcinese, ma occupandosi, con due diversa società da lui fondate, della comunicazione visiva del vino, vendita e marketing. Parla correntemente inglese e francese, se la cava col tedesco e pratica yoga (che nulla ha a che fare col vino, ma di sicuro aiuta a mantenere la concentrazione e a stemperare le tensioni).

Semplicemente Gorelli non è nome noto ai più perché si è tenuto nascosto dal mondo social, impegnandosi a lavorare e a studiare per conquistare il suo titolo. Basti pensare che la sera del giorno della proclamazione ufficiale da parte dell’IMW i suoi follower su Instagram erano 1.499; mentre ora che scrivo, dopo 2 giorni, hanno raggiunto quota 2.400.

Insomma, oltre all’orgoglio di avere un connazionale finalmente ammesso al club dei Master of Wine, abbiamo la speranza che (forse) i titoli e i meriti acquisiti sul campo contino di più che un manipolo di seguaci virtuali.

Non scrivo più

Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.
(Raymond Carver)

 

Qualche giorno fa Andrea Matteini pubblicava un post (leggi qui) in cui, con grande onestà intellettuale condita da un pizzico di ironia, dichiarava che non avrebbe più scritto di vino e si sarebbe limitato a venderlo.

Chapeau ad Andrea, dunque, e grazie per lo spunto sicuramente stimolante: se qualche settimana fa mi e vi chiedevo “di cosa parliamo quando parliamo di vino” (leggi qui) ora sono a domandarmi “perché scrivo di vino”?

La prima riposta è che ne scrivo come naturale conseguenza del fatto che principalmente ne parlo. L’espressione orale e quella scritta sono sorelle ed entrambe soggette a regole ben precise. Ma se la parlata può permettersi qualche licenza e a volte anche qualche imprecisione, la scrittura deve essere sempre attenta, rigorosa e precisa.

Parlando di vino sono spesso costretto a seguire la struttura piuttosto rigida dettata dalla didattica; la scrittura rappresenta invece una sorta di sfogo, di libertà, seppur anch’essa costretta in uno schema. Schema che per me è diventato piuttosto rigido, visto che da qualche tempo utilizzo spesso l’haiku (leggi qui) come mezzo per raccontare il vino.

Andrea nel suo pezzo, poi, afferma che chi scrive deve avere dei lettori.

Giusto, giustissimo.
Ma i lettori vanno anche cercati e conquistati, altrimenti verrebbe a mancare una spinta fondamentale alla scrittura. E, in una società dove la parola scritta sta perdendo sempre più terreno rispetto all’immagine, dove il pubblico ha sempre più fretta e si annoia dopo poche righe, soprattutto se queste appaiono sullo schermo di uno smartphone o sul video di un pc, tornare a un mezzo d’espressione che ormai pare antico e desueto diventa anche una sorta di lotta alla sopravvivenza.

Quindi scrittura anche come forma di resistenza: tentativo di raccontare, emozionare, soprattutto comunicare in modo chiaro, elegante, perché no appassionante. Cercando di ricordare che il protagonista non è schi scrive, ma ciò di cui si scrive: rispettandolo così come va rispettato il lettore.

Sperando che gli archeologi del futuro possano ancora imbattersi in pagine – cartacee o elettroniche – di bella scrittura e non solo in immagini o emoticons.

Concludo con una famosa pagina dei diari di Beppe Fenoglio. Uno che “faceva il mestiere” ma che sentiva il bisogno giustificarsene.

«Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convinzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma.
Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.
Scrivo whit a deep distrust and a deeper faith.»